7.12.12

M.A.d.u.L.p. 7.

Un numero dedicato al milite ignoto del commercio, il commesso. In una piccolissima attività come la mia a «fare il commesso» si poteva essere in tanti in diversi momenti della giornata. Ma cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambiava.





Esiste persino una parola apposita nel vocabolario gestionale della moderna impresa commerciale (modern commercial corporation). In inglese americano, come gli ordini ad Abu Ghraib. Serve a designare il/i soggetto/i chiamato/i ad affrontare il cliente; l'addetto al front office. Che suona sicuramente meglio dell'arcaico, classista e odioso «commesso».
L'addetto al front office, d'ora in poi per brevità A.F.O., è chiamato a una vita dura. Nei periodi di morta più che i clienti deve affrontare essenzialmente ambulanti immigrati, venditori di calzini e centrini, spacciatori di biglietti per manifestazioni benefiche (il più delle volte l'identità dei beneficati è oscura), rappresentanti di compagnie telefoniche (nefasti e adesivi), di aziende produttrici di boccioni (i bottiglioni rovesciati che elargiscono un bicchiere d'acqua fresca, producendo in sovrappiù una bella bolla azzurra), di aziende per il condizionamento, di agenzie per il marketing mirato, per la formazione professionale del management, per la vendita porta a porta di surgelati, pagine gialle, pagine utili, pagine eleganti, pagine di quartiere, di borgo, di condominio, boy-scout, raccolta firme contro e a favore di parcheggi, call-center e prostituzione e droga. E sicuramente ho dimenticato qualcuno o qualcosa.
Di tutta questa vasta rassegna di rompitasche liscie e gassati a salvarsi sono proprio i primi citati, gli ambulanti immigrati con tappeti e senza. Semplici esseri umani che disturbano in proprio senza la prosopopea coatta dei promoter di Infostrada, Telecom, Noicom, Tim, Wind, Fastweb eccetera.
Comunque anche nei periodi di morta accade che entri qualcuno animato dalla vaga intenzione di acquistare qualcosa. Una fotocopia, un biglietto del tram, un metro a nastro, carta da regalo, videogiochi o Cd musicali.
«Non ne abbiamo», dichiara il/la A.F.O.. Se è dell'umore giusto aggiunge: «Noi vendiamo libri».
In molti casi il potenziale cliente di qualcun altro si guarda intorno smarrito, come se ignorasse l'esistenza dell'immagazzinamento dati su supporto cartaceo, come dicono quelli di Star Trek. Oppure sembra seccato. «Ma via, non è possibile vendere soltanto libri», pensa.
Esce confuso e amareggiato, e marcia verso un negozio di divani o una copisteria, alla ricerca di un carillon «con gli animali».



Ma esiste anche chi cerca un libro.
Chi arriva con un foglietto giallo in mano, scritto davanti, dietro, di traverso e al contrario («Cerco un libro… aspetti… aspetti…) e chi arriva senza nulla in mano.
Sono i peggiori.
«Ieri, sul giornale o forse era alla radio, hanno parlato di un libro di (o su) una donna che dopo aver fatto la ballerina… mi pare… o forse faceva l'interprete… poi è stata anoressica e adesso aiuta le adolescenti anoressiche. Per caso ne ha sentito parlare?»
All'A.F.O., se ben preparato e pronto a tutto balza subito in mente un bel diagramma a flusso pieno di rettangoli, rombi e ovali.
Nome giornale - Nome programma - Nome autore / autrice - anno approssimativo di edizione - nome editore -> titolo libro.
Se, come avviene in pratica sempre («… scusi… l'ho sentito in macchina / mentre bagnavo i fiori / mentre facevo sesso… e non sono riuscito a prendere nota») il potenziale cliente non ricorda quasi nulla e quel poco che ricorda è fuorviante («in copertina c'è una farfalla disegnata dal figlio di Omar Scharif»), l'A.F.O. si riduce a fare domande minori, patetiche nella loro inutilità: «Era proprio ieri? Era anoressia o bulimia? Dove faceva la ballerina? Da che lingua e verso che lingua traduceva?»
Il cliente, se ha un minimo di cuore, si sente in colpa. Ma piuttosto che ammettere che non sa rispondere inventa, deforma, modifica e inganna. Aggiunge particolari inutili o ridondanti: «Diceva che non le piacciono i fiori recisi», «Il libro parla di quelle che dimagriscono troppo».
«Questo? Questo? Questo?» L' A.F.O. allinea biografie, monografie, trattati di scienza dell'alimentazione e di psichiatria.
«No, c'è la farfalla sulla copertina. Si ricorda? Poi l'ha scritto una donna. O parla di una donna. Era su TTL e ne ha parlato anche Fahrenheit. Non ha l'ultimo TTL? Non sentite Fahrenheit, qui?».
Un A.F.O. esperto sa quando è il momento di gettare la spugna. Quando è il momento di mentire: «Ah sì, adesso ho capito. Ma deve ancora uscire. Provi a passare al prossima settimana», o di rivolgersi al responsabile degli acquisti (il buyer, sempre nella lingua degli executive manager) che, ormai scaltrito come un vecchio lupo si limiterà a masticare un: «Digli che l'abbiamo finito. Domani se ne sarà dimenticato».
Immancabilmente il buyer ha ragione. L'esperienza è un ottimo surrogato all'intelligenza. E poi, come insegna Immanuel Kant, qualsiasi problema ignorato per un tempo sufficiente si risolve da solo.
Arrivare a capirlo è un sintomo di maturità.
Il mistero del libro finisce per essere risolto qualche tempo dopo, quando anche il cliente ha ormai dimenticato ogni cosa.
Il libro, scritto da un pope ortodosso, parla dell'esercizio del digiuno presso talune comunità di eremiti. Ha in copertina un Cristo crocefisso disegnato da Chagall (Sharif e Chagall suonano quasi uguali, per radio). È uscito sette anni prima ma ha ispirato una nota psicologa al suo debutto narrativo con il romanzo «Il piatto vuoto di Domiziana».
Che due testimoni dello stesso evento diano versioni non del tutto coincidenti è un fatto ormai accertato grazie a lunghe e costose ricerche.
Noi avremmo potuto dirlo anche gratis. 

 

Ma la casistica di falsi riconoscimenti e agnizioni fasulle è praticamente inesauribile. Così come lo è quella dei comportamenti più o meno singolari indotti dal semplice ingresso in una libreria.
C'è chi entra, saluta e dichiara a gran voce: «Dò un'occhiata in giro» ed esce dopo sedici secondi e mezzo.
C'è chi entra, non saluta e comincia a spulciare, leggiucchiare, leggere, togliere pellicole protettive, abbandonare libri in giro e uscirsene con aria seccata, senza aver pronunciato una sola parola e, ovviamente, senza aver comprato nulla di nulla.
C'è chi entra, sceglie, va alla cassa e comincia a raccontare all' A.F.O. il motivo per il quale ha acquistato quel libro. Se trova terreno fertile continua spiegando perché ha comprato anche il precedente. Cosa ci trova nei libri che acquista e perché acquista proprio quelli. Che spendere soldi in libri è meglio che spenderli dall'analista. Sì perché sono stato in analisi fino al mese scorso. Ma adesso sono a a posto. Ogni tanto mi trema il sopracciglio. Vede? Ma mi è rimasto solo questo, di sintomo. Cosa fa di bello una di queste sere? Io abito qui vicino. Da solo. Mi sono lasciato con la moglie. Per questo sono andato in analisi, Ma adesso non ho più problemi. Ah, è fidanzata. Beh, non è mica un problema.
C'è chi entra, guarda senza toccare nulla, tiene le mani in tasca o incrociate dietro la schiena, ronza accanto a tavoli e scaffali, inclina la testa di scatto a destra e sinistra per seguire le scritte in costa ai libri (che non sono mai nello stesso verso, chissà perché), osserva insistentemente un titolo per staccarsene con un gesto improvviso, quasi doloroso, sale le scale, scende le scale poi raduna tutto il suo coraggio e chiede: «Avete l'ultimo libro della Litizzetto?»
C'è chi entra con bloc-notes, penna e fascio di fotocopie. «I libri universitari sono sotto?» chiede passando e scompare. Alla chiusura bisogna andare a chiamarlo per evitare di chiuderlo dentro mentre sta «aggiornando» le fotocopie dell'edizione precedente del libro di testo che ha trovato al piano inferiore.
Poi c'è chi non entra.
Socchiude la porta e chiede: «Ce l'avete le memorie della guardia del corpo di Lady Diana?
Ce l'avete 100 colpi, eh? (sogghigno) eh, ce l'avete?
Ce l'avete «Anime di luce, morti che parlano coi vivi?»
Ce l'avete il libro per il concorso da sottoapplicato sostituto vicesegretario aggiunto facente funzione vicario?
Ce l'avete il libro coi sogni dei numeri del lotto?
Ce l'avete il libro di inglese per le superiori? Come quale, quello che usa mio figlio!
Ce l'avete il Partigiano Fitti Contini?
Ce l'avete Sequestro un uomo?
Ce l'avete un libro sui cocktail?
Ce l'avete un libro sui cani?
Avete visto il mio cane?



Altri categoria ancora, relativamente recente, quella dei clienti polemici. Frequentemente, ma non esclusivamente, di sesso femminile, ostentano sufficienza e disapprovazione preventiva.
«Avete dei libri di Sergio Romano?»
«Avete dei libri sulle stragi fatte dai partigiani?»
«Avete l'ultimo libro della Fallaci? E il penultimo? E quello prima del penultimo? E la cofana della Fallaci ce l'avete eh?»
«Avete il libro di Bondi?»
Sì, perché – siete liberissimi di non crederlo – esiste un libro di Bondi Sandro (Sandro è diminutivo di «Allassandro»).
Proprio lui, il vicesottopancia del Cavalier Bandana. Tale libro, edito da…, no indovinatelo, è intitolato addirittura: «Tra destra e sinistra». Titolo geniale per audacia di concezione e realizzazione.
A essere sinceri non l'ha chiesto nessuno, ma forse solo perché abbiamo la faccia di quelli che l'hanno usato per tappare uno spiffero sotto una porta.
Però fatichiamo a capire come possano, questo genere di clienti, intuire che non ci piacciono le loro letture ancora prima che l' A.F.O. risponda, educato ma gelido: «non l'abbiamo».
Sarà per la bandiera della pace che ci ostiniamo a tenere bene in vista? Sarà perché siamo barbuti (le donne no), vestiti in modo casual(e) e abbiamo le scaffalature in metallo? Sarà perché in vetrina non esponiamo i libri che non ci piacciono, in barba e in spregio a tutte i dogmi della Scuola Librai?
«Perché non avete messo il libro della Fallaci in vetrina?» Ci ha chiesto un'attivista dello scontro tra civiltà. «Perché non ci piace», ha risposto l'A.F.O. di turno. La paladina del Modo di Vita Occidentale è fuggita invocando Fukuyama, Teodori, Wolfovitz e Mickey Mouse.
Comunque siamo preoccupati. Se è così facile riconoscerci rischiamo di passarcela maluccio, prima o poi.



Fare l' A.F.O.a è alienante e faticoso, forse l'avrete intuito.
Personalmente ho già dato e cerco di evitarlo ogni volta che posso.
Preferirei fare solitari e scrivere sciocchezze nascosto in una stanzetta in fondo alla libreria.
Ma non posso. Occupo il tempo a caricare e scaricare novità, emettere fatture, fare ricerche bibliografiche, compilare rese, computare acquisti e vendite, ricevere rappresentanti, rispondere a e-mail più o meno deliranti («Pubblicate poesie di esordienti? E le distribuite in tutta Italia pagando anche lucrosi diritti d'autore?», citazione praticamente testuale. A gentile richiesta posso esibire l'e-mail), preparare ordini e riordini, controllare ristampe e liste di titoli fuori catalogo, verificare disponibilità e preparare riassortimenti…
«È un lavoro duro, ma mi piace», dovrei dire.
No, è che tutto è meglio che fare l'A.F.O.

4 commenti:

Salomon Xeno ha detto...

Ahah, mi ha fatto ridere questo:

"C'è chi entra, non saluta e comincia a spulciare, leggiucchiare, leggere, togliere pellicole protettive, abbandonare libri in giro e uscirsene con aria seccata, senza aver pronunciato una sola parola e, ovviamente, senza aver comprato nulla di nulla."

Ok, tipicamente non tolgo le pellicole e rimetto i libri a posto (e qualche volta compro!), ma mi riconosco nel tipo "silenzioso".

Maxciti ha detto...

@SX: in realtà avrei senza difficoltà potuto inserirmi anch'io nella categoria dei silenziosi. Il genere di clienti - fatta salva un minimo di educazione in più - che si finiscono per apprezzare di più. Col tempo il cliente silenzioso può persino aprirsi e giungere a salutare (uscendo) e a fornire talvolta il suo giudizio su una giornata piovosa.

Romina Tamerici ha detto...

Conosci il blog "L'apprendista libraio"? Potrebbe piacerti.

Maxciti ha detto...

@Romina: lo conosco e lo leggo. Con un minimo di riluttanza, dal momento che lo invidio maledettamente, come potrai immaginare : )