24.12.12

Olimpia e il Turco

Vigilia di Natale e una buona occasione per spendere uno dei miei ultimi racconti, pubblicato nel 2011 su LN-LibriNuovi. Un racconto con una storia un po' strana e un po' contorta come può capitare a un proprio testo e che mi è capitato più di una volta, sia per i miei testi pubblicati che per quelli respinti. Olimpia e il Turco, inviato a un concorso riservato a racconti di ucronia con un diverso titolo: Correre da fermo, non vinse assolutamente nulla. Risultato, l'ho riscritto come a sua volta feci con Aquile, in questo caso pubblicato, ma poi riscritto e ribattezzato Linea di confine
Che cosa sarà? Ma, forse la sensazione un po' assurda di aver definitivamente perduto un proprio testo e che ciò che si è dato da leggere non valesse, in fondo, granché. 
...
Una guerra è una guerra.
Combattimenti, morti, dispersi, rifugiati, nemici in vista, terrore. Anzi «pochi attimi di terrore intervallati da lunghissimi momenti di noia».
Nel racconto pubblicato di seguito c'è la guerra, una guerra feroce e interminabile, combattuta tra i tedeschi e i polacchi-lituani. Un frammento che si svolge verso la fine di dicembre, sul fronte orientale. Una guerra che non troverete su nessun libro di storia. Ovvero, potreste forse trovarla se la rivoluzione tedesca del 1918 fosse riuscita e la Germania intera fosse divenuta una repubblica consiliare comunista.
Ma la rivoluzione è fallita e come è andata a finire la storia lo sappiamo.
Questo racconto rientra nella categoria dell'«ucronia», un genere poco frequentato in Italia, ma indubbiamente curioso e stimolante. Questo a meno che non condividiate il punto di vista del mio vecchio prof. di lettere delle superiori: «La storia non si fa con i se». 
Si tratta di un racconto sufficientemente lungo, ma spero che scorra rapidamente. E in questo periodo c'è tempo anche per leggere. Poi, per qualche giorno manderò il blog e me stesso in vacanza.
...
Ne approfitto per augurare a TUTTI coloro che passassero di qui un sereno Natale e un nuovo anno... beh, almeno passabile. E sicuramente migliore di quello appena trascorso. 



La casa è grande e silenziosa, in apparenza abbandonata. Attraverso il binocolo si riconoscono due piani senza colore, abbracciati da una lunga scala sulla cima di una piccola collina. Sarà distante al massimo un paio di chilometri.
– Li hai visti? 
Il tenente lituano si chiama Jurgis, un nome piuttosto comune tra i suoi. Il cognome mi pare sia una cosa come Basanavicius o qualcosa del genere. Infernale e impronunciabile come quasi tutti i cognomi lituani. Sulla manica della divisa spicca il «Vytis», il cavaliere, con la doppia croce sullo scudo. Ci parliamo un po' come capita, soprattutto polacco, un po' di lituano e qualche parola in tedesco, se necessario.
Gesehen? – ripete, indicando i profondi segni lasciati sulla terra – Uno Schaufen.
Schaufensternpuppe – ripeto tra me il nome completo dell'arnese. È l'ultima novità dei rossi teutonici: un incubo armato che fa tremare la terra sotto i piedi. Alzo la testa sfidando il vento tagliente della pianura. Siamo in dicembre e l'inverno è già arrivato, qui. – Un manichino a motore, uno di quelli dei comunisti. – Sputo, mancandomi d'un soffio gli anfibi, – Ce ne sono diversi in giro. 
Sono là. – Indica un punto verso ovest, nascosto nella bruma. – Arrivati da poco. Dovremo… – riflette un attimo dietro la zazzera di capelli color della paglia. – dovremo attaccargli. Prima che siano loro a attaccare noi.
Scrollo le spalle con un mezzo sorriso. I lituani sono sempre litigiosi. Un po' fanatici. Non che noi polacchi si sia poi così elastici. Ma ciò che il tenente ha in mente non ha semplicemente senso. Non siamo nemmeno un reparto intero, ma i resti di due battaglioni incontratisi per caso, in un teatro di guerra dove è diventato impossibile capire chi sta vincendo e chi perdendo. Forse siamo noi a perdere. O forse i germanici.
– Attaccare, dici attaccare. Ma chi? Noi? Siamo un centinaio di uomini a esagerare. Attaccare i manichini? Hai fretta di morire?
Jurgis scuote la testa. – Siamo uomini validi, nevvero? – Sorride. Sorrido anch'io. Deve aver imparato il polacco leggendo un libro ottocentesco dove i personaggi dicono «Poffare», «nevvero» e «affè mia» ogni due frasi.
– Personalmente credo che dovremmo cercare di rientrare dietro le nostre linee. Senza metterci a fare la guerra per conto nostro.
– Sottotenente… – gli fa piacere sottolineare che sono un sottoposto. – Sottotenente... Il reparto è operativo. Ar tai tiesa?Non capisco. Lo ripete cambiando lingua: – Es ist richtig?
– Sì, è vero, certo. Ma... 
Pirmas dovremo prendere quella… casa. Lassù. Poi di là potremo… kontrolés… controllare, eh? La valle. Visi, tutti. 
Non ho la più pallida idea di che cosa abbia in mente Jurgis, ma l'idea di dormire sotto un tetto mi sorride parecchio. – Agli ordini.
Faccio circolare l'ordine tra i miei soldati, poco più di una trentina.
Tre giorni prima avevamo partecipato a un assalto contro un saliente germanico. In base alle nostre notizie a difenderlo doveva esserci al massimo un paio di compagnie. Le notizie erano, come capita un po' troppo spesso, assolutamente sbagliate. C'era uno squadrone di carri Oktober, con cannoni da 75 mm schierati alle spalle della fortificazione. Dopo l'inizio del nostro assalto si sono spostati sul nostro fianco e hanno aperto il fuoco sul battaglione. Fuoco incrociato. Il nostro colonnello, Woyciech Donegala – ripeto il nome perché sarei felice di incontrarlo ancora, anche se ne dubito – credeva evidentemente di essere a Balaklava e ci ha mandato all'assalto. Uomini contro carri. Gruppi di cinque - sei uomini dietro a un razzo anticarro o a un mortaio. I germanici tiravano nella macchia e una volta su tre facevano centro.
Il nostro tenente è morto quasi subito, centrato in pieno da una granata. Il comando è passato a me, sottotenente di diciannove anni, senza nessuna esperienza. Ho dato ordine al mio plotone di ritirarsi, c'era soltanto da morire in quell'assalto. Ho ricevuto il portaordini venuto a ripeterci l'ordine di avanzare del colonnello e l'ho minacciato con la pistola, una lüger rubata a un cadavere. Poi i carri si sono mossi e hanno assalito le nostre linee. Ho assistito alla carneficina del 126° battaglione nascosto nella macchia, senza poter far nulla per impedirlo. Quando i tedeschi hanno finito di massacrare i nostri siamo venuti fuori, io e i miei. Un gruppo di disertori. Traditori, vili, codardi eccetera. Abbiamo controllato se c'era ancora qualcuno vivo. Niente. Soltanto cadaveri, fatti a pezzi dalle granate tedesche.
Ci siamo allontanati. Senza avere la più pallida idea di dove andare.
Abbiamo incontrato Jurgis e i suoi un paio di giorni dopo. Una settantina di soldati con una ventina di cavalli. Erano un battaglione di cavalleria prima di incontrare la X Infanterie-division tra Smolénsk e Witebsk. Avevano combattuto con i tedeschi per una settimana o giù di lì senza riuscire a fermarli. Il loro battaglione e la divisione della quale faceva parte erano stati decimati e dispersi. Avevano vagato procedendo lungo il corso del Dniepr, alla ricerca di altre unità dell'Armata della Linea Orientale. Avevano incontrato noi, un pugno di disertori, e a quanto pare ne erano stati felicissimi. Potevano continuare la guerra contro i rossi tedeschi e i loro Vokom, i «commissari del popolo». Contro i carri Oktober da 50 tonnellate e gli Schaufensterpuppe, «cannoni sui trampoli», come li chiamano i ruteni.
– Dobbiamo andare davvero?
La domanda del sergente Koryn, un pezzo d'uomo alto poco meno di due metri, mi richiama alla realtà. Partecipare a un'operazione farebbe nuovamente di noi truppe combattenti. Ci restituirebbe l'onore perduto. Di nuovo pronti a combattere al fianco di Józef Pilsudski, coraggiosi e fedeli... Sorrido, amaro. Ciò che ho capito della guerra è che ogni volta che salvi la pelle è per poterla perdere nell'occasione successiva. E mi dispiace per Koryn, un sergente di carriera più anziano di me e sicuramente più saggio. Ma la guerra non è finita: – Infatti. Hai qualcosa di meglio da proporre? Dì agli uomini di prepararsi. Staremo dietro ai lituani.
Koryn non è convinto, fa una smorfia ma preferisce non commentare. Si allontana borbottando qualcosa e ordina agli uomini di alzarsi e prepararsi. La carica della cavalleria leggera. La nostra ultima carica.




In una ventina di minuti siamo a un centinaio di metri dalla casa. Il tempo è peggiorato, nel frattempo. Un cielo color acciaio e un gelido vento orientale annunciano pioggia o forse neve. I lituani procedono davanti a noi mentre noialtri siamo la retroguardia, pronti a infilzare i crucchi bolscevichi o i russi traditori. 
O almeno questo è ciò che crede Jurgis.
La guerra – quella guerra – sembra non voler finire mai. Grigia e rossa, fredda e interminabile. Si dice che i tedeschi combattano come leoni perché i VoKom li seguono, li controllano e sono pronti a segnalarli. E una segnalazione può significare la rovina personale e quella della propria famiglia. Il regime comunista è basato sulla delazione, sulla denuncia, sul tradimento. Questo, almeno, è ciò che si dice da noi. Non sono comunista, io, ma fatico a credere che possa essere davvero così. Nonostante tutto il male che se ne dice c'è qualcosa di nobile, di grandioso nel comunismo. Come in un'eresia bella e pericolosa. Il comunismo nato all'inizio degli anni Venti dalla Lega degli Spartachisti era giovane e diffidente. L'assedio, le sanzioni, il boicottaggio internazionale e ora la guerra l'hanno reso folle e paranoico. La Germania comunista è un mostro, furioso e dolente. Pronto a sacrificare i propri figli per salvare un povero sogno rinsecchito.
Guardiamo i lituani mentre percorrono la breve salita verso la casa, mentre si dispongono in cerchio intorno ai muri, mentre Jurgis e altri quattro lituani entrano urlando qualcosa. Un altro urlo, questa volta femminile segue dopo una manciata di secondi. Alziamo le orecchie, come un branco di lupi. Donne? Non ne vedevamo ormai da mesi.
I lituani escono trascinando una donna e una bambina. La donna potrà avere una quarantina d'anni, la bambina una decina.
Kas ju-s esate? – Urla Jurgis. La donna lo fissa ma non risponde. –Khto vy? – ripete in ruteno. Ancora nulla.
Wer seid ihr? – Chiedo ad alta voce. La donna mi fissa, cerea come un dio estone e mi risponde: – Ich bin Gertrud, eine Witwe. Und meine tochter.
– Sono tedesche?
– Già. Una vedova, e sua figlia.
– E che cosa ce ne facciamo? – Guarda la pistola: – Prussia orientale?
– Probabile.
– Vedova... dei nostri o degli altri?
– Non è molto importante, direi. Le chiudiamo in soffitta e buonanotte.
– Naaah, prima ci prepara qualcosa da mangiare. Non le chiedo di condividere il mio letto, ma qualcosa per noi dovrà fare. Tiesa?
Annuisco. La presenza delle donne è un problema. I soldati non sono tutti uguali e non tutti hanno rispetto per le vedove. Meno che mai per la vedova di un rosso.
Bist du kommunist? – le chiede un graduato lituano. 
Liaukis! – urla Jurgis. – Liaukis! – ripete. «Finiscila!», traduco per me stesso. Il tenente produce una lunga serie di parolacce nei confronti del graduato che scuote la testa e fa un passo indietro. Poi si volta e mi indica la porta: – Vieni, sottotenente. Sei mio ospite!
Nella casa c'è un caminetto nella prima grande stanza, una cucina in parte trasformata in camera da letto e divisa in due da una tenda. Dalla cucina si può salire al piano superiore, in una serie di stanze vuote. La casa dà una sensazione di abbandono. E certamente non è la casa della vedova.
– Chiedi se c'è qualcosa da mangiare. E come mai lei è finita qui.
Eseguo, sbocconcellando il mio povero tedesco in frasi brevi da povero demente. La vedova risponde a monosillabi, tenendo d'occhio la bambina, seduta su un vecchio sgabello. «Una bimba di dieci anni... pensa te se…» Giusto il tempo di pensarlo e noto lo sguardo di un tizio con i capelli tagliati a zero. Seduto su un divano mezzo sfondato la guarda e si strofina in basso, sotto la cintura. – Entshuldigung – sibilo a madame, mi avvicino e gli mollo un pugno in faccia, senza nemmeno togliere i guanti. L'uomo sbarra gli occhi, si tocca il labbro ferito e mormora qualcosa alzandosi con uno scatto rabbioso, ben deciso a pareggiare il conto.
Dar! – gli urla il tenente, congelandolo.
Evidentemente Jurgis lo teneva d'occhio da un po'. Urla due o tre frasi che fanno sogghignare i lituani nella stanza e lo prende per il colletto della divisa. L'uomo china il capo e bofonchia qualcosa. Afferra il berretto ed esce dalla stanza.
– I morti di fame non me piaciono, vero? – Il tenente sorride, – Sei arrivato un attimo prima di mio. Dormirà fuori, nel freddo.


La vedova ha qualche salsiccia, patate, rape, porri. Non so di cosa siano fatte le salsicce ma non me ne importa, domani è Natale ed è il primo da un paio d'anni che non passo su un autocarro o in trincea. Noi ufficiali e sottoufficiali siamo a tavola con la padrona di casa e i soldati sotto un tendone tirato sul retro della casa. Siamo evidentemente in troppi per le risorse di meine dame, pensate finora per un paio di persone, ma noi non ci fermeremo a lungo, credo.
Lei ci serve con aria assente, senza rispondere a nessuno. Gli uomini sono curiosamente rispettosi e nessuno di loro allunga le mani. Forse perché non è normale né particolarmente gradevole palpare il sedere a un nemico. O forse perché meine dame potrebbe sempre essere una di noi. La bambina la imita, bionda e silenziosa, accolta con gentilezza dal sergente Koryn e da un paio di sottoufficiali lituani, che si sforzano persino di allineare due o tre parole di tedesco e un sorriso. Potrebbe essere una sorella minore o forse per gente come il sergente Sutkus – alto, con i primi capelli grigi alle tempie – una figlia. Non assomiglia alla madre. È sottile e snella, dai capelli color del grano mentre la madre è rosso-castana, con occhi verdi e un corpo solido e massiccio, quasi maschile. 
Fuori i soldati hanno acceso delle torce e le hanno appese ai pali che sorreggono la tenda. La casa deve essere visibile da chilometri di distanza ma, a quanto pare, a nessuno importa nulla. La guerra ha bisogno di essere dimenticata, ogni tanto. La signora ha qualche dozzina di bottiglie di bärenjäger alle quali facciamo onore come di dovere. Io bevo poco, non riesco a sopportarmi da ubriaco. Koryn si impegna ma, a parte un distinto rossore sulla fronte e sulle gote non sembra particolarmente brillo. Gli altri bevono senza risparmiarsi, ben decisi a dimenticare la guerra, la lontananza dalle famiglie e il fatto che tra ventiquattrore potrebbero essere sul fondo di un fosso o a faccia in giù nel fango. 
L'aria si è fatta pesante e, avvertendo i primi sintomi di un incipiente mal di testa mi alzo ed esco. Scivolo di fianco alla casa, attraverso una piccola porta. Il clima è stranamente mite, come se l'estate fosse davanti a noi invece che alle nostre spalle. Il vento è caduto e il cielo è coperto, senza una sola stella visibile nel cielo, scuro e opaco come un coperchio di piombo. Le luci della casa illuminano i miei passi esitanti e i rami spogli di alcuni faggi che discendono lentamente sul fianco della collinetta.
Respiro profondamente e lascio che il mio sguardo indugi sulle ombre grigiastre nella macchia. Non ho nulla di particolare in mente. Forse sto pensando alla passeggiata del Wawel e alle acque grigie della Vistola viste dagli spalti. Ci ero andato più volte con la mia classe e poi anche da solo, sfidando decenne l'intera città a bordo di un vecchio autobus. Una volta c'ero arrivato all'imbrunire, in compagnia di Marek. Avevamo vagato senza meta, incerti e vagamente preoccupati per l'ora ormai tarda. Il fiume scorreva sotto di noi, appena illuminato da alcuni lampioni alle nostre spalle. Lo guardavo imbambolato, cercando di riconoscere dei profili noti tra i flutti. Mi chiamò Marek, più saggio di me: «Dobbiamo andare, ora. È già tardi». Annuii a fatica, certo di aver riconosciuto «qualcosa» sotto il pelo delle acque. Una forma sottile, il cadavere di una fanciulla o di un bambino, qualcosa di orribile e di seducente: pallido, freddo, rabbioso.
Il movimento mi pare troppo rapido per essere umano. Estraggo le mani di tasca e le sposto verso la lüger allacciata alla cintura. Una forma sottile e grigia, ritagliata tra i rami bassi e il sottobosco. Fa qualcosa come correre o saltare. Sforzo lo sguardo ma non riesco a distinguere nulla. Forse la creatura si è immobilizzata o, più semplicemente, l'illusione ha cessato di esistere… Proprio come l'annegato nella Vistola. Non stacco la mano dalla fondina e conto lentamente fino a dieci. Potrei avvicinarmi, certo, ma non me la sento. Sono giunto al nove quando la forma si muove nuovamente. Si alza e corre proprio davanti a me, illuminata in pieno dalle luci accese sul retro della casa. Una forma leggera che mi sembra volare più che correre, una corona di capelli chiarissimi, quasi albini lanciata verso la discesa, fuori dalle luci.
 – Ferma! – Urlo mentre estraggo il revolver. La creatura si volta per un attimo mostrandomi il suo viso per poi scomparire.
La bambina! Rientro di corsa in casa, diretto verso la stanza principale. Attraverso il minuscolo corridoio ed entro: – La bambina...
La piccola, seduta per terra accanto alla mamma, mi fissa con un'espressione enigmatica e appoggia la testa sulla spalla della madre.
– Tu hai perduto bambina? – Jurgis non ha bevuto, in apparenza, e la sua domanda non è forse così cretina come pare, – Ella è qui con noi tutta la sera. Forse non bere ti fa male, non pensa? O no?
Scuoto la testa. Fisso nuovamente la piccola: – Was machst du heraus? – Non risponde ovviamente, e nasconde il volto. La madre le borbotta qualcosa e alza lo sguardo: – Noi non era fuori. Noi era qui.
La madre sa il polacco, evidentemente. E racconta balle. – Ho visto la bambina fuori, un istante fa!
Non so in quanti mi abbiano capito, tra i presenti, ma Jurgis mi guarda perplesso mentre la madre distoglie lo sguardo e ripete: – Noi qui tutta sera.
La prendo per un braccio: – Dimmi la verità! – Urlo. E la bambina scoppia piangere, quasi a comando. Noi siamo uomini di guerra, quindi assolutamente indifesi davanti al pianto di un bambino. Un paio si alzano, mi gridano una cosa che immagino sia «Smettila!», mentre Jurgis mi afferra per una spalla mentre la bambina singhiozza disperatamente: – Karol, Karol… tu smetterla, tiesa?
Lascio andare la spalla della donna. Lei ha uno strano sguardo, direi di paura se non mi sembrasse assurdo. Paura, di chi poi? Di me? Sorrido e annuisco: – Va bene, va bene, mi sono sbagliato. – Scuoto il capo, – meglio se vado a dormire.
I lituani non hanno voglia di sorridere. Quegli ultimi attimi hanno riportato alla loro memoria le famiglie, le donne, la casa e la guerra. La loro vita in questo momento, proprio ciò che il liquore aveva cancellato. Mi salutano con un secco cenno mentre salgo al piano superiore. La bambina ha smesso di singhiozzare e mi fissa con il volto seminascosto dalla gonna della madre. Ti odio, penso. Un'emozione da ragazzo della quale mi pento subito, ma della quale ho la bizzarra sensazione che lei sia conscia.


A svegliarmi è la luce bianca che entra dalla finestra senza scuri. Nella stanza, freddissima, hanno dormito altri tre uomini: Koryn e altri due graduati. Ho dormito senza spogliarmi e scivolo fuori dal sacco a pelo già pronto se non per una rivista, perlomeno per uno scontro a fuoco. Sta nevicando, come avrei potuto capire già ieri sera, e la neve ha già coperto la terra e gli alberi. Ho bisogno di lavarmi la faccia, penso. E in casa non c'è acqua. In cortile c'è una fontana, mi pare, ma l'idea di lavarmi con l'acqua gelata non mi migliora l'umore. Sbircio di nuovo in cortile cercando la fontana e la vedo. Una semplice bambina, che attraversa il cortile diretta alle stie. Ma cammina stranamente, con un movimento troppo netto, un po' rigido. Lascia la doppia traccia dei suoi passi, muta come la neve che scende lentamente. Una perfetta oleografia, se non fosse per il suo modo di camminare, più simile a quello di una parata che all'incedere di una bambina. Ubbidendo a un impulso improvviso apro la finestra e mi affaccio: – Guten morgen!
Lei solleva il capo e mi guarda senza rispondere né fermarsi. Gli ultimi due o tre passi sono sciolti, un po' oscillanti, da tenera bimba preoccupata di scivolare per la neve. Rimango immobile, pencolante dalla finestra come una cornacchia. Giurerei che la bambina l'ha fatto apposta, esattamente come, non sapendo di essere osservata, aveva camminato come un manichino.
«Come un manichino…»
La frase mi risuona nella mente come un allarme. «Un manichino. Uno Shaufen».
– Muori dal caldo? Vuoi chiudere quel cazzo di finestra?
– Senti Koryn, tu hai mai sentito parlare di bambini shaufen? Di Kinderpuppe?
Il sergente si alza a sedere strofinandosi gli occhi: – Ma ti sei rimbambito? – Si massaggia il petto con una smorfia: – Fa un freddo porco, perdio. – Mi guarda, – Scusa. Ma di che cazzo parli? Bambini shaufen? Ma ne hai visti di shaufen tu?
Annuisco: – Certo. Tre metri e mezzo di puro acciaio per 5-6 tonnellate di peso. Sospensioni Christie mutuate dai panzer, barre di spinta con giunti cardanici, pezzi da 37 mm panzerjäger. Ti basta? Lo so benissimo come sono fatti: un cannone montato su tre gambe che ti fa tremare la terra sotto i piedi a ogni passo. Ma mi chiedo: e se i tedeschi avessero creato degli shaufensterpuppe a nostra immagine e somiglianza? Delle donne shaufen? Dei bambini shaufen? – Parlo senza interrompermi, da mezzo matto, esattamente come mi sento, – Creature che risveglino la nostra tenerezza, il nostro abbandono? Sei nel letto con una donna e quella tira fuori un cannone in mezzo alle tette?
Koryn ride: – Bella immagine, Karol. Adesso puoi chiudere quella finestra prima di morire congelati?
Ubbidisco. Ho la sensazione di aver sparato un numero invidiabile di idiozie, ma che non poche di esse siano possibili, anche se per il momento inverosimili.
Gli ingegneri comunisti tedeschi sono capaci di tutto. Il Regime sovietico instaurato da Liebknecht ha dovuto fare i conti con le condizioni imposte dal trattato di Versailles e ha inventato nuovi modelli d'arma e nuovi strumenti bellici non previsti nel Trattato. Erano nati così i Panzerluftkissenboot, ovvero gli aeromobili corazzati a cuscino d'aria e gli Shauerfensterpuppe, i «manichini da vetrina», ovvero forme più o meno umanoidi, capaci di accucciarsi e di avanzare sulle barre di spinta. Ma girano voci e circolano libri che parlano di manichini molto più piccoli, vere e proprie «Olimpie» degne di Hoffman, capaci di camminare, gesticolare e parlare come veri uomini. Idiozie, si dice, più o meno come le navi volanti dei marziani o dei venusiani. Invenzioni di furbastri ben decisi ad arricchire a spese degli onesti cittadini.
– Tu potrai anche dire che sono cazzate, o baggianate come la storia di Olimpia di E.T.A. Hoffman, ma non hai sentito parlare del Congresso di Bratislava? Degli emissari tedeschi e dei loro traduttori?
Koryn si stringe nelle spalle: – Tutte scemenze, Karol, davvero. Non ne so nulla del Congresso di Bratislava, se non che non hanno trovato nessun accordo. Se anche i tedeschi avevano traduttori speciali direi che non ne hanno fatto granché.
Scuoto la testa. È per pura cocciutaggine, o forse semplicemente perché parlare con il sergente mi rilassa: – I traduttori erano umanoidi. L'ho letto su una rivista polacca. Umanoidi dotati di parola e capaci di tradurre.
– Ah, e come si chiamava la rivista? Il «robota interplanetario»? – Si allaccia la pistola alla cintura: – Voi intellettuali avete la testa piena di cose inutili… come una soffitta troppo zeppa. Ogni tanto dovete fare un po' di pulizia, vero?
Mi viene, nonostante tutto, da ridere: – Va bene, Koryn. È persino possibile che tu abbia ragione. Vado a lavarmi la faccia e ci vediamo sotto.
La fontana è dietro le stie dove sopravvivono, a quanto vedo, soltanto poche galline. Non incontro la bambina né altri soldati. Mi lavo la faccia alla maniera dei gatti e ignoro colpevolmente il collo e le orecchie. Faccio lo stesso percorso in senso inverso sotto una nevicata che si fa più forte ed entro nella cucina.
Guten morgen! – Il tenente Jurgis stacca il viso da un binocolo da campo e mi saluta assurdamente in tedesco. – Wie geht's?
– Va bene, va bene. – Non mi va di raccontare frottole, ma mi va ancora meno raccontare dell'incontro con la bambina. – E tu?
– Stanno arrivando, vuoi dare un'occhiata? – Mi passa il binocolo, – giù, verso occidente. Si stanno muovendo. Probabilmente un'intera divisione motorizzata.
Inforco il binocolo – un Karl Zeiss, ovviamente – ma vedo soltanto un movimento vago e incomprensibile ai limiti della portata utile dello strumento. – No, non vedo un accidente. Ma io sono soltanto sottotenente. Dove l'hai pescato questo arnese? Non mi risulta che i militari lituani abbiano a disposizione questo tipo di binocoli.
– Trovato, Karol. Come la tua Lüger. Comunque direi che hai guardato nella direzione sbagliata. Oktober e Shaufen. Dobbiamo essere più o meno verso il settore settentrionale del fronte. Abbiamo di fronte, penso, la XVII Infanterie-division e le XII e la VII panzerdivision e altre tre o quattro divisioni di fanteria.
– Vuoi che le fermiamo noi? – Provo a scherzare.
– Non credo possibile. – Risponde serio. – Però siamo sull'unico saliente della zona e non sarà facile superarci. – Mi colpisce sulla schiena con la mano aperta: – Drasa! Noi ci schieriamo intorno alla casa e attendiamo i germanici. Anche voi darete quest'ordine, vero?
– Certo. – Se è destino combattere, combatteremo. I tedeschi sono proprio davanti a noi e arretrare o scappare è fuori discussione. Mi faccio prestare nuovamente il binocolo e cerco di individuarli. Verso l'orizzonte, confuse nella neve, riesco a riconoscere le forme opache e allungate degli shaufen, in lento movimento tra gli alberi innevati. In un'ora o giù di lì saranno a portata di tiro. – Adesso sì, li ho visti.
Ordino al sergente Koryn di avvisare gli uomini e di riunirli nel cortile mentre Jurgis fa altrettanto, soddisfatto come un ragazzino che prepari un agguato. In quei minuti affannosi non penso più alla bambina-shaufen né a sua madre, alla strana notte e al curioso risveglio, ma mi dedico completamente ai miei compiti di ufficiale, sia pure di scarsa esperienza. In mezz'ora i soldati sono pronti, con i cannoni anticarro, i mortai e le munizioni. Merito, probabilmente, più di Koryn che mio. I lituani sono schierati a sinistra dei nostri, alcuni montati a cavallo, altri appiedati, con la baionette inastate e due o tre vecchi lanciafiamme. Nell'insieme un quadro non troppo incoraggiante, da reparto di bolscevichi prima dell'ultima sconfitta.
– Avanti! – Ordina in lituano Jurgis. Altrettanto faccio io e lentamente abbandoniamo il cortile per scendere verso il bosco.



– Li vedi? Sono là, appena oltre gli alberi.
Gli shaufen hanno accelerato e stanno procedendo su una strada sterrata che passa a non più di duecento metri dalla casa. Dietro di loro vengono le motociclette e i carri leggeri carichi di soldati. A occhio e croce un intero battaglione.
– Noi dobbiamo sparare sulle articolazioni principali, subito sotto le prese d'aria, – spiego al sergente Koryn e a un altro paio di graduati. – Una volta colpiti al giunto principale gli shaufen si immobilizzano e basta un colpo sparato alla barre di spinta per farli rovinare a terra. Inutile sparare sul corpo, è pesantemente corazzato, o sulle barre in movimento, facili da mancare. Un colpo subito sotto le prese d'aria e poi uno alle barre ferme, capito?
Annuiscono e si allontanano, a portare la lieta novella del tenente Karol.
Non riesco a vedere Jurgis ma immagino che stia facendo la stessa cosa con i suoi. Non immagino come diavolo dei cavalieri possano affrontare gli shaufen, ma immagino che la volontà ferrea dei lituani sia sufficiente a trovare una soluzione. In fondo avevamo già combattuto insieme più di una volta – Gogol ne era il testimone letterario – anche se era stato davvero molto tempo fa.
Il primo colpo viene sparato da un paio di soldati all'estrema destra del nostro piccolo schieramento. Mazowiezky e Rubinowicz, due veterani. Un colpo di mortaio che centra in pieno le prese d'aria del primo shaufensterpuppe. Il robot si ferma, come a prendere aria mentre il cannone a metà del petto viene ruotato verso il bosco. Un altro colpo si abbatte sulla barra di spinta posteriore, piegandola grottescamente. Teoricamente lo shaufen potrebbe rimanere in piedi ugualmente, ma non con il cannone completamente ruotato e fuori assetto. Il robot tenta di riguadagnare la postazione ma oscilla eccessivamente, tanto da sbilanciarsi in senso opposto e rovinare a terra. Lo shaufen che lo segue, preso di sorpresa dalla caduta si immobilizza e un altro colpo di mortaio, sparato dall'interno del bosco lo centra alle barre. Altri colpi si levano dall'interno del bosco mentre gli shaufen che seguono aprono il fuoco sul bosco.
Seguono quindici-venti minuti di furibondo fuoco tra i miei che sparano e si spostano in continuazione e gli shaufen, inchiodati sulla strada. Credo che riuscimmo a eliminarne sei o sette prima di dover cominciare ad arretrare sotto il fuoco congiunto dei robot e dei carri leggeri che stavano arrivando sul luogo dello scontro.
– Indietro! – Urlo, – verso la casa.
Mi volto. Gli shaufen stanno entrando nel bosco senza interrompere il fuoco. Hanno una potenza e una rapidità di tiro impressionanti, qualcosa a cui non eravamo minimamente preparati. E dei lituani nessuna traccia.
Ripieghiamo il più rapidamente possibile, risalendo verso la casa sotto il fuoco rapido dei robot. Rinunciamo a rispondere, strisciando tra gli alberi sotto una nevicata sempre più fitta.
Arriviamo al retro della casa in non più di una ventina, quello che rimane del mio battaglione. Koryn è scomparso e con lui altre sette o otto persone, immagino cadute nello scontro. Jurgis compare un minuto o due dopo: – Incendio! – Grida. – Stiamo aspettando che gli shaufen sono entrati tutti. Venite via ora, presto, – indica l'altro versante della collina, – dobbiamo sgombrare!
– D'accordo! Seguite il tenente, – urlo a mia volta, – io vado a prendere la donna e la bambina, vi raggiungerò.
Attraverso il cortile di corsa mentre i lanciafiamme dei lituani vengono finalmente accesi. Il riflesso del fuoco sulla neve fresca è curiosamente riposante, come in una vecchia cartolina natalizia.
Entro in casa urlando: – Gertrud! – Nessuno. Salgo le scale. Le stanze sono chiuse e la sola luce è lo smorzato bagliore che sale dall'incendio del bosco.
– Gertrud! – Apro una dopo l'altra tutte le porte. La trovo dietro la penultima porta. Ma non è da sola con la bimba.
– Koryn! Che diavolo fai qui?
Il sergente è parzialmente inginocchiato sulla bambina, distesa per terra. Reagisce con un scatto sorprendentemente veloce per un uomo della sua mole e si alza in piedi tenendo in mano una pistola puntata contro di me: – Karol, Karol… ma non potevi andartene con gli altri? Non muoverti, ti prego. Purtroppo dovrò fare… come con questa bambina. Abbiamo pochi minuti prima che il fuoco arrivi alla casa. – Sorride con surreale lentezza, – Dicono che noialtri non sappiamo comprendere nessun genere di umorismo, ma ne dubito. Una situazione buffa è sempre buffa e persino noi sappiamo riconoscerla. Non era una shaufen la bimba, sai? Lei e la sorella. Soltanto una coppia di orfanelle che Frau Gertrud teneva presso di sé. Vero Gertrud?
La vedova si volta. Il suo viso è scomparso, sostituito da un intreccio compatto di fili, valvole, relais e bobine di rame. Tiene in mano una maschera: il suo volto. – Sì, Koryn – la voce esce da una piccola griglia metallica all'altezza del naso, – due piccole bambine prussiane.
Impallidisco, immagino, e apro la bocca come uno stupido.
– Infatti. – Koryn non cessa di sorridere. Un sorriso troppo lungo per essere umano. – Era la madre lo shaufen, anzi l'Olimpia, come ti piace chiamarli. Ce n'è qualche migliaio nella Linea Orientale. Lituania, Polonia, Rutenia, Ucraina, Slovacchia, Romania. Bulgaria… in tutti i paesi dei nemici del comunismo e della repubblica consigliare Germanica. E ce ne sono altre migliaia in Francia, Italia, Gran Bretagna. Persino nella Russia, divisa e spezzata in mille frammenti bolscevichi o bianchi. Spie, ma non solo.
– E tu? Sei anche tu di loro? – Urlo.
– Certo, Karol. – Con il mignolo della mano che teneva la pistola solleva una piccola sezione del dorso della mano sinistra e l'alza. Nella penombra scorgo un intrico di fili e una serie di piccole luci che si accendono in sequenza. – Se lei è Olimpia io sono il Turco. E tu… beh, mi…
Il colpo di pistola arriva all'improvviso, assurdamente forte nel piccolo ambiente, centrando Koryn o il Turco, come preferiva essere chiamato, in pieno ventre, subito sotto il torace.
«… subito sotto il cannone, all'altezza delle prese d'aria», ciò che ho insegnato ai miei uomini.
Un altro colpo di precisione lo prende alle gambe e l'ex-sergente rovina a terra, proprio come gli shaufensterpuppe centrati dai nostri mortai.
Olimpia reagisce muovendosi con una velocità impensabile per un essere umano, cercando di afferrare qualcosa o forse di fuggire, ma la centro al ventre con la mia lüger, estratta con una velocità da Far West.
– Avere il cervello all'altezza dei coglioni non è sempre… tinkamas… adatto? Sì? Bravo, Karol! – Jurgis scavalca il davanzale della finestra ed entra nella stanza. – Volevo soltanto venirti ad aiutare ma poi ho visto meine dame senza trucco e mi sono spaventato… Impressionante come sono ben costruiti, vero? Ma ora è meglio tagliare la corda. L'incendio sta salendo e la casa è condannata. – Si china sulla bimba: – Respira ancora, portiamola via. Sorella ci aspetta sotto. Si teneva nascosta per paura... di noi. Ma nessuna delle due sapeva chi era loro madre. – Ride. – Paura di noi, di puri umani.
– … ma… se lo sapevi perché diavolo…?
Il tenente sorride ancora. Un sorriso sospeso nella penombra rossastra della stanza: – Perché io so dei manichini dei tedeschi, i fantocci creati da i comunisti, e molti altri lo sanno. Ma nessuno vuol fare loro troppa pubblicità. Sarebbe il caos e il terrore. Adesso andiamo, veloci, Karol. A proposito, non ti ho mai chiesto il tuo cognome.
– Wojtila. Karol Wojtila.
– Mmmhhh. Non mi sembra un cognome importante. Ma non preoccuparti, puoi sempre far carriera nell'esercito. 
 

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