27.4.08

Matrimoni alieni: fantascienza e modelli sociali

Durante la prima adolescenza leggevo, letteralmente, di tutto - tutto quello che trovavo disponibile in casa. Da Topolino ai romanzi rosa ai gialli di Mike Spillane. Ho incontrato la fantascienza su una banchetto di libri usati e il primo racconto di sf «serio» - che non fosse cioé un adattamento o una parodia pubblicata su «Topolino» - è stato «Quasi umani» (che era anche il titolo dell'antologia) di Richard Matheson. La storia di un androide divenuto talmente «umano» da sviluppare la convinzione - in apparenza paranoide - che gli androidi stessero gradualmente sostituendo gli esseri umani fino a soppiantarli. Non dirò come finisce il racconto, sarebbe un peccato.
Comunque si trattò di un colpo di fulmine.
Tanto è vero che quando, qualche anno, dopo iniziai a scrivere a mia volta, inevitabilmente iniziai con un romanzo di fantascienza.
Adesso la fantascienza letteraria non attraversa un buon momento: scomparse o profondamente mutate la case editrici specializzate, pochissime le vere novità pubblicate (in italiano), qualche ristampa di scarso interesse e una clima generale di stanchezza e disillusione.
Sui motivi di questa crisi un dibattito che prosegue ormai da tempo, sempre più sfilacciato.
Non ho certo intenzione di continuarlo qui, tanto più che non avrei nulla di realmente nuovo e originale da aggiungere. Mi interessa, piuttosto, riportare un'affermazione del futurologo Jon Turney, autore di una «Rough guide to the future», ovvero una guida turistica al futuro.

«La fantascienza è molto meno di un tempo un modo per inventare il futuro. La fantascienza di oggi dimostra che la nostra società ha perso la capacità di creare visioni utopiche, alternative, e che il capitalismo ha spazzato via le nostre capacità di immaginare forme alternative di organizzazione del mondo».

Certo, la sf non è mai stato soltanto racconto filosofico o narrazione dell'utopia a venire, ma l'aver inserito nella riflessione sulla crisi della fantascienza come letteratura il peso di un capitalismo vincente che ha azzerato qualsiasi possibile alternativa di sviluppo e convivenza, se non è una novità assoluta è comunque un forte stimolo alla riflessione.

Strana combinazione, mi è capitato di sentire per radio un commento al libro di un antropologo e mi sono ricordato che, negli anni '70, l'antropologia culturale era una delle scienze più frequentate da lettori e scrittori di sf. Si era - lo ero anch'io - alla ricerca di modalità di interazione umana diverse da quelle consuete. Gli scopi almeno due: costruire modelli di comunità diversi da quelli tipici del presente e del passato e immaginare possibili forme di società aliene.
Qualche traccia di questo instancabile lavoro di analisi e comparazione delle forme sociali umane si può ancora ritrovare - seppure in forma spesso rudimentale - nelle diverse serie di Star Trek.
Non è curioso che i Klingon come l'anarchismo libertario di «Un'ambigua utopia» di U.K. Le Guin siano entrambi espressione, con ogni probabilità, di riflessioni critiche sul nostro modello di sviluppo?
In apparenza, quindi, la crisi della fantascienza si potrebbe anche interpretare come crisi di un pensiero critico strutturato e coerente sull'attuale modello di sviluppo economico e sociale.
Onestamente credo si tratti di una buona interpretazione.
Secondo Jon Turney, comunque, la modalità più efficace di analisi e comprensione del futuro prossimo resta quella narrativa:

La narrazione è il modo più convincente di comunicare un'opinione sul futuro, che si tratti di un'ispirazione o di un avvertimento.

Bene, amici lettori e scrittori di sf, che cosa stiamo aspettando?

23 commenti:

Davide Mana ha detto...

Io la fantascienza non la vedo così in crisi.
Gli inglesi continuano a scrivere della fantascienza innovativa e provocante - e molto spesso proprio incentrata sull'analisi di culture alternative, umane e non.
Penso ai vari MacLeod e Banks, ed anche a Schroeder (che è un canadese) ed ai nuovi arrivati.
Gli americani hanno virato verso il fantasy, ma anche da loro continua ad uscire fantascienza di prima qualità.
Anche a livello televisivo - seppure con vita breve (ved. Firefly).
Si tratta, certo, di una frazione della produzione del mercato, che pare normalizzato su storie di eroi predestinati e Noi contro Loro, ma c'è ancora un'alternativa intelligente.

Un certo disagio nei confronti della critica sociale c'è.
Più da parte del pubblico che non da parte degli autori e degli editori.
È quasi un'autocensura.
Che sia colpa del trionfo incondizionato del modello di mercato?
Possibile.
Possibilissimo.
Come dice MacLeod - TINA, there is no alternative.

Fa venire in mente quel vecchio articolo di Asimov sulla SF russa, che diceva che una fetta consistente della fantascienza parte dalla premessa "Se continua così...", improponibile in Unione Sovietica.

S_3ves ha detto...

Personalmente trovo lo spunto di riflessione di Max abbastanza convincente. Davide ha sicuramente una visione più ampia della produzione FS in lingua inglese, quindi può darsi che la FS non sia tanto in crisi. Sta di fatto che qui in Italia non si può avere una visione ottimistica: colpa della produzione nostrana, che - a parte pochi autori - è decisamente marginale e colpa forse di una politica editoriale di traduzione troppo timida. Tanto per dire io sto leggendo (e comunque un grazie a Fazi che l'ha ritradotto) nientemeno che "L'uomo nel labirinto" di Silverbeg, roba anni '70 (di molto inferiore, mi pare, a Morire dentro). Altro che FS innovativa.
Il problema secondo me è non solo di autori ma di lettori: Ambigua utopia, tanto per riprendere l'esempio di Max, è stato letto dal pubblico anglofono e italiano come una riflessione su interrogativi che già il lettore si poneva, nella convinzione che la narrativa di speculazione potesse non rispondervi, ma almeno illuminarne degli aspetti.
Oggi quella convinzione, almeno in Italia, è venuta meno, probabilmente insieme agli interrogativi medesimi.
Davide dice che il pubblico che legge FS mostra un certo disagio verso la critica sociale. Si potrebbero avere dei dati di raffronto (ponderato rispetto ai differenti bacini di lettori) sull'appeal della FS sul pubblico italiano e anglofono?

Piotr ha detto...

Ho paura di essere troppo categorico, cosa che non è mai buona. Però a me sembra di ricordare che, secoli fa, quando io ero quindicenne, una frase comune in merito alle letture dei miei coetanei era "Tze... quello legge solo fantascienza".
Adesso, forse sbaglio, ma mi sembra che per trovare un quindicenne che abbai in mano un libro di FS, bisogna fare una ricerca su Google. Forse serve la "ricerca avanzata".

maxciti ha detto...

… se continua così…
In questi anni «se continua così» non può che aprire la strada all'incubo.
Questo toglie parecchi stimoli.
Sapevo anche grazie a contatti meno virtuali e al glorioso reportage di Maz Soumarè da Yokohama che in giro per il mondo la situazione della sf è meno deprimente e che sopravvivono persino autori e vicende meno appiattite sul conformismo globale. Come ha rilevato Silvia, mi riferivo in particolare alla situazione italiana.
Qui da noi - per quanto riguarda il bacino di lettori - in mancanza di dati più precisi, posso riportare un dato molto spurio a suo tempo fornito dall'AIE che dava al 4-5% del totale dei lettori gli appassionati di sf-fantasy-horror, cioé poco più di un un milione di persone.
Ma il dato è spurio (riguarda anche generi ritenuti erroneamente affini) ed è anche vecchio (2001).
Nella realtà Urania vende - per quanto ne so - meno di 10.000 copie a numero e il neo-Robot, solo di recente distribuito anche nelle librerie, resta comunque intorno al migliaio di copie tra vendite e abbonati.
«Piatto ricco mi ci ficco», vien da dire :(
L'assorbimento della sf tra i giovanissimi credo sia comunque minimo. Il che non dà molte speranze per il futuro.
Mia figlia (15 anni) e le sue amiche - tutte liceali, quindi lettrici abituali - leggono fantasy ma non sf. La fantascienza è loro abbastanza familiare (ne hanno visto al cinema) ma non sono abituate a prenderla in considerazione in forma di libro.
Il fantasy, non tanto quello tradizionale fatto di eroi e bikini di bronzo quanto quello derivato da certe figure classiche dell'horror (vampiri, licantropi ecc.) e ricco di elementi direttamente derivati dal romanzo di formazione e dal romanzo di sentimenti, gode di grande successo. L'ultimo libro acquistato da mia figlia è stato «La ragazza lupo», storia di una licantropa anoressica e solitaria. E non c'è niente da ridere. Solitudine e anoressia sono problemi piuttosto comuni tra le ragazze di quell'età.
Credo che la differenza stia in un semplice elemento: per noi «vecchi» il futuro era già incorporato nel nostro presente. Attendevamo che la scienza risolvesse tutti i problemi. Chi è giovane adesso non si aspetta nulla del genere e nel suo presente è incorporato un passato fatto di delusioni.

maxciti ha detto...

Non è che mi rispondo da me, è che mi è venuto in mente un aspetto importante del rapporto tra sf e antropologia culturale. Una delle cose che chi si interessava contemporaneamente di entrambe cercava era la descrizione di modalità familiari diverse. Qualcosa che svincolasse dalla famiglia nucleare come unico modello possibile di vita adulta.
Adesso siamo alla famiglia come unità essenziale della società...

Davide Mana ha detto...

Rigiriamo la cosa in questo modo:

fantascienza = universo egualitario e dinamico, dove chiunque può farcela purché accetti di impegnars e lavorare.

fantasy = universo elitario e statico, popolato di eroi predestinati, che in effetti devono solo essere se stessi per trionfare.

È per questo che il fantasy oggi tira.
Non solo perché ti promette un futuro che sarà come il passato, ma perché ti dice che lo avrai per meriti innati, senza dover lavorare per averlo.

In fondo, essere eroi di certo fantasy popolare fra gli (le?) adolescenti, è come fare la velina o vincere il Grande Fratello - non devi fare alcuno sforzo.
Bastano l'occasione opportuna e un bel personale.
Intelligenza, cultura e lavoro sono controproducenti.

Una bella differenza...
Diventare Conan voleva dire sputare sangue.
Diventare Capitan Futuro significava studiare studiare studiare.
Diventare Dominic Flandry significa un carico di responsabilità che controbilancia abbondantemente le aventure.
Persino i personaggi con "superpoteri" (Flinx di A.D.Foster, Paul Atreides di Herbert) ne ricavano più fregature che privilegi.

Piotr ha detto...

Uhm... io ho sempre visto una ulteriore ed importante differenza fra fantascienza e fantasy, oltre a quanto dice Davide. e allora mi sembrava lòa differenza più importante di tutte. In due parole:
Fantascienza=quello che sarà, o potrà essere. Insomma realtà o quasi, solo anticipata.
Fantasy=Nulla a che vedere con la realtà: anzi, con un'aria un po' triste da rimpianto.

S_3ves ha detto...

Trovo stimolante l'osservazione di Max. Quando scrivo FS uno dei 2 temi che esploro più spesso è la struttura amicale, se non proprio famigliare. Ma appunto, sono un lettore (e autore) vecchia maniera. Noi "vecchi" - anche se piccolissima minoranza, mettevamo in discussione la struttura della famiglia nucleare e cercavamo perfino di coltivare nella vita quotidiana altre strutture, invece gli adolescenti di oggi (lo so per conoscenza acquisita sul campo!) considerano la coppia una fonte di sicurezza, di affetto, di equilibrio (ai miei tempi, si dubitava che fosse una gabbia...).
I tempi cambiano e il futuro minaccia di essere peggiore del presente.
Sulla questione sollevata da Davide, sono e non sono d'accordo con lui. Mi piace sostanzialmente la definizione dei due generi, però non se quanto sia possibile applicarla alle letture di mia figlia e compagne. La licantropa anoressica dai suoi talenti ricava più fregature che privilegi, i bei vampiri di Twilight, New moon ed Eclipse si pongono (un po' pedestremente) problemi etici, i belli di "Brutti" (che è uno dei pochi FS letti) non vogliono la loro bella presenza massificata... Insomma, le carte sono piuttosto mescolate e lo status non è affatto una garanzia.
Io credo piuttosto che le variabili in gioco siano il peso del futuro (nel loro futuro possibile, studiare-studiare come Capitan futuro al massimo frutta un contratto Co-co-co con la flotta astrale)e una differente percezione della diversità rispetto a quella di tanti anni fa. Su questo tema non ho ancora pensieri strutturati, ma mi sembra che somigliare al personaggio "diverso" per nascita (che però è un tema anche tipico della FS, pensiamo ai mutanti)ti faccia almeno sentire qualcuno, mentre sai di non essere nessuno (e intendo "nessuno" in senso globale: privo di speranze di cambiare, di contare davvero - indipendentemente da quel po' di soldi o di cultura che puoi avere).
In conclusione, è difficile far rientrare queste letture fantasy o FS nelle medesime categorie delle nostre.

Bruno ha detto...

La fantascienza ha dato il suo contributo alla visione del futuro organizzato dal neocapitalismo. Il cyberpunk se no che cos'è?
E il giudizio è implicitamente negativo.
Certo che tra astronavi di cui si parla da decenni e che però non partono mai (è un po' complicato costruirle per davvero...) e una visione di negatività assoluta, c'è decisamente bisogno d'inventare qualcosa di nuovo. A mio parere potrebbe essere il neonato Postumanismo, ovvero le prospettive dell'uomo di prolungare la sua vita e di trasformarsi in qualcos'altro da sé (con tutte le problematiche etiche che questo comporta). Destino lontano ma più vicino dei viaggi interstellari che forse l'umanità non farà mai.
Il Postumanismo tuttavia mi sembra proporre però più problemi che soluzioni...

Davide Mana ha detto...

Concordo sul postumanesimo - che è al contempo una possibile strada e una fonte di problemi.

Io credo che la strada da battere (quella per lo meno che starei cercando di battere io) sia segnata da una combinazione di fattori.
Se dovessi elencare una serie di "tag" per le storie che sto scrivendo ora (BLooper è un esempio), io direi

. ecologia
. transumanesimo
. nuovi modelli partecipativi
. complessità
. nuove frontiere (spazio, oceano)
. avventura

Mi interessano futuri possibili e positivisti.
Per quanto le cose vadano male, non possiamo sottovalutare la capacità degli esseri umani di cavarsela....

Però... questa idea di mettere giù e discutere pubblicamente un manifesto d'intenti non è poi male...

maxciti ha detto...

Interessante il riferimento al postumanesimo. Anche se si tratta di definirlo un po' meglio. Personalmente credo che sia possibile, fattibile e probabile biomodificare sia gli esseri umani che molte delle specie animali che ci sono più vicine. Ma questo comporta una quantità innumerevole di problemi. Tra umani potenziati e il Superuomo di Theodor Sturgeon, comunque non ho dubbi. E in quanti hanno trovato a suo tempo irritanti gli Slan di A.E. Van Vogt?
Sono convinto che qualsiasi modifica del biotipo umano sia comunque costretta a passare nella cruna dell'ago del capitalismo trionfante del XXI secolo. Questo siginifica che ogni biomodifica rischia di essere una funzione dell'esistenza di un mercato. Qualcuno ha letto Dead girls di Richard Calder? Le sue «bambole» umanoidi sono un'eccellente esempio dell'applicazione di biotecnologie al genoma umano. In un romanzo di Vittorio Catani di imminente uscita c'è un gatto parlante che il personaggio ha regolarmente acquistato e pagato (salato).
Concordo con Bruno: i dilemmi etici sono enormi e intricatissimi.
Il postumanesimo mi sembra comunque un eccellente approccio narrativo, in grado di creare scenari e vicende appassionanti, questo sì.
Sposo in pieno la suggestione di Davide: «questa idea di mettere giù e discutere pubblicamente un manifesto d'intenti». Proporrei però di lanciare la «provocazione» sul blog di ALIA Evolution.
Scusate la confusione ma sto (anche) preparando la cena...

Bruno ha detto...

@maxciti Molto rapidamente: mi occupo più di fantasy che di fantascienza perciò non ho i riferimenti delle opere che hai citato. Diciamo che, così come la visione Cyberpunk della predazione di organi umani si sta abbondantemente travasando nella realtà quotidiana, la soddisfazione dei desideri di metamorfosi, immortalità ecc... che si intravede possibile con le tecnologie genetiche oggi allo studio è tutt'altro che un'idea remotissima: proprio perché può rispondere ai desiderata dei detentori del potere politico ed economico, molto più che mandare un'astronave (quale?) su Alpha Centauri.
I soldi per studiare la genetica ci sono eccome. Penso che ne vedremo delle belle (belle per modo di dire).

Anonimo ha detto...

bella discussione, peccato che il sassolino sull'antropologia come fonte di fantascienza sia subito caduto nel vuoto... il discorso sarebbe lunghissimo, penso ad esempio alla cultura dei cargo...

Massimo ha detto...

Arrivo buon ultimo a questa interessante discussione. Premessa, io credo che il discorso del successo della SF in Asia abbia modi e motivi differenti da quelli che riguardano l'Occidente. Si differenzia inoltre anche a seconda dei paesi medesimi (parlare dell'Asia come un blocco unico e come parlare dell'Europa in quanto una sola nazione!). Ci sono comunque degli elementi che posso essere definiti piu' o meno comuni.
Prima di tutto, lo so che a molti non piacera', ma e' bene dire che per gli autori di fantascienza asiatici l'aspetto di critica politica e sociale e' ignorato o assai poco considerato. Senza che questo danneggi la qualita' del genere o ne diminuisca la popolarita' . D'altra parte, e' impensabile credere che in Cina si possano affrontare certi temi e neppure e' possibile farlo in Giappone (tanto per dire, nessun canale nipponico si azzarderebbe mai a lasciar trasmettere un programma come Striscia La Notizia senza censurarlo). Si parla sempre di societa' che, sostanzialmente, hanno una rigidita' formale assai superiore della maggioranza di quelle occidentali. Il che non vuol dire che nelle opere non emerga tale aspetto, pero' piu' che un risultato mirato dell'autore, si tratta di elementi insiti naturalmente in questo genere letterario. Mi pare questo emerga molto bene nel dibattito tra Catani e Komatsu dove, mentre il primo insiste su di una visione della SF come strumento di critica, il secondo privilegia l'aspetto di sperimentazione e di narrazione. E la possibilita' di uscire da schemi preformati che lo affascina. Teniamo qui conto che Komatsu e', ad esempio, considerato un suo ispiratore dal famoso Hang Song, forse oggi il piu' noto e amato scrittore cinese di SF (e non vi dico il numero dei suo fans per non deprimervi).
Altro punto da considerare attentamente e' la concezione della fantascienza. Per noi e' un ipotesi di possibili futuri e sistemi mentre per giapponesi e cinesi la SF e' uno studio di futuri applicabili. Mi spiego meglio, la SF asiatica puo' essere considerata come un grande laboratorio per l'elaborazione di applicazioni che andranno realmente realizzate. Gli esoscheletri del cyberpunk e di Shirow stanno per entrare realmente in produzione (macchine come Hal o l'apparecchio della Honda per far muovere le gambe di persone disabili), Sena Hideaki scrive un libro fantascientifico per la Tohoku University (che lo ha pagato un anno come professore e gli ha dato carta bianca assoluta) per spingere i giovani a studiare le materie scientifiche con l'intento di "realizzare il futuro".
Quando si parla di nanotecnologia con un giapponese per lui non e' fantascienza, ma una possibilita' concreta conseguibile in tempi non troppo lunghi. Provate invece a parlarne con un italiano. Qui, si e' gia' detto a lungo, il rapporto con la scienza e' pessimo. Figuriamoci allora con la SF...
Consideriamo ancora come la fantascienza sia sempre piu' sostenuta anche dagli ambienti accademici letterari e scientifici orientali come elemento per imparare a riflettere e sviluppare nuove idee d'avanguardia (l'attivita' di Sena appena citata, i lavori di Tatsumi Takayuki, il corso di master in SF alla universita' normale di Pechino). Difficile trovare qualcosa di equivalente in Europa, figuriamoci poi in Italia.
Quanto ai giovani, la SF impera nelle light novel dove ci sono degli ottimi lavori quali Suzumiya Haruhi di cui Davide parla nel suo blog, senza considerare che quando David Brin ha tenuto una conferenza a Pechino c'erano cinquemila ragazzi a sentirlo ed applaudirlo...
In Cina SF e fantasy godono grosso modo della stessa popolarita'. In Giappone forse il fantasy e' piu' popolare, pero' attenzione, Hikawa Reiko sottolinea bene come ad esempio il fantasy di ispirazione arturiana sia molto poco amato. Si preferiscono mondi meno legati strettamente alle tradizioni anglosassoni. Inoltre esiste una grossa produzione di racconti ambientati in luoghi tipicamente orientali e legati a tradizioni e leggende molto noti in Cina e Giappone. Come i racconti di Ikkyu di Asamatsu Ken o La storia dei dodici regni di Ono Fuyumi, tanto per intenderci. Sicuramente in questo esiste una componente antropologica. Difficile in effetti per gli orientali immedesimarsi del tutto con i protagonisti di medioevi nordici... Il tema della predestinazione poi non e' necessariamente visto come conservatorismo dal momento che le societa' dell'Asia ancora oggi hanno una mobilita' dei ruoli sociali assai piu' rigida (il fatto che frequentare una universita' rinomata dia piu' privilegi sociali e' accettato e il fatto che essere ricchi o nati nella famiglia giusta agevoli non viene messo in discussione). Non dimentichiamo poi che imperatori ci sono stati in Cina fino a tempi recentissimi (in Giappone c'e' ancora!), che la Tailandia e' retta da una monarchia...
Va bene, scusate tutto questo lungo discorso abbastanza pressapochista. Purtroppo, trattare davvero bene il discorso letteratura fantastica asiatica richiederebbe almeno lo spazio di un libro. Quello che mi preme tentare di far presente e' che molte dinamiche della SF e del fantasy orientali sono differenti da quelli occidentali e che comunque, visto il grande numero di lettori e volumi editi in Giappone, Cina, Corea, Taiwan, Tailandia eccetera sarebbe bene incominciare a mettere in conto che una riflessione sulla letteratura fantastica andrebbe allargata a questi paesi i quali, come dice anche Brin, avranno, letteralmente parlando, un peso sempre maggiore.
Comunque, e qui chiudo, il commento postato oggi in un forum nipponico da Hikawa Reiko che considera i lavori degli autori italiani da lei letti (e qui, gioco forza, si parla di alcuni degli ALIA boys & girls per ovvi motivi) come testi estremamente alternativi ed originali lontani dagli stereotipi del genere fa pensare. L'ha colpita anche la recensione di Franco Pezzini e il concetto di ALIA come antologia di letteratura globale comparata...
Sostanzialmente, per molti autori asiatici (e verosimilmente lettori) piccole realta' come le nostre sono decisamente piu' attraenti e d'avanguardia di quelle di giganti come USA e UK ed addirittura delle loro...

Davide Mana ha detto...

@ anonimo
Il discorso sull'antropologia più che caduto è mutato.
Indubbiamente, se intendiamo la fantascienza come un genere che crea simulazioni di futuri possibili, allora l'antropologia diventa uno strumento essenziale - e il saggio di Massimo sulla FS orientale dimostra come già a livello di scrittori le diverse origini e basi antropologiche pesino su forme e contenuti.

Ma i fattori antropologici e sociologici sono anche essenziali nel fantasy (società immaginarie) e nell'horror (ho qui sullo scaffale un bel volumetto intitolato "Storia Sociale della Paura").

Nel fantastico quindi l'antropologia, nel bene e nel male, ce la portiamo dietro comunque.
Così come una certa sociologia.
Ed una certa politica.

maxciti ha detto...

Ringrazio Maz Soumaré per il suo fluviale ma interessantissimo contributo. A colpirmi più di tutto, forse, il legame che in Cina e Giappone pare esistere tra tecnologia e sf, ovvero della fantascienza come «laboratorio» delle idee tecnologiche. Per tornare al tema sollevato da Bruno direi che se qualcuno è in grado di costruire la famosa astronave per Alpha Centauri direi che quel «qualcuno» abita tra Shangai e Osaka...
Personalmente, poi, ho un ulteriore motivo di soddisfazione - o almeno di sollievo - dal momento che ho sempre dato per scontato, nelle storie di fantascienza che ho scritto, che la prima nave stellare sarebbe stata costruita in Cina...
Da quanto scrive Maz, comunque, emerge con chiarezza che la situazione della sf in Italia non è buona anche per i limiti scientifici e tecnologici del complesso industriale italiano. D'altro canto essere il paese industriale che investe di meno in tecnologia alla lunga ha un suo prezzo. Tanto per dire: i 300 mln di euro per Alitalia il governo Prodi li ha presi dai fondi per la ricerca scientifica. Non mi piace Berlusconi ma sarà difficile rimpiangere Prodi.
Per Bruno: mi scuso per aver citato opere di sf che non necessariamente debbono essere state lette da tutti. Provo a dirlo così: preferisco un postumanesimo che ponga al centro dell'evoluzione umana il valore della sensibilità e dell'attenzione verso il prossimo come in Sturgeon a un postumanesimo che abbia come orizzonte il superomismo.
Per Davide:
1- rinnovo l'invito a postare un tuo contributo - l'idea è stata tua ed è un'OTTIMA idea - sul blog di ALIA in merito al «manifesto di intenti».
2 - Nel fantasy contemporaneo italiano vedo un'attenzione nulla o quasi per quanto riguarda gli aspetti sociologici e antropologici delle società immaginate. Probabilmente perché diversi autori sono giovanissimi e hanno nozioni ristrette al solo campo narrativo. Indubbiamente in un fantasy intelligente (qualcuno ne ha letto, in italiano scritto da un autore italiano, ultimamente?) l'antropologia culturare dovrebbe avere un ruolo centrale, ma non è aria...

Davide Mana ha detto...

Provvederò al più presto.

maxciti ha detto...

Eccellente!

s_3ves ha detto...

Un paio di osservazioni provocatorie:
La prima cosa che ho pensato quando ho letto di postumanesimo (o transumanesimo) è stata: "cospicuo allungamento della vita per i cittadini dei paesi del primo mondo a fronte di paesi dove tuttora per povertà, malattie, guerre si muore a quaranta-cinquant'anni se va bene?"
Ci sarebbe di che ipotizzare una deriva genetica legata al censo.
La seconda cosa che ho pensato è stata: "e se venissero modificati - anche - gli altri?" Ovvero "vuoi che tuo figlio lavori per noi... lasciacelo adattare un po' alle esigenze di mercato...". Ci sta di tutto, dalle bambole sessuali di Calder ai ricambi di Marshall Smith, ai cloni di Ishiguro, a lavoratori stile morlock...
Sto appunto scrivendo alcuni racconti (e un romanzo che, accidenti, non riesco a finire!) su questi temi e coniugare scienza, biologia e politica è praticamente inevitabile.
Da questo punto di vista farei un'altra osservazione sulle differenze fra FS e Fantasy, accennate da Davide. Per essere schematici e rozzi: il fantasy si occupa del possesso naturale di talenti o di diversità; la FS si occupa della loro produzione e/o del loro sfruttamento di massa.
Le società ipotizzate dalla FS sono decisamente più dinamiche...

Bruno ha detto...

Per quelli che cercano di identificare la differenza tra SF e fantasy: penso che anche la migliore formula che troverete possa essere soltanto una generalizzazione. Potrei concordare che il fantasy è nostalgico e la SF ottimista e proiettata al futuro con positività, ma basta pensare al cyberpunk per far capire i limiti di una simile definizione.

@ s_3ves: probabilmente dire che "i poveri" verranno modificati a uso e consumo altrui è molto estremo, nel senso che dovrebbero essere schiacciate fortissime resistenze per poterlo fare, e che sarebbe un processo molto costoso, non valido per gli schiavi moderni poco costosi e sostituibili a piacere. Centri di più la tendenza supponendo un domani in cui il ricco è più o meno immortale e fondamentalmente "qualcos'altro" rispetto all'uomo comune, povero e costretto a vivere in un mondo inquinato e spaventosamente competitivo. La possibilità di individui "specializzati" come oggetti sessuali o per altri sfizi (mutarsi in forma simil-animale ecc...) ce la vedo ma in forma volontaria, anzi come una possibilità molto desiderata e ricercata, probabilmente molto comune nel mondo dello spettacolo.
Insomma un mondo scintillante e bizzarro, una disney fantasmagorica per pochi, qualcosa come lo sprawl del cyberpunk per gli altri. Ma senza piogge eterne come in Blade Runner, anzi con un'aridità sempre più accentuata, e una scarsa accessibilità all'acqua potabile (tendenza che già si vede).
D'altra parte vedo anche possibile la resistenza a oltranza degli strati più tradizionalisti, braccati come gli integralisti islamici oggi e disposti a lottare contro un simile stato di cose.
Se volete leggere degli articoli in cui bloggai il mio punto di vista:
http://mondifantastici.blogspot.com/2007/10/i-confini-della-fantascienza.html
e
http://mondifantastici.blogspot.com/2007/06/cyber-cosa.html

Bruno ha detto...

Link tagliati, li ripropongo:

http://mondifantastici.blogspot.com/2007/10/
i-confini-della-fantascienza.html

http://mondifantastici.blogspot.com/2007/06/
cyber-cosa.html

Davide Mana ha detto...

Sui poveri mutati a scopo di sfruttamento industriale, io non lo vedo così improbabile: pensate a degli incroci selettivi fra dipendenti di una delle grosse industrie cinesi (in cui oggi il lavoratore vive, lavora e passa il suio tempo libero).
Basta favorire e incentivare l'incontro di individui con i caratteri opportuni e scoraggiare e disincentivare gli incroci "pericolosi".
Operai docili e robusti, segretarie avvenenti e disponibili - sono tratti "desiderabili", e noi li selezioniamo.
Ci vuole tempo, ma con una classe dominante con life extension a 200 anni, diventa un dettaglio.

Chiaro che naturalmente, controllare l'evoluzione è una pia illusione...
Ma non sarebbe la prima volta che sbattiamo il naso per la presunzione di poter controllare la natura.

Ah... basta regalare idee - vado a scrivere!

maxciti ha detto...

Ringrazio Bruno per i link. Avevo già visitato il suo blog ma, al di là del compiacimento di aver trovato un amante del fantastico preparato, pacato e attento non ero andato. Ma ci saranno altre occasioni.
Per Davide:
Gli spunti per vicende sf nascono spesso da semplici discussioni, anche «oziose» e fatte di «...e se?». A me e Silvia - inevitabilmente, visto che abbiamo scelto di condividere la nostra vita - molte idee per i nostri testi sono nate così, parlando magari anche un po' a vanvera di cose lette, viste e ascoltate. La cosa miracolosa è che le idee per le storie sono l'unica cosa davvero inesauribile che conosco. Poi molte si rivelano inutilizzabili per molte ragioni, ma qualcosa resta sempre.
Per quanto riguarda, infine, le possibilità di applicazione dell'ingegneria genetica al mercato del lavoro ho una grande «fiducia» (in senso pessimista) nell'ingegno umano. Una volta che fosse disponibile una biotecnologia sufficientemente economica e affidabile non è difficile immaginare un biotaylorismo capace di triplicare, quadruplicare, decuplicare la produttività. Un'interfaccia biomeccanica, un chip endodranico... fate un po' voi.
Che poi il pianeta possa sostenere una costante crescita del PIL è tutto da vedere e sarà probabilmente il vero politico e sociale dei prossimi anni.