18.4.08

Leggere un po' meno

Da qualche tempo è disponibile on line presso il sito dell'Associazione Editori Italiani il Rapporto 2007 sull'editoria italiana curato dall'Ufficio Studi dell'AIE. La versione breve (più o meno 5 pagine) può essere scaricata gratuitamente, il rapporto completo è invece disponibile soltanto a pagamento.
Ma anche la versione ridotta è comunque in grado di fornire anche ai «semplici» lettori alcuni dati decisamente interessanti.
Il fatturato totale del comparto commerciale librario, innanzitutto: 3 miliardi seicento milioni di euro, circa 7.000 miliardi di lire. Con un aumento sull'anno precedente dello 0,6%.
Pietoso, ma passiamo oltre. Ci ritorneremo dopo.
59.000 i titoli pubblicati, dei quali 36.000 novità narrativa, saggistica, manuali ecc.) e il resto ristampe per un totale di 261,1 mln di copie stampate. La tiratura media è quindi di 4.423 copie a titolo - un dato in costante e lenta discesa da una decennio a questa parte. Non necessariamente negativo, ma anche qui ci ritorneremo.
Aumenta l'incidenza del venduto della GDO (grande distribuzione organizzata) e delle grandi superfici (librerie di catena) mentre diminuisce quella delle piccole e medie librerie. In difficoltà, infine, la vendita di libri in edicola dopo il boom del 2005 e in aumento la quota di vendita su Internet, anche se ancora inferiore al 4% del totale dei fatturato nazionale librario.
Diminuisce, rispetto al 2006, il numero di lettori che hanno letto «almeno un libro all'anno». Sono il 43,1% della popolazione italiana, pari a circa 24 milioni di persone su 55 milioni di residenti. Sono lettrici il 48,9 della popolazione femminile e il 37,0% della popolazione maschile - 14 mln contro 10 mln - un laureato su due non legge nemmeno un libro all'anno (pubblicate gli elenchi!) e diminuisce il numero di lettori nella fascia di età compresa tra i sei e il diciassette anni. Nell'Italia del Nord, infine, sono lettori (sempre di almeno un libro all'anno) il 51% degli italiani, nel Centro il 44,6% e al Sud il 31,6%.
Si va dal 55% del Trentino al 29% della Campania.
Praticamente (e malauguratamente) due nazioni diverse.
Tra i «lettori», ancora, quelli che leggono meno di tre libri all'anno sono il 46%. Più o meno 11 mln di persone. Gli altri 13 mln (prevalentemente donne, prevalentemente settentrionali, prevalentemente residenti in aree urbane) sono i veri lettori abituali. Meno di un quarto della popolazione italiana. Di questi i lettori di almeno dodici libri all'anno sono circa 3 mln. Che, da soli, formano il 50% del fatturato di librerie, grandi superfici e GDO.
Un dato agghiacciante ma che, da solo, spiega abbondantemente le apparenti insensibilità dell'italiano medio per il bene comune e l'etica in politica.
Senza strumenti di analisi e giudizio si è come Lucignolo in balia del primo «Omino di burro» che appare all'orizzonte.
Una volta la sinistra italiana diceva che la gente doveva essere istruita per comprendere la necessità e la possibilità di un riscatto.
Pensava che si dovesse fare una «politica culturale» e si dovesse sostenere la lettura.
Altri tempi, altra sinistra.
Ma non distraiamoci, via.
Ancora un giudizio riassuntivo sottolineato dallo stesso studio: «quello del libro è un mercato determinato più dall'offerta che dalla domanda». Che significa: «Se non esce il best-seller andiamo sotto di brutto» ovvero: «non dimentichiamo di accendere un cero a Dan Brown e a J.K. Rowlings».
Un ovvio corollario all'esistenza di un pubblico abituale formato da 13 mln di persone su 55, aggiungo io.
Ci sono alcune piccole cose che merita sottolineare, in questa raffica di cifre.
- L'aumento generale del fatturato del settore, pari allo 0,6%. Dal testo non emerge chiaramente se si tratta di un dato depurato dall'inflazione. Dall'insieme degli altri dati, tuttavia, sarei pronto a giurare che si tratta di un dato «sporco». Con tutte le cifre che puntano in basso è difficile credere che qualcosa sia davvero in attivo.
- Le basse tirature. Nella versione ridotta dello studio non sono forniti dati più dettagliati, ma si può supporre che le basse tirature siano la conseguenza di due fenomeni: a) la mancanza di best-seller da milioni di copie usciti nel 2006; b) la nascita di numerose piccole case editrici che, come CS_libri, fanno ricorso alla stampa digitale per pubblicare in piccole tirature (300-500 copie). Lo sviluppo di una piccola e piccolissima editoria non è di per sé un fenomeno negativo, anzi. Diverso il discorso se si tratta di editori con prevalente vocazione speculativa (tu, autore, paghi, io «editore» ti stampo il libro). Credo che questo fenomeno abbia un peso non piccolo, confermato anche dalla crescita - segnalata nello studio - della pubblicazione di titoli di autore
italiano. Il giudizio da darne resta comunque in sospeso.
- I laureati che non leggono.
Un dato agghiacciante che denota il rapporto del tutto strumentale che tanti hanno nei confronti della cultura, concepita come strumento da acquisire, verificato a mezzo esami universitari e questionari e considerato ottenuto una volta per sempre. Metà dei laureati italiani sono degli asini, né più né meno. Che la cultura debba essere aggiornata, arricchita, articolata anche attraverso letture non curricolari è evidentemente una nozione che non sfiora la metà dei laureati italiani. Ai quali basta, evidentemente, il «pezzo di carta» da appendere da qualche parte. Un riflesso, comunque, della staticità e della scarsa vocazione innovativa dei servizi e delle imprese. Con laureati di questa statura intellettuale (e imprese tanto poco innovative) non resteremo in Europa a lungo, c'è da pensare.
- Il calo generale dei lettori è un fenomeno molto più grave di quanto appaia. Ancora negli anni '90 esisteva negli studi dell'AIE un certo ottimismo sullo sviluppo della lettura in Italia, dovuto al ricambio demografico della quota scarsamente alfabetizzata della popolazione italiana (gli ultrasessantenni) rimpiazzati da una nuova generazione fortemente alfabetizzata (i bambini, i ragazzi e i giovani). Passata la boa del 2000 la lettura non dà segni di sviluppo e i nuovi lettori mostrano una disaffezione evidente passando dall'essere più del 60% a quattordici anni a un allarmante 56,6% a diciassette fino a meno del 50% in età adulta.
Se questo è il risultato della scuola superiore...
Già ma gli insegnanti delle superiori sono laureati, e forse un buon 40-50% ha aperto l'ultimo libro un mese prima di laurearsi...
Se non leggi e non ami leggere i giovani ti sgamano senza problemi. Sono dei fenomeni a vedere il bluff e a comportarsi di conseguenza.
E i docenti universitari?
Ne esistono di attenti e preparati ma ne esistono (vita vissuta) che consigliano agli studenti lo stesso libro o set di libri - ormai esauriti e fuori commercio - da un paio di decenni. Evidentemente non hanno letteralmente letto altro nel frattempo.
Ma nessuno si preoccupa di verificare la competenza e l'aggiornamento degli insegnanti italiani.
Esiste un patto non scritto per il quale l'insegnante delle elementari, medie e superiori è pagato poco e male ma, in compenso, nessuno gli fa le bucce.
Resta da dire che i docenti universitari non sono esattamente malpagati.
Ma non hanno incentivi all'aggiornamento e se non combinano un accidente e si fanno esclusivamente i fatti loro non rischiano nulla.
In sostanza - come sottolinea anche l'AIE - questi sono i risultati della mancanza di una politica nazionale a sostegno del libro e della lettura. Una politica nazionale che non esiste né a destra né a sinistra (e questo è veramente GRAVE).
Al di là di esperienze locali e autopromosse - i portici del libro qui a Torino, molto di più della pletorica e inutile «Fiera del libro - sarebbe necessario un intelligente e lungimirante intervento pubblico - una politica della lettura capillare ma agile, il sostegno in sede locale ai piccoli punti vendita e la creazione di incentivi ad aprirne di nuovi, il sostegno al libro anche attraverso altri media (radio, TV) e mille altre iniziative che, se opportunamente stimolato, il settore potrebbe inventare.
Viceversa si specula sull'ignoranza e la credulità.
Si glorifica Padre Pio e si attacca Darwin.
Abbiamo sbagliato paese e sbagliato classe politica.
Se possibile, oggi anche più di ieri.

8 commenti:

Piotr ha detto...

Mamma mia.

alladr ha detto...

caro massimo,
non lo so, sai, ma se tu dici che la gente legge poco (e se argomenti come hai fatto), mi avvinci: sono d'accordo su tutto. davvero.
ma se lo dicono i grandi editori, i grandi librai eccetera mi sale il sangue alla testa: [bestemmia] 3 miliardi e seicento milioni di euro, immaginando 25 ero a libro, sono centoquarantaquattromilioni di libri venduti in un anno! come cazzo fai a lamentarti, grande e maledetto editore?
e poi penso: l'ignoranza non dipende dal leggere poco, ho rimembranze di persone incolte così profondamente civili da lasciarmi senza fiato (e mica erano tutti laureati, i partigiani che ci credevano). l'ignoranza dipende dalla televisione e dai giornali addomesticati alla mangiatoia del potere (non solo politico). vabbé, meglio che mi fermi sennò poi m'infervoro e pistolotto.
grazie.

Davide ha detto...

Bisognerebbe sempre distinguere

a . i libri venduti dai libri letti

b . i libri-libri dal ciarpame in forma di volume; per capirci, quello delle barzellette su/di Totti non è un libro, ne ha solo la forma; idem il manuale di Castelvecchi per trasformare la fidanzata in geisha...

Il fatto è che si vende (non necessariamente si legge) un sacco di ciarpame.
Ed i libri-libri vengono affrontati spesso con lo stesso spirito con cui si affronta il ciarpame.

Fran ha detto...

Questo si riconduce anche al post sulla distribuzione editoria (che forse riesco a linkare: http://fronteretro.blogspot.com/2008/03/nel-retrobottega.html). Insomma, a dire la verità sarebbe bello avere un'offerta un po' più valida e facilmente distinguibile per quei (pochi ma buoni) che leggono - e che di sicuro raccomandano libri ad altri.

Siamo in un'era in cui le aziende non valutano il fatturato ma la crescita - se la crescita è negativa addio azienda, addio investitori, addio ricerca e sviluppo... che in modo traslato vale un po' per tutte le aziende. Triste.

maxciti ha detto...

Per Alladr:
La statistica AIE parla di 261 mln di libri, ovvero circa 4 libri e mezzo a testa all'anno. A me non sembra molto, onestamente.
E non sono mica poi così tanti 3 miliardi e seicento milioni di euro/anno in libri.
Il reddito medio dichiarato dagli italiani nel modello Unico (dato 2004...) risuta essere di circa 20.000 euro/anno. Con una semplice divisione ne hai che la spesa pro capite risulta essere di 65 euro all'anno, ovvero lo 0,325% del reddito.
Si parla sempre di medie per nulla ponderate, ma direi che non c'è nulla di cui gioire. Tieni conto, inoltre, che la spesa in libri va di pari passo con tutta la spesa per cultura e informazione. Giornali, cinema, teatro, musei ecc. ecc. I dati dei libri sono perfettamente in linea con questi. E ci regalano una posizione tra le ultime in Europa.
Se poi, come osservi, l'informazione è spesso disinformazione hai la spiegazione del perché in Italia le cose vanno in un certo modo. La disinformazione, d'altro canto, fa presa proprio perché mancano i riferimenti culturali per situarla e mancano le competenze per cercarla altrove, per esempio sul web.
Per Davide:
Non esistono, che io sappia, statistiche sulla lettura dei libri acquistati. Sarebbero interessanti, certamente, ma sospetto che agli editori - stupidamente - non importi un tubo di sapere se un libro venduto è stato letto o meno.
Che non si ritenga importante il grado di soddisfazione del lettore mi sembra comunque 1)grave, 2) miope.
Il libro di/su Totti (ma anche gli Urania, il giallo Mondadori, i collezione Harmony ecc.) sono considerati dall'AIE libri per lettori definiti «morbidi» e vengono stimati a parte. Interessano un altro 12% della popolazione da sommare teoricamente al 43% circa di lettori. Semplicemente sommarli, tuttavia, non è corretto, dal momento che nel conto dei lettori «morbidi» vanno anche gli utenti dei libri di cucina o gli acquirenti di manuali per l'hobbistica di ogni genere. E, naturalmente, gli acquirenti dei libri di barzellette.
Certo, personalmente credo che un lettore di Urania o del Giallo Mondadori dovrebbe essere considerato un lettore a tutti gli effetti ma sono gli stessi lettori «morbidi» a non considerarsi tali. Le loro letture, infatti, emergono soltanto a una seconda domanda. La prima infatti è stata: «Ha letto un libro nell'ultimo anno?» - Risposta «NO». «Nemmeno un giallo? Un fumetto? Un manuale di cucina?» - «Beh, sì, ma non era proprio un libro».
La percezione soggettiva di se stessi come lettori avrà la sua importanza, no?
Per quanto riguarda la tua proposta di interfacciare le relazioni sull'editoria inglese e quella italiana nel prox numero di LN, direi che si tratta di un'ottima idea. Io posso occuparmi dell'Italia. Direi un max di 8.000 - 10.000 caratteri a testa. Cosa ne dici?
Per Fran:
Ti ho scritto ieri per il tuo racconto per FM, l'e-mail ti è arrivata?
(Scusate la comunicazione di servizio)
La qualità non è un obiettivo dell'editoria italiana (vedi risposta a Davide). Il resto va come dici: meno utili, meno valore finanziario, meno investitori e investimenti, meno personale e soprattutto meno personale qualificato, meno R&S...
Il risultato è l'Italia nella quale viviamo.

alladr ha detto...

mi sono spiegato male.
quel che voglio dire è che sono d'accordo sul fatto che si legge poco, ma che se me lo dice chi è interessato a vendere il maggior numero di libri indipendentemente dalla loro qualità (chi, per intenderci, affolla le librerie esattamente di libri di bassa qualità), mi dà proprio l'idea del lamento del grasso commerciante. mah, forse sono un po' troppo radicalizzato riguardo alla dicotomia editore(padrone)-lettore(servo), in fondo esistono anche i piccoli editori... però, vedi, alle grandi case editrici non interessano le piccole né tantomeno i lettori, altrimenti pubblicherebbero meno a vantaggio di tutti (anche loro, probabilmente, nel periodo medio-lungo; ma, si sa, in italia pensare in termini diversi dall'immediato è inutilmente faticoso).

quanto al resto, devo andare. scusate.

maxciti ha detto...

Non è problema soltanto italiano.
Si tratta della maledizione dei nostri tempi. Hanno iniziato alcuni economisti alla fine degli anni Settanta avvisando che: «L'orizzonte degli atti economici non può essere limitato all'arco della carriera di un manager».
Puntualmente è ciò che è avvenuto.
Per la letteratura questo significa che senza una prospettiva a lungo termine diventa inutile investire sui nuovi autori e sulla qualità. Si porta a casa il risultato e peggio per chi verrà dopo.
Verissimo che i grandi gruppi editoriali mirano a vendere comunque e qualsiasi cosa ma la fuffa in letteratura è sempre esistita. Il problema vero è che una volta la fuffa (Liala o Carolina Invernizio o lo stesso Salgari) serviva a finanziare i libri che non si vendevano subito.
Anche questa finestra sulla qualità, tuttavia, rischia di chiudersi.
Aggiungo, pletoricamente, che mi preoccupa la dimensione insufficiente del mercato librario italiano. Un mercato asfittico è per sua stessa natura opaco e conservatore. Non attira investimenti e non spinge a puntare sul futuro.
Grazie dei contributi, comunque. Aiutano a mettere a fuoco il discorso.

Fran ha detto...

Info di servizio: ho anche risposto alla tua mail - grazie!

Per il resto: il problema etico-economico non è piccolo e purtroppo non tocca solo il mercato dei libri. La crescita è un "must" in ogni industria, ma crescere non è sempre possibile: per mancanza di richiesta, per lentezza nella risposta del mercato, perché il prezzo del prodotto è troppo alto e non sarebbe possibile abbassarlo a meno di perdite...
E allora? Il tipico passo successivo è differenziare i prodotti e/o fondere produttori.
Ecco le grandi distribuzioni, ed ecco le barzellette di Totti, che - anche se persino chi le legge sa che non sono la stessa cosa - almeno vendono un po' e costano poco... e vorrei vedere.
Pessimo.