9.4.08

Record store day


Un minimo sospetto di fariseismo tra i musicisti sostenitori dell'iniziativa è difficile da cancellare, ma è comunque impossibile - soprattutto per me - non essere solidali con i gestori dei piccoli negozi di dischi americani che il prossimo 19 aprile cercheranno di risvegliare l'attenzione dello steminato pubblico della musica di tutto il mondo sulla sorte del piccolo commercio musicale.
I piccoli negozi di dischi chiudono. Ormai da molti anni, per la verità. Adesso il ritmo è forse aumentato, ma provate un po' a fare il conto di quanti negozi di dischi sono scomparsi qui a Torino negli ultimi anni. Anche prima, molto prima della comparsa del babau di internet e del downloading più o meno gratuito.
I negozi di dischi non riescono a pagare l'affitto dei locali che occupano, soprattutto se si trovano nei centri storici.
Scrivo «i negozi di dischi» ma potrei scrivere «la librerie».
Vengono spinti verso la periferia e poi dimenticati, virtualmente uccisi.
Molti negozi di dischi avevano personale qualificato, capace, dotato di senso critico e di indipendenza di giudizio.
Qualcuno è andato a lavorare nelle FNAC, molti chissà che cosa sono andati a fare.
Prima ancora è stata la musica, come la lettura, a essere spezzata, spezzettata, spezzatinizzata facendo di brani musicali anche dignitosi jingle più o meno dementi per le suonerie dei telefonini.
La musica a scuola non si insegna e non si impara. È diventata uno strumento per provare a emergere nella palude della sfiga perpetua e, in subordine, per cuccare. Che sia buona e originale conta poco.
«Ho scoperto un sacco di buona musica proprio attraverso il negozio di dischi sotto casa», dice Peter Gabriel.
Philip K. Dick, nonostante Fanucci e i suoi improvvidi ripescaggi uno dei grandi scrittori del Novecento, è stato commesso in un negozio di dischi. Ne parla molto spesso nei suoi romanzi.
«Ho visto i negozi indipendenti evaporare in tutta l'America e l'Europa. [...] Se li perdiamo, saremo molto più poveri. Ogni volta che acquistate un disco in uno di questi posti è un soffio contro l'Impero», dice Henry Rollins, rocker e poeta.
Ma mantenere un buon assortimento di dischi costa un pacco. E le vendite sono scarse, disperse, insufficienti. Escono ancora ottimi dischi ma hanno problemi di visibilità, di promozione, di informazione. Le Major puntano sui big ma anche sugli interpreti (non sopporto Joss Stone e detesto Michael Bublé, abbiate pazienza) sul remake, sul riarrangiamento del già sentito, sullo sfruttamento dei grandi cataloghi. La musica indipendente ha soltanto internet. Il web che Sony ecc. presentano come il carnefice della musica ne è in realtà l'ultimo e unico spazio liberato.
«Che sia nel mondo fisico oppure in rete, il valore di un negozio di esperti non passerà mai», dice ancora Peter Gabriel.
Sono d'accordo, ci mancherebbe, ma «La Repubblica» che spara la notizia dell'iniziativa del 19/4 a tutta pagina si guarda bene dal fare qualche riflessione che non sia ovvia o superflua sul problema della distribuzione. E riesce a infilare nell'articolo un riferimento alle passioni musicali di Simona Ventura - una specie di Mucca Carolina paracadutata nel Parnaso - e le irritanti frenesie e insofferenze dell'egolatra Sandro Veronesi. Uno che una volta, prima di diventare un monumento alla memoria di se stesso, è stato uno scrittore.
Le librerie italiane chiudono anche con i lettori che scaricano da internet a quota zero virgola zero zero qualcosa del totale dei lettori. Proprio come i negozi di dischi del centro, sostituiti dai soliti malefici marchi di abbigliamento.
A massacrarli anche l'infame stupidità dell'IVA al 20% sui dischi, il margine basso, la demente politica dei prezzi praticata dalle case discografiche.
Ma Veronesi dice che il problema è nel supporto. Che quando c'erano gli LP, allora sì.
Un punto di vista da antiquario borbonico o da austriacante. O da collezionista con la puzza sotto il naso.
Ma un articolo non è tale senza la complicità tra il giornalista superficiale e neghittoso e il tuttologo narciso.
Mi piacerebbe, comunque, che anche ai librai italiani saltasse in mente la possibilità di fare un giorno del negozio di libri. Magari chiedendo a qualche scrittore (non Veronesi, che ci direbbe che il libri una volta erano degli in-folio, allora sì) di scrivere qualcosa sulle librerie. Da regalare ai lettori, come fanno alcuni musicisti americani che regalano brani inediti in occasione del Record store day.
Ma ho paura di cosa scriverebbero i giornali per presentare l'iniziativa.
Ho paura dell'inevitabile intervista ad Augias o delle meraviglie della collezione di libri di Dell'Utri. Del parere di Antonio D'Orrico o del complicato rapporto con i libri di Elisabetta Canalis.

9 commenti:

Piotr ha detto...

A me, come al lupo di Davide Mana, piacciono i Jethro Tull. Ho cercato di farli piacere a mio figlio (quasi 15 y.o.), senza troppo successo. Ma mi è andata di lusso lo stesso: dopo una cotta per i Gorillaz presa ad anni otto, adesso ha eletto la sua band preferita, in modo ragionevolmente stabile. Sono i Clash, che tutto sommato sono forse la seconda o terza nella mia classifica personale. Anzi, adesso crescono di nuovo. Non avevo il doppio Sandinista!, adesso ce l'ho. Anzi, ce l'ha lui, il figlio, ma ce l'ho anche io. Azzarola, che disco.

E' uscito da poco - e certo già sparito dalla programmazione - il film "The future is unwritten", su Joe Strummer. Consigliato a tutti coloro che sono "nati nella sesta decade" del ventesimo secolo. E non solo a loro.

maxciti ha detto...

Anche a mia figlia sono piaciuti molto i Gorillaz. Che piacciono anche a me, a essere sincero.
Meglio i Gorillaz, comunque, che l'ultima Avril Lavigne, una nanetta pettinata come il cugino It degli Addams, con il nasino all'insù che è passata dal fare la ragazzetta terribile alla sposa felice. Emetica.
Adesso Morgana ha sviluppato una passione sfrenata per... i Clash che con la sua consueta elasticità mentale definisce «La migliore band mai esistita».
Apprezza i R.E.M. ma diffida dei Radiohead (mannaggia!) e ignora - purtroppo - perfino l'esistenza dei Jethro Tull.
Ma non sono poi così male 'sti adolescenti del terzo millennio.

Fran ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Piotr ha detto...

Non vorrei essere stato frainteso: I Gorillaz sono una gran band, secondo me, anche a prescindere dal gioco di esistere/non esistere se non come cartoni animati.
Alcuni pezzi (Clint Eastwood, M1 A1 e altri ancora) sono assolutamente notevoli.

Fran ha detto...

Ok, nel cercare di fare altro mi sono cancellata un post: poco male erano stupidaggini.
Anche a me piacciono i Gorillaz, l'idea dei cartoni animati era originale quando è uscita, e di certo sono meglio delle teenager seminude; in più la musica è (a mio modestissimo parere) piuttosto valida.

maxciti ha detto...

Per Fran:
Immagino parli dei rapper con allegate gnoccolone 90-60-90 o gnoccolone eccetera con allegati rapper. Beh, onestamente se mi capita di guardare quel genere di video per più di 7-8 minuti sono colto da un effetto paradossale che potrei grossolanamente definire «nausea per la figa». Allarmante per un eterosessuale di normali appetiti.
A essere davvero terrificante, comunque, la qualità della musica, immaginata, nata, composta, arrangiata ed eseguita avendo in mente tutti i possibili usi commerciali meno che l'ascolto.
In quanto alla Pausini e a Ramazzotti confermo tutto. In questo periodo ho in casa una ragazzetta quindicenne français per il programma di scambi tra superiori italiane e francese. La suddetta - che non è un'idiota - ha giusto snoccciolato i nomi dei due soggetti. E mia figlia: «E Vasco Rossi? E Ligabue?». Niente, non li conosceva.
Morgana c'è rimasta male, e sospetto obblighi la poveretta a una cura intensiva di Liga.
Per Piotr: W i Gorillaz!
Tra l'altro mi piacciono pure i cartoon, della band.

S_3ves ha detto...

I gusti musicali e non di questi adolescenti sono piuttosto sorprendenti, ben diversi da quelli massificati che pensa molta gente. Vero che il mio campione (quindicenni iscritti per la maggior parte - ma non solo - a un liceo scientifico) probabilmente non è rappresentativo, però...
Quando ho tentato di presentare a Morgana i System of a Down, banda di armeni arrabbiati secondo me bravissimi mi ha bloccato subito: "so benissimo chi sono, un paio di pezzi sono proprio belli". E ho scoperto che uno dei suoi compagni di classe è un vero fanatico di Peter Hamill (io devo avere quasi tutta la discografia di PH, ex Van der Graaf Generator. Ma scherziamo: un quindicenne conosce a apprezza un musicista di nicchia in pista dai primi anni Settanta?!
Poi in gita cantano ancora Battisti (che per me ha fatto il suo tempo da un bel po'...)
Aspetto serenamente le accuse di lesa maestà (Battisti) e non mi rimangerò la frase precedente.

Fran ha detto...

Ma perché, Battisti, lesa maestà? Cantabile in gita, certo - quasi più per tradizione che per altro.

Sono stupita che la ragazzetta non abbia anche sparato un altro nome che si associa spesso alla carie e non a caso, artista che dopo ottime stagioni con "Dune Mosse" e cipolle manovrate con mani attive si è purtroppo dedicato ai galli che cantano pur di essere considerato una star internazionale.

Peccato non essere più quindicenne però, la maggior parte della musica che ascoltavo allora mi accompagna ancora.

Davide ha detto...

Come Piotr e il lupo io sono per i Jethro Tull.
Ho anche un flauto qui sullo scaffale a riprova di una giovanile infatuazione.

Il che mi porta a concordare sul fatto che molta della musica che ascoltavo a quindici anni l'ascolto ancora oggi - JT, Jefferson Airplane/Starship, Pretenders, Fleetwood Mac, Tom Petty, BeBop Deluxe.
Leonard Cohen.
I Manhattan Transfer!
Una miscela piuttosto eclettica, mi rendo conto.

In alcuni casi è archeologia, essendo le band morte e sepolte.
In altri casi vale il lovecraftiano "Non è morto ciò che in eterno può attendere".
E che se provi a consigliarla a terzi ti guardano come se fossi un evaso dal manicomio.

L'unica cosa che mi è sempre piaciuta poco sono quei musicisti che "ti devono piacere per forza".
A me i Pink Floyd mettono l'angoscia.
I Doors li trovo falsi.
E Battisti... sarà che per me "una donna per amico" non è una canzone, è una maledizione egizia, ma ho sempre fatto fatica aprenderlo sul serio.