1.4.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 7.

Ci eravamo lasciati con la (mia) promessa di parlare di racconti e novelle e del loro rapporto con l'editoria maggiore, ovvero delle possibilità di approdare alla pubblicazione a fini di lucro scrivendo racconti.
Ho appena finito di scrivere la frase e già mi viene da ridere.
Precorro?
Può essere.
Meglio non precorrere.
E invece parlerò d'altro. Ritornerò al tema originale di questa serie di post.
Ovvero: «A che cosa serve un editore?»
La domanda non è assurda né malposta.
E la sua sola risposta valida non è: «A fare i soldi, a essere portati in giro per presentazioni e a dare la possibilità di scrivere mezza pagina di sciocchezze sul supplemento del quotidiano cittadino».
Siamo seri, via. Si tratta di capire qual è il surplus di significato e di valore che un editore può dare al vostro manoscritto.
Può darsi che siate autori talmente bravi da non aver alcun bisogno di un lavoro di edizione dei vostri testi. Complimenti. Ma se, come accade per la maggior parte di noialtri poveri mortali, vi fa comodo avere un personaggio competente che vi fa notare che la tal frase va tagliata, quell'altra va girata e l'altra ancora va volta in forma diretta, allora benvenuti nel club.
Si tratta di un lavoro da certosini, meglio dirlo subito. Non mi ritengo un editor professionale ma mi è capitato di curare l'edizione (=fare editing) di alcuni racconti. Si tratta di un lavoro lento, delicatissimo perché si tratta di accettare completamente e senza riserve la voce dell'autore senza tentare di sostituirla con la propria. Difficile resistere alla tentazione di suggerire - o tentare sbrigativamente di imporre - sviluppi, esiti e andamenti diversi da quelli scelti dall'autore e più vicini alla propria sensibilità. Tanto più che può capitare di «vedere» una soluzione o uno sbocco che si ha il sospetto che l'autore non abbia visto e che «sicuramente» renderebbero il racconto un piccolo capolavoro (?).
E qui bisogna fare una prima, grossolana distinzione.
Nell'arte dell'edizione esistono la chirurgia ortopedica e la chirurgia estetica.
Nella prima si usano sega, pialla, martello, viti e chiodi. Si amputano delle parti, se ne spostano e sostituiscono altre fino ad avere un testo che si ritiene possa camminare da solo.
Nella seconda si usa un ago fine, un po' di trucco, poco silicone per gonfiare certe parti e una siringa per sgonfiarne altre. Non si taglia quasi nulla se non qualche avverbio o congiunzione, si aggiusta la punteggiatura e via.
Personalmente mi sono occupato quasi esclusivamente della seconda, anche perché i racconti sono organismi fragili e leggeri e massacrarli a colpi di sega, oltre che letale, può rivelarsi inutile. In certi casi può perfino essere consigliabile buttare via tutto e ricominciare da capo.
Scelta draconiana che mi è capitato di fare con testi di mia produzione ma che non ho mai consigliato a nessuno. Semplicemente, in questi casi, mi limitavo a non pubblicare il racconto fornendo qualche consiglio, talvolta - debbo dire - accolto senza troppo entusiasmo.
Tra i racconti ne esistono che (narrativamente) nascono bene e finiscono male, nascono male e finiscono bene e anche, purtroppo, quelli che nascono e finiscono male, ovvero nati da un'idea banale (... ho ucciso venti persone a colpi di mitra, oggi pomeriggio...) condotta straccamente (... mi ricordo quando mio padre mammenava con la cinghia e la mamma rideva...) e che verso la fine si impennano in una chiusa improbabile (... ho ucciso venti persone a colpi di mitra, oggi pomeriggio. Non male per un dodicenne, vero Lucifero?...).
Siete ancora lì?
Come va lo stomaco? E il fegato?
Di questo genere di racconti me ne arriva almeno uno al mese.
Scritti necessariamente in prima persona.
Scabri, ruvidi, essenziali... nelle intenzioni.
In realtà enfatici perché fatti. Di frasi. Troppo. Brevi.
Lo so Soria (mica Hemingway, eh?) scrive così, ma non si tratta di un esempio da seguire.
Se avete il punto e il ritorno a capo facili disintossicatevi leggendo una pagina di Dostoevskij o di Tolstoi. In una sola loro frase ci sono abbastanza storie da riempire un'antologia.
Solo i fessi e Piero Soria scrivono troppo corto (sono paratattici, per dirlo in italiano), ma è un trucchetto scemo per conferire drammaticità a testi che non sanno crearla con altri mezzi.
E imparate a descrivere!
Ecco. Mi sono fatto prendere la mano.
Ma i racconti arrivano a me, non a voi.

A che cosa serve un editore - uno vero - lo si può capire ragionando su un libro che sto leggendo in questo periodo.
«Le radici dell'insalata» di Sergio Astrologo.
Sergio, che conosco da una decina d'anni, è uno scrittore.
Vale un quarto di quello che crede di valere: quanto basta a farne un autore straordinario.
È perfettamente in grado di portarvi altrove con una mezza pagina, di far ridere singhiozzando o sogghignare piangendo. Sa scrivere descrizioni a un passo dal teletrasporto e riassumere uno stato d'animo, un'emozione, una vita in due righe.
Ha un numero incalcolabile di difetti ma vale la pena di sopportare tre sue pagine mal condotte per tre righe che illuminano.
Sergio non ha un buon rapporto con l'editoria.
Ha pubblicato con editori minori e in qualche caso ha pubblicato alcuni libri da solo e a sue spese - vantandosene - perché nessuno era disposto a scommettere un eurocent sui suoi romanzi.
Di quest'ultimo suo romanzo ho letto le prime cento pagine su quasi trecento.
Belle, intense e penetranti le prime cinquanta.
Opache e ridondanti le seconde cinquanta.
Lo ragione sociale di un buon editore - «Einaudi» mi vien fuori quasi automaticamente - sarebbe quella di acchiappare il romanzo di Astrologo e batterlo come un tappeto per eliminare la polvere. E poi istigare l'autore a ricucirlo, tagliuzzarlo, spostarlo, rovesciarlo.
Ma Einaudi non è più Einaudi e Sergio ha abbastanza talento da trovare comunque qualcuno che lo pubblichi. E, oltre al talento, un pessimo carattere. Quanto basta per scoraggiare un editor non abbastanza risoluto.
È un'opinione a caldo, quindi vale quello che vale e potrò modificarla con o senza preavviso.
Ma, al di là dell'esempio scelto, serve a comprendere l'enorme importanza del lavoro di un buon editore.
Nonostante tutto.

13 commenti:

Fran ha detto...

Ognuno di questi capitoli è più interessante del precedente.
Domanda: come mai non vanno altri approcci per un editore? Il primo esempio che mi viene in mente è di dare una lista di pregi e difetti, spiegare all'autore quello che dello scritto è valido e quello che invece pare mal spiegato o noioso o qualsiasi altra cosa... e poi lasciare allo scrittore stesso l'opera di sega, con la stessa sensibilità con cui l'opera era stata scritta all'inizio.
Secondo me (ovvio che parlo a rigor di logica e non perché io abbia esperienza o conescenze in merito) l'intervento dell'editore da chirurgo estetico è necessaria, ma allo stesso tempo per una revisione più massiccia è lo stesso autore a dover accettare un'opinione e a metterla in pratica.

Davide Mana ha detto...

Provo a rispondere io prima che rsponda Massimo.
L'editore non manda una lista di pregi e difetti ed un menù di suggerimenti su come migliorare il racconto perché
a . non ne ha il tempo
b . non è comunque il suo lavoro

Il tempo impiegato a scrivere ad ogni mediocre narratore come diventare un po' meno che mediocre si può spendere leggendo altre proposte e cercando un autore bravo.

I consigli su come migliorare, casomai, all'autore dovrebbe darli l'agente - che conosce il mercato (è per quello che si prende una percentuale sulle vendite) e quindi sa cosa ci vuole e cosa non ci vuole in una storia.

Però, però...
Io come sempre mi riferisco al mondo di lingua inglese - nel quale era e credo sia ancora spesso pratica di certi editori (penso a Tom Doherty e Jim Baen) affiancare ad un autore giovane e promettente una vecchia volpe a fargli da mentore.
Si creano così delle specie di genealogie - per cui De Camp ha aiutato Turtledove e Drake, che hanno aiutato Weber e Bujold...

La scelta è vincente per tutti - l'editore ha un buon vivaio di narratori al quale attingere; i giovani si fanno le ossa con l'assistenza di autori esperti; si crea una comunità nella quale le idee circolano, ci si critica costruttivamente e reciprocamente, ci si recensisce a vicenda eccetera...

Qui da noi?
Ho visto editori cercare autori sui forum dei fan...

maxciti ha detto...

Uh, qui si tratta di materia viva...
Possiedo solo un minimo di competenza in proposito, ma terrei sempre presente la diversa organizzazione dei piccoli e piccolissimi editori, dove le figure professionali e le competenze si sovrappongono (CS_libri ha due factotum, per dire) e quelle dei grandi gruppi editoriali che sovente «esternalizzano» la lettura dei manoscritti.
Chiaramente il minieditore può regolarsi come crede. Produrre un elenco di «va bene» e di «va male», discutere con l'autore a cena o a mezzo e-mail o sms. Sempre che di quel particolare testo si sia incapricciato. Il grande editore, semplicemente, lavora spesso su autori già sgrezzati dai piccoli editori o dalle scuole di scrittura. Il lavoro di edizione, a quel punto può essere più veloce e soddisfacente.
Questa, come sottolinea Davide, non è la situazione dei paesi con un'editoria libraria a grande scala. Il lavoro altrove svolto dall'agenzia editoriale qui viene spezzettato e disperso e sovente monopolizzato da figure professionali equivoche se non da loschi figuri. Anch'io ho visto editori cercare gli autori nei forum di discussione, ma più che di autori si dovrebbe parlare di «polli».
In quanto, infine, al rapporto di mutua collaborazione tra autori, credo appartenga maggiormente al mondo della letteratura fantastica che ha proprie strutture: riviste, convegni, convention. Probabilmente perché la letteratura fantastica codificata (horror, fantasy, sf) c'è un altissimo tasso di passione anche per l'opera altrui e forse meno gelosie e meno spocchia intellettuale.

Fran ha detto...

Prima di tutto grazie per le risposte.

Davide: capisco che un editore abbia poco tempo da sprecare con un autore mediocre, ma il post di Massimo mi pareva parlare proprio del contrario, cioè di un autore di talento che avrebbe tratto enorme beneficio ad ascoltare consigli. Concordo però con il resto del tuo discorso: tutte le aziende in cui ho lavorato con un minimo di influenza anglosassone hanno proprio lo stesso principio di "giovane che inizia" affiancato a "anziano con esperienza", da cui ho tratto profitto io stessa.

È vero però che se il talento manca, manca e basta. E secondo me bisognerebbe proprio dirlo, al giovane scrittore: guarda, il tuo racconto è forse carino, ma non è né originale né interessante. Riprova, oppure prova a considerare l'ippica.

L'Italia è diventato un paese di veline in cui tutti vogliono diventare famosi mostrando porzioni di pelle più estese, se c'è ancora qualcuno che vuole scrivere (e leggere!) bisognerebbe provare ad incoraggiarlo... o no?

Piotr ha detto...

Mio figlio ha il CD d’un film che si intitola School of Rock. Protagonisti, ragazzini delle elementari, al massimo medie. Negli “extra” del CD ci sono interviste agli attori: la maggior parte sono piccoli musicisti (più o meno prodigio) ma almeno una è una attrice, e non musicista. Avrà avuto, boh, dieci o undici anni, all’epoca del film. Non credo sia una mini-attrice famosissima (insomma, Christina Ricci, che pure non è la Temple, credo fosse assai più nota), eppure alla domanda “Come hai saputo che si faceva un casting per questo film?” ha risposto “Beh, naturalmente la prima segnalazione me l’ha data il mio agente…”

Sì, stiamo parlando di cinema, Usa, Hollywood, insomma, e sono cose lontanissime dalla narrativa italiana in cerca di pubblicazione. Ma che il concetto di “agente” sia tanto naturale altrove quanto inesistente da noi, mi pare del tutto evidente. E poi a me sembra che anche noi stessi (vabbè, forse noi tutti no, ma almeno io sì…) si faccia un po’ di confusione sui termini. Non vi sembra che, vittime dell’inglese, in questa discussione rischiamo di fare confusione tra “editor” e “editore”? Posso concedere che un editor dovrebbe lavorare all’interno d’una casa editrice e che, nel caso di case editrici piccole, le figure possano coincidere, ma in genere non è così. Max sa fare tutte e due le cose, ma questo non significa che siano uguali, o sbaglio? Un editore accetta o rifiuta un manoscritto, un editor suda per renderlo leggibile: un editore deve necessariamente tener presente l’aspetto economico del “progetto-libro” nel suo insieme (magari decidendo di rischiare, o di fare beneficenza, se vuole, ma pur sempre valutando la cosa a fondo), un editor deve migliorare il prodotto seguendo logiche più “artistiche” (se mi si passa il termine un po’ impegnativo) che commerciali. Insomma, sono due lavori difficilissimi, ma diversi.
O non ho capito un tubo? Non sarebbe la prima volta, ho una certa predisposizione all’idraulica…

P.S. – Non c’entra molto, ma da qualche parte devo dirlo. Sono molto contento di aver ritrovato “A cosa serve un editore” su LN. Sono molto, molto contento d’aver trovato, in LN, il citato ACSUE di Max e al fondo il racconto del Lupo di Davide. Non so se l’avete fatto apposta, ma aprire e chiudere una rivista con due forme narrative diverse che però di fatto fanno l’autopsia allo stesso tema è cosa davvero bella e geniale; come un teorema dimostrato con due ragionamenti diversi, ne escono entrambi rafforzati. Infine, ma è ma è banale e non dovrei neppure dirlo, tanto è scontato, sono molto, molto, molto contento di avere il mio nome incastrato da qualche parte tra questi due pezzi.

maxciti ha detto...

«È vero però che se il talento manca, manca e basta. E secondo me bisognerebbe proprio dirlo, al giovane scrittore».
Questa è la semplicità che è difficile a farsi, Fran. Anche perché, come diceva Plinio il Vecchio, non esiste un libro talmente brutto da non donare qualcosa a chi lo legge.
In vita mia ho letto circa duemila racconti di autori non professionisti e quelli da bruciare senza salvarne neppure una riga saranno stati una decina. Diverso il discorso se entra in gioco il fattore tempo (cioé denaro). Se la fatica per rendere un testo accettabile è troppa si passa la mano e si legge il successivo, senza bisogno di massacrare nessuno. Il giovine autore può continuare a scrivere come e quando vuole. L'attività di scrivere è un premio a se stessa.
Certo se poi l'autore vuole sapere perché è stato scartato - anche soltanto per una recensione su LN - è giusto dirglierlo. E qui si apre un'altra parentesi. Gli autori di racconti inviati a FM, infatti, ringraziano e si sforzano di sorridere mentre gli autori di libri pubblicati a proprie spese non la prendono affatto bene. In qualche occasione ho scritto per spiegare perché non potevamo né volevamo pubblicare una recensione (oltretutto negativa) ed è stata un'esperienza che non ci tengo a ripetere. In un caso mi è stato chiesto: «ma lei possiede un'anima?», in un altro l'autrice mi ha scritto: «ho passato una notte insonne chiedendomi: "perché tanta crudeltà?"»
C'è da chiedersi perché nessuno sia entusiasta all'idea di segare il lavoro di qualcuno?
Per Piotr.
Benvenuto! Anzi bentornato!
Cartesiano il tuo intervento sulla differenza tra editor ed editore. Colpa della confusione è anche mia che ho tradotto editing con edizione. L'inglese è molto più preciso a questo proposito. Publisher ed editor sono parole con significato ben diverso.
Hai comunque ben definito i compiti relativi. Resta il fatto che gli editor sono specie in via d'estinzione. Troppo lenti quando si tratta di «mettere fuori» un migliaio di novità all'anno. E per «fare» un buon editor ci vogliono anni...
Mi fermo qui. Posso far notte a parlare del mio lavoro, con il rischio di ripetermi senza accorgermene.
Grazie per l'apprezzamento di LN!
Il racconto di Davide è magistralmente maligno e leggerlo (più volte, dal momento che l'ho impaginato) è stato ogni volta un piacere.

Fran ha detto...

OK, la gente non prende mai bene i rifiuti, ma peggio per loro: potrebbero aver ragione (nel senso che potrebbero piacere a qualcun altro con altri gusti e interessi) o torto (nel senso che li aspettano ancora parecchie nasate contro il muro), il punto è che hanno sentito come stanno le cose. Io lo vorrei sapere.

Grazie per la distinzione editor-publisher, rende la situazione italiana ancora più povera, però: se ho capito bene da quello che dite non esistono agenti letterari e quasi non esistono editor...

OT: non vedo l'ora di poter leggere il mio LN.

Davide Mana ha detto...

Diciamo che ce ne sono pochi dell'una e dell'altra specie.
Massimo ha già toccato l'argomento agenti altrove.
Di fatto, molto spesso qui da noi c'è chi dice "agente" ma intende PR - ovvero chi si occupa non di trovare un editore al romanzo, ma di rendere popolare il romanziere.

Gli editor, a guardare certi libri, si direbbe siano estinti.
Ma forse dipende dal fatto che, se a un giovane di belle speranze al primo impiego presso un editore gli dicono "tu farai l'editor", quello la prende come una punizione...

Nota di colore - esistono (in inglese e in varie altre lingue) manuali di editing specifici per categoria (per testi scientifici, per narrativa etc) destinati a chi vuol diventare editor, o essere editor di se stesso...

Davide Mana ha detto...

Ooops!
@Piotr.
Grazie da parte del lupo.
Gli riferirò e sono certo che apprezzerà.
;-)

Massimo ha detto...

Diciamo che in Italia la figura dell'agente e' anomala rispetto ad altri paesi. L'agente dovrebbe essere pagato solo sulla percentuale dei lavori che procaccia allo scrittore e, gioco forza, diventa quindi suo interesse far si' che questi aumenti le sue capacita'. Ma ovviamente si parla di altre nazioni...
Per quanto riguarda gli editor, diciamolo chiaramente che e' un lavoraccio. In Giappone e in America, ad esempio, si deve dare praticamente la disponibilita' di 24 ore. Inutile illudersi che facendo un orario da ufficio si possa avere degli editor validi ed efficienti e che siano in grado di fare tutto quello che dovrebbero...

consolata ha detto...

Ho esitato a inseririrmi in questa discussione che mi interessa moltissimo perché sono un po' perplessa su quello che dice Max.
Dal suo articolo sembra di capire che il compito dell'editore sia quello di operare una ricostruzione estetica sull'opera del pubblicando. Spazzato via l'equivoco tra editore e editor (pericoloso, perché l'intervento dell'editore può essere dettato soprattutto da motivi di mercato – via tutto quello che non vende, e dentro ciò che attira – e il rapporto di potere tra chi pubblica e chi viene pubblicato è molto sbilanciato agli inizi), io penso che l'editor in realtà abbia un compito tutto diverso. Se l'unica strada per "diventare scrittore" è trovare la propria voce (e questo io lo credo fermamente: non è cercando di compiacere qualcuno, mercato o guru letterario, che si arriva al nocciolo di ciò che si vuole dire e di come lo si vuole dire), l'editor dovrebbe aiutare l'autore e il testo a scavare, a osare, a essere se stesso. Quindi giustamente come dice Max a buttare a mare le banalità da moda, le sciatterie da distrazione, ma evitare come la peste gli interventi estetici. Chi ci garantisce la misura del gusto? e chi decide per noi? L'altro grande pericolo è la normalizzazione, l'eliminazione di quello che può sembrare, o essere, irregolare.
Passando alla mia esperienza io ho sempre trovato negli editori un rispetto grandissimo del testo. Mi è sempre stata lasciata la massima libertà e là dove c'era da fare qualche piccola scelta c'è sempre stata una discussione, molto gratificante perché implicava attenzione verso il testo. Il testo appartiene all'autore (in certi casi é l'autore), e qualsiasi intervento deve avvenire con lui come esclusivo interlocutore.
Ciò detto credo che avere un editor al proprio fianco, magari disponibile 24 ore su 24 come dice Massimo, sia il sogno di chiunque scriva. Qualcuno con cui poter discutere i propri dubbi, che ci sottolinei le inesattezze, le incongruenze, che sappia quello che non sappiamo, che si metta al servizio del testo insieme a noi...
(Certo non gli agenti, che con tutto ciò non c'entrano niente, e comunque degli esordienti non vogliono neanche sentire parlare a parte i casi di cui parla Max nel post successivo a questo). Una volta erano spesso le mogli degli scrittori a svolgere questo compito. Adesso non ci resta che sognare l'America o il Giappone.

maxciti ha detto...

Se un uomo si deve giudicare dai suoi amici, direi che io sono a posto.
Un g r a z i e! a Consolata che ha messo a fuoco un aspetto importante della produzione di un testo.
Minipremessa: quando dici «sembra di capire che il compito dell'editore sia quello di operare una ricostruzione estetica sull'opera del pubblicando» fai centro. Tieni conto che in questa serie di articoli non parlo (per partito preso) né della qualità artistica del manoscritto né dell'autonomia dell'artista.
Mi sforzo di spiegare (grossolanamente e a grandi linee) il funzionamento dell'editoria libraria maggiore per evitare di essere grossolanamente presi per i fondelli da sedicenti editori. Personalmente sono convinto che la figura dell'editor, ossia del curatore del manoscritto, non sia propriamente in via di estinzione in Italia quanto piuttosto sia ormai svilita ad attività collaterale condotta da individui impreparati sia dal punto di vista professionale che culturale, che psicologico. D'altra canto la tendenza dei grandi gruppi editoriali è quella di «esternalizzare» molte attività riducendo all'osso le redazioni, in modo da lucrare utili finanziari sulla diminuzione del personale.
Stiglitz insegna che tutte le volte che una società quotata in borsa dichiara un certo numero di licenziamenti le sue quotazioni salgono... Normale, quindi, che nei panni dell'editor vi siano individui precari, non troppo motivati e troppo giovani per aver maturato una vera competenza.
Concordo financo nelle virgole sul tuo sottolineare l'importanza del rispetto dell'autonomia dell'autore e sulla necessità di non sacrificare il valore di un testo alle norme del marketing. Ma questo non è un problema nuovo per l'editoria e per l'arte in generale. La funzione dell'editor è teoricamente - ed è stata per molto tempo - quella di fungere da filtro e da mediatore tra le esigenze dell'autore e quelle dell'editore. Temo che attualmente tale funzione sia scomparsa.

Massimo ha detto...

>Una volta erano spesso le mogli
>degli scrittori a svolgere questo
>compito.
In effetti in Giappone talvolta avviene ancora che sia il coniuge a svolgere tale compito...