Qualche tempo fa - più o meno nel corso del mese di settembre - ho pubblicato un paio di e-book, Coralinda e Luna lontana. Si tratta di testi inediti che, nel caso di Coralinda, ho offerto a un paio di editori con esito nullo e che quindi non ho avuto difficoltà a offrire alla lettura gratuita.
Mi hanno chiesto: «Perché li regali? Perché non riprovi? Non hai sottomano un paio di rappresentanti editoriali a cui rifilarli? Non hai un ricco carnet di numeri di telefono al quale ricorrere? Non conosci altri scrittori ai quali affidarli?»
Beh, proverò a rispondere a tutte queste domande, anche senza rispettare strettamente l'ordine nel quale mi sono state poste. Risponderò anche per aprire una discussione sull'antico e mai esausto tema della pubblicazione che, poco o tanto, mi ha toccato, sia come editore alle prese con turbe di autori che cercano uno sbocco purchessia alla loro pubblicazioni, che come autore assai poco calcolato dal mondo dell'editoria maggiore.
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«Perché li regali?»
Mi rendo conto che regalare un testo, frutto di lavoro, è come mettersi sull'angolo di una strada a eseguire brani musicali con un piattino o un berretto rovesciato posto davanti a sé, confidando nella bontà di chi passa casualmente. Ma, d'altro canto, arriva un momento della propria vita nella quale ci si stanca di contemplare i propri cassetti pieni di manoscritti più o meno ignorati e si desidera di saperli per lo meno in mano a qualcuno, anche se magari per dimenticarsene due minuti dopo averlo scaricato o per poterne ridere leggendone ad alta voce brani scelti agli amici.
Pubblicandone un paio - da notare che si tratta comunque di una porzione ridotta dei «miei scritti» - ho se non altro fatto calare un pochino la pila dei testi in attesa di pubblicazione.
Quanto alla possibilità di pubblicarlo in quanto CS_libri, beh, la pubblicazione in formato e-book non esclude la pubblicazione in formato cartaceo, quindi se la CS (che, ovviamente, non coincide con me stesso) dovesse decidere di pubblicarli, la partita rimane sostanzialmente aperta.
E in ogni caso sapere di avere una pattuglia di lettori «personali» è un ottimo balsamo per il proprio ego.
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«Perché non riprovi?»
Complicato rispondere.
Ma forse nemmeno troppo.
Sono semplicemente un po' stufo degli editori italiani. Bravi o così così, generosi o micragnosi, attenti o arruffoni. Un po' stanco di incontrare sulla mia strada editor (più o meno) capaci che, facendosi scudo delle esigenze di un pubblico di lettori più o meno vasto, mi risponde che «no grazie, il suo testo non ci interessa».
È probabilmente un po' puerile reagire dicendo: «E a me non interessa il vostro disinteresse», ma lo stato d'animo che mi ha spinto ad autopubblicarmi è più o meno questo.
Sono sicuro che il mio atteggiamento non pesi per nulla nel generale bilancio culturale italiano, ma sinceramente la cosa non mi turba nemmeno un po', regalandomi la sensazione - va bene, un po' volatile - di aver saltato un'interrogazione.
In ogni caso un romanzo per ragazzi di gusto urban fantasy e un romanzo breve in puro stile sf «Space opera» non hanno mai avuto molte possibilità di trovare qualche editore entusiasta... C'è la crisi e non è certo il momento nel quale lanciare un nuovo autore. Oltretutto uno che ne sa fin troppo di diritti, commercializzazione, vendite e rese.
No, no per carità.
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«Non hai sottomano un paio di rappresentanti editoriali a cui rifilarli?
Già fatto, rispondo.
Coralinda, per fare un esempio, è stato affidato in tempi diversi a due rappresentanti editoriali che normalmente frequentano la libreria. Disgraziatamente i rappresentanti fanno parte dell'universo commerciale del mondo dell'editoria e non di quello puramente editoriale e tutto ciò che proviene da loro è di norma semplicemente ignorato da un editor appena serio. I librai non possono essere anche scrittori, a meno che non siano poveri faticatori o ignoti fattorini che il mondo editoriale ha sempre disprezzato, dei poveri cenerentoli che il libraio egoista e misantropo non ha mai preso in considerazione e che soltanto un abile e consumato editor può valutare.
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«Non hai un ricco carnet di numeri di telefono al quale ricorrere?»
Certo.
Ma non è simpatico farsi vivo con un editore lasciando cadere distrattamente un «lo sai che ho scritto un romanzo?»
No. Non si fa.
E comunque è necessaria una faccia di bronzo che non ho mai posseduto.
Al massimo si può inserire un proprio libro - in forma di testo già edito, ovviamente - in un pacchetto indirizzato all'editore in oggetto, sperando che non lo butti via e che prima o poi gli getti un'occhiata.
Cosa che finora non è ancora accaduta. O che, se è avvenuta, non ha avuto reazioni.
D'altro canto in genere un editore - parlo per la mia piccola esperienza - ha bisogno di tutto meno che di un giovane o meno giovane autore in cerca di fama e notorietà. Gli editori generalmente detestano gli autori e vogliono avere a che fare con loro il meno possibile. E non scherzo.
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«Non conosci altri scrittori ai quali affidarli?»
Ne conosco, certo.
Con alcuni ho un rapporto di frequentazione quasi quotidiano perché forti lettori, con altri un rapporto meno frequente ma comunque vivo e vitale, con altri ancora un buon rapporto epistolare. Ma anche in questo caso chiedere loro di presentare un proprio testo in casa editrice assomiglia un po' a chiedere loro se amano farsi appendere a testa in giù prima di far l'amore o se la loro signora ha l'abitudine di ruttare.
È bene specificare, comunque, che gli scrittori che conosco e stimo non sono autori da centinaia di migliaia di copie a ogni uscita.
E comunque se pure gli rifilo volentieri i miei testi da leggere non chiederei mai loro di sostenerli, raccomandarli o proporli. Li dò da leggere per il piacere di farlo, accolgo commenti e osservazioni e li ricambio con commenti e osservazioni ai loro testi se mi vengono richiesti... e basta.
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Probabile che, a questo punto, emerga il dubbio che, semplicemente, io non sappia scrivere.
Il ché è perfettamente possibile, ovviamente.
Ma che non è del tutto la verità, dal momento che qualcosa l'ho pubblicato e un paio di premi li ho portati a casa.
Più probabile che io sia:
a) un individuo dotato di un orgoglio inumano, che si farebbe torturare piuttosto chiedere favori, pur essendo disponibile a farne.
b) un soggetto impaziente, ombroso, intollerante e sarcastico che non riconosce le altrui competenze, rischiando di non riconoscerle persino quando sono giuste e sacrosante.
c) un soggetto che ha già un lavoro e scrive per il puro piacere di farlo, permettendosi il lusso di snobbare il mondo che pure gli dà da mangiare.
d) uno scrivente fissato a scrivere un genere di testi che chiunque abbia un minimo di cervello non leggerebbe mai. Un uomo disgraziatamente demodé che continuerà a scrivere fantascienza anche se ipoteticamente spedito nel medioevo da uno scherzo temporale.
e) uno sciagurato che pur non avendo fatto studi umanistici si sforza di lavorare su un terreno che conosce poco.
f) un povero disgraziato che non comprende che in questo momento il talento letterario è la cosa meno importante del mondo. Meglio, molto meglio essere un giovane diseredato ex-black bloc, un'ex-cubista ora scrittrice impetuosa e amara, un vecchio signore che mette in scena una giovane commissaria di polizia delusa (delusa lei, non la polizia) o un ex-profiler divenuto mercante d'arte e fine gastronomo.
O un fattorino di libreria ecc. ecc.
Che tutto ciò abbia o meno a che fare con la letteratura non è minimamente importante. L'importante - anzi il fondamentale - è un titolo sparato nel settimanale di cultura in omaggio con il quotidiano nazionale.
Ma qui si rischia di andare un po' troppo vicino al mio vero lavoro.
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Non ho la minima intenzione di demotivare nessuno, sia chiaro. È probabile che avendo sufficiente testardaggine, un certo talento genuino e non poca fortuna possiate riuscire a emergere.
Se non riuscite, però, non demoralizzatevi.
Possibile che semplicemente vi sia mancata la fortuna. O un po' di talento. Tenendo conto che il talento non è soltanto un dono di natura ma può emergere ed essere fortificato con l'esercizio.
Già, l'esercizio.
Ciò che lavorando non è facile - o è impossibile - coltivare.
In ogni caso il talento non è ciò che riconoscono le scuole di scrittura creativa. La scuole di scrittura creativa possono insegnare - quelle che non si limitano a succhiarvi una certa quantità di denaro - la forma dell'essere scrittore, la puntualità, la serietà, la stringatezza.
Tutte cose importanti, senza dubbio.
Ma non il talento.
Per il momento, comunque, vi consiglio di autopubblicarvi. Male non fa, negli States e in altri paesi dove si legge davvero è diffusissimo e con un po' di fortuna permette di ricevere i pareri di veri lettori.
Che è già moltissimo, giuro.