15.11.11

Resistere, resistere, resistere


L'Italia di Berlusconi non era soltanto bunga bunga, scimmioni incolti e idiotesse vestite da ministre. Non era solo il controllo più farlocco sui media e il tentativo costante di modificare il codice penale per salvarsi il culo. 
Era ed è stato anche il disprezzo, la noncuranza, l'irrisione per chi lavora e cerca di tenere sù come può questa povera Italia. 
Quindi, per favore: 


P.S.: il messaggio è stato pubblicato anche da Silvia Treves sul suo blog e da Morgana Citi nel suo profilo facebook

12.11.11

Once upon a time... Prima parte


In che cosa consiste fare il librario?
Un non-lavoro, secondo alcuni. Un ciondolare felicemente da un libro all'altro, conversando con anime superiori e fini intelletti. 
Un lucrare, sia pure in qualche occasione non del tutto conscio, alle spalle di poveri autori, complici gli editori e i distributori e che soltanto la magnifica e poderosa rivoluzione telematica riuscirà a spazzare via. 
Un lavoro come tanti, da prendere o abbandonare in rapporto al quibus e alle occasioni. 
...
Comincia qui il mio breve viaggio in un lavoro antichissimo, nato molto prima della stampa e subito dopo la nascita di mezzi per conservare la cultura un po' più maneggevoli di un muro o del tramezzo di una caverna.
Scriverlo sarà probabilmente, spero, divertente. In quanto all'essere utile, beh, permettemi di dubitarne. In ogni caso potrete tenerlo come ricordo dei tempi nei quali esistevano ancora librerie indipendenti.
Sullo stile vi permetto di osservare che non è questo il tono adatto a un funerale o quantomeno a un'agonia, un morire ogni giorno un po', un vedere il cielo che lentamente si chiude su di voi. 
Ma io sono soltanto un libraio, non Sigfrido.
I miei nemici - perché ne esistono, anche se loro ignorano di essere tali - sono catastroficamente seri. Nervosi, intolleranti, un filino cocainomani. 
Ecco, io sono e mi sento molto diverso.


...
Per quanto mi riguarda, in che cosa consiste il fare il libraio?
Beh, stare dietro un bancone più o meno lungo, manovrare libri, arredare / svuotare scaffali, comporre vetrine, ripiani, scalini, spazi espositivi, tavoli, piani inclinati...; compilare ordini e spuntare rese; verificare l'esistenza o la morte di un particolare libro; costruire bibliografie, consigliare - e sconsigliare, anche se non è cosa da tutti - letture; suggerire biblioteche, inventare assortimenti di libri per un compleanno, anniversario, genetliaco, ricorrenza e festeggiamento; organizzare + partecipare a presentazioni con autori con o senza rinfresco finale - il primo, comunque, ha il doppio o il triplo del pubblico -, nel caso intervenire e apparire spiritoso e divertente; presidiare allestimenti e box presso convegni, fieredellibro, incontri; interpellare colleghi  e brontolare / lamentarsi all'unisono con loro; fare pacchetti, tagliare la carta per fare pacchetti, creare fiocchi, recuperare sacchetti, utilizzare arredi di cartone dell'editore X per esporvi i libri dell'editore Y o viceversa; distribuire cataloghi, specimen, quartini, capitoliprimi, volantini pubblicitari, riviste autogestite e riviste eterogestite; sostenere, promuovere, elogiare pubblicamente lo scrittore Z, tacendo anche solo l'esistenza dello scrittore W perché Z non s'adonti; schierare i libri in occasione di preminobel, rimembranze, tristi anniversari, giornate della memoria; organizzare e partecipare a Portici di Carta, Marciapiedi di Carta e Bastioni di Carta; sorvegliare (inutilmente) le copisterie della zona universitaria per evitare la fotocopiatura di ogni genere di libro; accogliere comunque in modo (abbastanza) gentile chi apre la porta per chiedere biglietti del tram, il negozio che si trovava lì vent'anni prima, libri scolastici usati, libri universitari fotocopiati, per vendere un'enciclopedia ritrovata nella cantina del nonno, per avere notizie del libro scritto dal bisnonno e misteriosamente scomparso da ogni catalogo; segnalare novità sul sito-della-libreria e preventivamente leggiucchiarle, giusto per non fare la figura del passacarte dell'editore di facile consumo; seguire dibattiti, battibecchi, scazzi, divorzi e riconciliazioni nel mondo editoriale per non fare la figura dell'analfabeta comunicativo e mediale...
...
Questo era soltanto un antipasto. In delle prossime puntate affronterò la Domanda che molti si pongono: «Ma i suggerimenti del mio libraio vanno presi sul serio?» e anche la domanda (minuscola): «Perché tanti librai se la tirano così maledettamente?».
Resistete...



10.11.11

Perchè fai quello che fai?


Da qualche giorno mi girano in mente alcune domande e osservazioni fatte da un paio di frequentatrici di questo blog. Si tratta, tanto per essere chiari, di cily e di lady simmons, che recentemente, commentando alcune mie osservazioni su autori ed editori, hanno sollevato un problema che non avevo minimamente considerato, cioé la funzione e il ruolo del libraio nella scelta dei libri da acquistare e leggere.
Non l'avevo considerato per alcuni motivi, tutti a loro modo significativi: 
1) È un periodo fortemente critico per me e il mio lavoro e da un po' ho smesso di farmi domande sul mio ruolo, semplicemente preso a tentare di rimanere un libraio e non diventare un ex-libraio. 
2) Per fare questo ho dovuto puntare gran parte della mia attività sui testi universitari per le facoltà scientifiche - cioè quelli con cui ho iniziato la mia avventura - finendo giocoforza per considerare con minore attenzione i libri di narratica e saggistica.
3) In ogni caso ho dovuto constatare che la produzione in proposito dei maggiori editori è in un momento di profonda crisi, segnato da stanchezza e ripetitività. Ogni 10 libri che escono 3 sono gialli/thriller/polizieschi (genere che, ahimé, non amo particolarmente, tanto più se evidentemente autoclonato sino alla nausea) e in generale mi pare siano latitanti i libri sorprendenti, curiosi, inattesi, vandalici, irregolari e stimolanti, come se i possibili nuovi autori - sul disordinato e casuale modello di Mo Yan, Perec, Shepard, Arpaia, Xingjian, Hiaasen e mille altri - faticassero a emergere o scegliessero altre forme d'espressione, a sottolineare che siamo al tramonto della narrativa. E senza autori realmente sorprendenti è impossibile proporsi come «divulgatore» del nuovo. A meno di non pensare che il nuovo possa essere Mr. Baricco e i suoi compitini da primo della classe.
La conseguenza prima di questa situazione, in ogni caso, è che la funzione «storica» del libraio si va estinguendo. 
Come la sua stessa esistenza.
Ma Cily e Lady Simmons hanno detto - separatamente e senza alcuna precedente consultazione - che ripongono fiducia in un possibile libraio, identificandolo come possibile (mini)demiurgo verso il mondo della letteratura. 
Ohibò. 
Se ne desume che può ancora essere utile una riflessione sul mio lavoro, riflessione che ho comunque promesso di condurre su queste pagine alle due gentili lettrici . 
Sul mio lavoro, perlomeno finchè resta il mio lavoro. 
Principale difficoltà, credo, è la mole di riflessioni, osservazioni, consigli, inviti alla diffidenza, atteggiamenti teppistici e inquietudini assortite che una riflessione sull'essere libraio nell'A.D. 2011 può portare con sé.
Come non fare il libraio secondo me, ovvero che cosa non faccio e forse farei bene (o male) a non fare. 
Che cosa non si dovrebbe mai fare - tipo l'osservazione sul BiBì (Beato Baricco) di poco fa - e che cosa bisognerebbe assolutamente fare e che non faccio o non so fare. 
Poco poco ci vorranno tre o quattro post. Bene che vada.
Ma una promessa è una promessa.
Comunque, come per la «Guida galattica per autostoppisti», è bene avere una frase introduttiva di conforto. 
Cito liberamente: «Cominci a essere un libraio quando pensi kzzate tipo "ho incassato perché sono un figo pazzesco / la cassa piange perchè sono un povero pirla"», frase in origine non mia ma giustamente attribuita a un Grande Libraio Torinese. Che si può tradurre in italiano corrente con un: «Gli incassi non dicono nulla di serio sul tuo valore». 
Frase in apparenza - o forse non troppo in apparenza - Zen.
A presto.



 

6.11.11

Piccoli che non cresceranno


Come tutti i librai del mondo posso godere della possibilità di ricevere gli editori che non hanno distributori e gli autori autopubblicati.
In genere sono soggetti più o meno timidi e in genere moooolto gentili che rimangono silenziosamente in attesa che si sia sbrigato l'ultimo cliente - o che si sia terminata l'ultima registrazione - prima di tirare fuori il proprio/propri libro/i e perorare la propria causa. 
Con l'esperienza li posso riconoscere senza fatica. Mentre il cliente tipico ha doti di pazienza limitate e una cortesia informale, l'editore/autore ha una pazienza in apparenza infinita e una gentilezza estremamente formale. Paradossalmente questo tende a rendere il sottoscritto libraio molto meno disponibile e molto più rigido di quanto non sia normalmente. Lo spio non visto, conscio della sua presenza, augurandomi che si stanchi e tagli la corda, ben sapendo che è perfettamente inutile: nessuno può risparmiarmi la più o meno disinvolta autopresentazione e l'offerta finale di tenere «qualche copia» della «sua opera». 
Ma non sono una m... come può sembrare, tanto è vero che spesso accetto di tenere l'opera. Si tratta semplicemente di conoscenza del mercato dei lettori che un autore orfano o un editore appassionato ma povero nella maggior parte dei casi non conoscono. 
«Lei potrà offrire l'opera tra le altre e lasciare che sia il cliente a scegliere / lei potrà esporre il mio libro in vetrina, in un angolino...»
I clienti che chiedono consigli sulla lettura sono un venti per cento scarso del totale. In genere persone che cercano regali per terzi, quindi anche più incerti e dubbiosi del solito e comunque per nulla interessati a sperimentazioni o a autori poco o per nulla noti. Gli amanti dei generi più frequentati dagli autori più o meno selvatici (poesia, romanzo sentimentale di stampo autobiografico, pamphlet politicamente rabbioso, memorie) sono meno dell'1% del totale. E tra costoro gli interessati a un nuovo autore sconosciuto hanno una frequenza infinitesimale.
Discorso non troppo diverso si può fare per gli editori, che spesso presentano con libri dalle copertine tragicamente e visibilmente inadeguate. Il tipo di copertine che spingono il possibile cliente a ignorare il libro o a metterlo frettolosamente da parte. 
«Bene. È il momento per tirare fuori il mestiere, perbacco!»
In sostanza affermare di aver letto il libro, di averlo apprezzato e proporlo senza dubbi né esitazioni al cliente.
Il libro magari lo si è anche letto o comunque guardato. E azzardato un giudizio. In fondo il mestiere nasce anche dalla capacità di «sistemare» un libro in un'immaginaria libreria. 
Ma quale può essere la classificazione possibile per un libro malcondotto, con i tempi dei verbi incerti e dubbi, puerile e stentoreo, paurosamente sentimentale o gratuitamente minaccioso, con un finale eccessivo e ridicolo?
Certo nessun libro ha tutte queste caratteristiche insieme ma ciascuna può essere senza difficoltà assegnata a uno dei libri autopubblicati che ricordo. E, vigliaccamente, mi rifiuto di spiegare all'autore o all'editore il motivo per il quale il libro non ha venduto nulla, neppure dopo sei mesi in libreria. In fondo sono soltanto un libraio e non un critico letterario. 
Autori coraggiosamente pieni di sé ed editori vanagloriosi non devono essere contraddetti o chiamati a un momento di riflessione sulle qualità reali del proprio prodotto al momento del rendiconto, pena un brusco cambiamento di stile nel comportamento, un'aggressività malamente tenuta a freno, una durezza improvvisa nei modi. In fondo poter attribuire la colpa dello scacco al libraio è un ottimo modo per poter scacciare lo spettro del fiasco personale ed evitare faticosi esami di coscienza e moleste riflessioni.
L'esistenza di internet ha solo lievemente ridotto il numero di autori autopubblicati e di coraggiosi editori. L'uso degli e-book e di tutte le altre possibili modalità di autopresentazione non sembra interessare molti «giovani autori», evidentemente alla ricerca di un lettore mitologico, impoltronato sotto lampada a stelo, puro stile anni '50 - lettore, lampada e poltrona, e ancora meno interessa gli editori - e qui forse per motivi non del tutto apprezzabili.
Ma ancora di meno a interessare entrambi è la possibilità di presentare onestamente il proprio testo, cercare qualcuno capace di rivederlo e dare qualche utile suggerimento, ideare una veste grafica accettabile, magari affidandosi a un amico / amica pratica di fotografia e di grafica, spendere qualcosa per ottenere un parere da un agente editoriale o da uno scrittore professionista. Ciò che davvero conta è poter arrivare davanti a un libraio e sventolare il proprio capolavoro o il proprio affare sicuro. Facendo finta di ignorare che la vita dei libri può certo essere eterna ma, molto più probabilmente, durare al massimo sei - sette mesi, trascorsi i quali il libro avrà terminato la sua breve vita. E trascorso questo tempo che cosa resterà delle speranze di gloria, di fama imperitura? 
Ciò che molti autori autopubblicati ignorano è la sorte di tanti «giovani autori» dei quali si sono perse le tracce dopo uno o due libri pubblicati da grandi editori. Semplicemente riingoiati dall'anonimato dopo un breve passaggio sul palcoscenico. 
Il famoso quarto d'ora di notorietà che si concede a tutti. 
Il desiderio di diventare scrittori o editori è una sirena impossibile da dimenticare, lo so bene, ma almeno in parte labile. Mentre considero la possibilità reale di vendita del nuovo romanzo edito da «Tipografia progetto nuovi autori» o dall'editore «L'ormeggio» mi chiedo per quanto tempo l'autore conserverà tutto l'entusiasmo che mostra. E se poi tornerà a controllare il venduto. 
In libreria devo avere almeno una cinquantina di libri «dimenticati» da autori o editori che immagino abbiano gettato la spugna. E questi fantasmi di libri sono più nudi e più tristi anche dei libri rimasti in libreria a invecchiare perché pubblicati da editori dichiaratamente nel frattempo falliti. 
Ma anche così sono riluttante a portarli al più vicino cassonetto per il recupero carta. Non so, qualcuno degli autori potrebbe ancora passare...





P.S. Per completezza di informazione voglio soltanto ricordare alcuni piccoli editori che normalmente ospito in libreria e che non hanno alcuna parentela con quelli qui presentati. Un editore di fumetti, uno di fotografia, uno di filosofia. Lavorano da anni e puntualmente mi presentano le loro novità, una alla volta. Qualcosa si vende persino. Talvolta ho il desiderio di tagliare la corda, vedendoli, ma in fondo sento questo impulso anche con i ben più titolati rappresentanti dei Veri Editori. 
Devo essere un tipo poco socievole, come ha sempre detto mia mamma.
   

 

2.11.11

Una mattina, in banca


Tra le necessità che mi devo accollare c'è anche la rituale visita alla banca, dove versare «gli incassi», ovvero il vile denaro che i clienti hanno avuto la bontà di spendere in libreria.  Visto il momentaccio dell'Italia non si tratta mai di grosse cifre, sicché non ho bisogno di farmi scortare da qualcuno. Mi munisco di una busta, dei denari e via, a piedi, dal momento che la banca non è lontana. Oggi sono partito munito anche del mio ridicolo cane, non tanto per paura di rapine ma per fargli prendere un po' d'aria. In caso di incontri con malintenzionati - o anche di semplici sconosciuti - il mio coraggiosissimo cane si fa piccolo come un orsetto di peluche e tenta di nascondersi dietro le mie gambe. 
Siamo entrati, abbiamo passato la porta rotante, «fammi entrare, kz, non devi entrare solo tu», e ci siamo accomodati in attesa del nostro turno. 
Nella «mia» banca, dove per «mia» si intende soltanto «la banca che ci presta i soldi per tirare avanti», non c'è mai particolare movimento. Ci sono due o tre persone in attesa e nulla di più. Durante l'attesa scopro immancabilmente che in banca si possono fare operazioni che ignoravo e scopro anche che sono ben pochi i soggetti che verosimilmente sono più pezzenti del sottoscritto. E questi sono immancabilmente giovani. I miei coetanei, vestiti di loden, vitello, nappa, pelle si aggirano dichiarando ad alta voce:«Perché non sono ancora arrivati i 4.320,17 interessi accreditatimi tre giorni fa?». Vi prego notare la finezza di dichiarare ad alta voce l'importo degli interessi, in modo che ognuno dei presenti possa ipotizzare il capitale. O dichiarare, sempre ad alta voce: «Certo che le cose vanno male, è colpa degli immigrati, di tutti quei rom romeni che vengono qui a derubarci». 
In entrambi i casi puntualizzo che non ho inventato nulla, nemmeno le virgole. 
Ma a parte i rentiers e gli evasori fiscali, probabilmente gli unici che hanno motivi seri per andare in banca, è possibile incontrare anche dei soggetti felicemente immemori, per i quali una coda è un'ottima occasione per chiacchierare. 
E per fare commenti sulla situazione attuale.
Oggi è stata la volta di un uomo decisamente sovrappeso che mi ha abbordato, così commentando l'evidente vigliaccheria del mio cane: «Ci sono cani così che hanno sempre paura ma poi salvano intere famiglie.»
Ho sorriso. Certo. 
«Come quello che è successo in Toscana»
Anche in Liguria, puntualizzo. 
«Certo. È che le scuole non servono a nulla. Tutti sanno usare i computer ma se piove non sanno più cosa fare».
...
«Proprio così. Una volta insegnavano a xxxxx e a xxxxxx, ma adesso sanno solo scriversi con computer. Poi succedono certe cose e buonanotte.»
Non so che cosa rispondere, davvero. 
Io pensavo che ciò che è accaduto in Liguria e Toscana fosse la conseguenza di investimenti ritardati o non fatti, di inattività, stupidità o inazione di certe giunte locali popolate da un ceto politico cieco o corrotto. 
E invece no. 
Tutta colpa di studenti, insegnanti, scuole eccetera.
E del computer. 
«Una volta insegnavano a...»
A fare cosa? 
A fermare le alluvioni con le mani? 
A fare la danza contro la pioggia?
A nascondersi sotto i banchi in caso in caso di bombardamento nucleare e di pioggia esagerata?
Ho versato e sono fuggito. 
Ho avuto spesso la sensazione che la gente non capisse davvero che cosa stava succedendo, ma potevo provare a immaginare quale fosse il filo dei suoi pensieri. Ho immaginato gente in buona fede che si fidava di Berlusconi - non facile, giuro - proletari che votavano convinti per la Lega, diseredati convocati grazie a un pranzo al sacco e una gita a Roma, che applaudono un Cetto La Qualunque o un Mimmo Scilipoti, ma finora non avevo ancora immaginato fosse possibile addossare la colpa di quello che succede ai computer. 
Scarsa fantasia mia, probabilmente. Un intellettuale è probabilmente la cosa più inutile del mondo.
La bicicletta inutile per il pesce.
O, come si diceva un tempo, citando Maotsetong: «chi non fa inchiesta non ha diritto di parola». 
Gia. ma serve a qualcosa fare inchiesta in questa Italia del 2011? 

 

26.10.11

Una giornata come tante


«Tu fai il libraio»
Esatto.
Ci sono vari modi di sbarcare il lunario e io lo faccio vendendo libri. Ci sono lavori peggiori e lavori migliori. Per migliori si intende qui: «che danno un'entrata certa e ragionevole», per peggiori, per quanto mi riguarda, quasi tutti quelli che mi vengono in mente.
Però anche così ci sono momenti difficili. 
È appena entrata una studentessa che cercava il libro di Chimica «fotocopiato». 
Non è stata la prima e certo non sarà l'ultima.
Il primo impulso è semplicemente quello di metterla alla porta, ma poi mi sono fermato e ho provato a ragionare. 
E il ragionamento lo potete trovare qui di seguito. 
I libri universitari sono costosi, non c'è dubbio. Anche troppo. Quelli per le facoltà scientifiche anche di più E anche il piccolo sconto offerto dalle librerie è poca cosa rispetto all'apparente megasconto costituito da un libro in fotocopia. «La copia anastatica di un libro», come l'ha chiamata un studente ignoto e farlocco.  
Esempio: libro di chimica di 800 pagine, euro 53,00. Fotocopiato: 800 x 0,03 = 24 euro. Quasi 30 euro - circa sessantamila lire - in meno. 
È pur vero che il libro fotocopiato fa abbastanza schifo, che le molecole senza i colori risultano solo faticosamente comprensibili, che la rilegatura a spirale taglia i fogli e che alla lunga il «libro» comincerà a perdere le pagine e sarà buono da buttare e che portarselo dietro a lezione non è così facile, né raccomandabile se il docente è anche uno degli autori, eccetera. 

Resta il fatto che l'avete pagato ben 30 euro di meno. 
Sono stato studente anch'io, detto per inciso, e ricordo di aver studiato anche su libri usati. Meno me ne fregava della materia in oggetto più ci mettevo convinzione nel cercare il tomo usato. Anche molto, usato. Qualcosina l'ho anche fotocopiato. Ricordo un centinaio di pagine fotocopiate dal glorioso Lehninger di biochimica a completare il testo canonico. Era bello, il Lehninger. A un certo punto lo comprai. Era faticoso, l'esame di biochimica. E il Lehninger mi piaceva davvero. 
Costava, se mi ricordo bene, più o meno trentamila lire. 
Mi rendo conto che provare a spiegare a qualcuno che esiste una sostanziale «eleganza» nella biochimica metabolica e ci sono libri capaci di rappresentarla si rischia di essere ricoverati come pazzi scatenati, ma è proprio vero. 
In sostanza: «come cazzo si fa a fotocopiare un libro senza sapere quanto vale?»
Non ne faccio un problema di disponibilità della famiglia. Per carità. L'università è diventata (troppo) costosa, tanto che adesso ci sono anche i genitori a premere per «risparmiare qualcosa sui libri, a comprarli usati o fotocopiati». Ma i libri non sono - o non dovrebbero essere - semplicemente un insieme di nozioni da ingoiare di corsa fino al giorno dell'esame e da dimenticare il giorno dopo.
I libri sono un discorso, un approccio, una visione del mondo. 
Focopiandoli si rischia, seriamente, non solo di impoverire le case editrici (che va bene, in qualche caso se lo meritano), ma di far aumentare il prezzo del libro - tiratura più bassa = aumento del prezzo di copertina -, prendendo a prestito senza pagarlo il lavoro di autori, traduttori, correttori e tipografi. 
Vi terreste una bicicletta del comune? 
Uscireste da una pizzeria senza chiedere il conto? 
Lo so, non è un concetto così facile da comprendere, ma sono convinto che se da un lato esistano libri che «dovrebbero esistere» esclusivamente in forma di fotocopia - fotocopie viventi, in sostanza - e che potrebbero senza problemi essere scaricati via internet, d'altra parte esistono libri che meritano un po' di sacrificio. Che meritano di rinunciare al prossimo cocktail o alla prossima birra - non è un'invenzione, ho una figlia matricola - per poterli possedere. Che forniscono non soltanto nozioni ma anche un sistema di riferimento per gestirle, comprenderle, assimilarle e farle proprie. 
Certo, anche un libro fotocopiato può svolgere la stessa funzione, ma... riuscireste a tagliare la corda dalla pizzeria se conosceste e stimaste il pizzaiolo? 
E una volta che il pizzaiolo avesse chiuso per fallimento, dove andreste a mangiare la sua leggendaria pizza ai funghi, melanzane e speck? 
Ma ciò che mi colpisce davvero - abbiate pazienza, sono un candido - è la bella faccia da sberle esibita da alcuni studenti, per lo più, faccio notare, con evidenti mezzi per sopravvivere a questa ed altre crisi. Come se uno andasse in giro tutto furbo e soddisfatto per aver fregato una bici o non aver pagato il conto. Il tipo di aria furbetta da un Lavitola qualunque. 
Aggiungete, infine, la mia scarsissima simpatia per gran parte per le copisterie, spuntate come funghi nella zona universitaria, spesso dotate di una professionalità vicino allo zero e che tirano avanti vendendo libri fotocopiati stampati altrove e che li stivano nei dintorni della fotocopieria, anche nel retro di un negozio di parrucchiera (vita vissuta...). 
Credo che faccia parte dell'essenziale disonestà di questo paese «fare i furbi» e non pagare il dovuto. 
E presentarsi con una bella faccia da pirla a chiedere, in libreria: «Avete mica libri fotocopiati?».
«No, però possiamo vendertene uno da fotocopiare». 
Mi consola un pochino pensare che in futuro il libro universitario passerà in gran parte da internet. 
Se finirò sotto un ponte, avrò a farmi compagnia tutti i fotocopiatori della zona.


21.10.11

Ma perché li regali?


Qualche tempo fa - più o meno nel corso del mese di settembre - ho pubblicato un paio di e-book, Coralinda e Luna lontana. Si tratta di testi inediti che, nel caso di Coralinda, ho offerto a un paio di editori con esito nullo e che quindi non ho avuto difficoltà a offrire alla lettura gratuita. 
Mi hanno chiesto: «Perché li regali? Perché non riprovi? Non hai sottomano un paio di rappresentanti editoriali a cui rifilarli? Non hai un ricco carnet di numeri di telefono al quale ricorrere? Non conosci altri scrittori ai quali affidarli?»
Beh, proverò a rispondere a tutte queste domande, anche senza rispettare strettamente l'ordine nel quale mi sono state poste. Risponderò anche per aprire una discussione sull'antico e mai esausto tema della pubblicazione che, poco o tanto, mi ha toccato, sia come editore alle prese con turbe di autori che cercano uno sbocco purchessia alla loro pubblicazioni, che come autore assai poco calcolato dal mondo dell'editoria maggiore.
...
«Perché li regali?»
Mi rendo conto che regalare un testo, frutto di lavoro, è come mettersi sull'angolo di una strada a eseguire brani musicali con un piattino o un berretto rovesciato posto davanti a sé, confidando nella bontà di chi passa casualmente. Ma, d'altro canto, arriva un momento della propria vita nella quale ci si stanca di contemplare i propri cassetti pieni di manoscritti più o meno ignorati e si desidera di saperli per lo meno in mano a qualcuno, anche se magari per dimenticarsene due minuti dopo averlo scaricato o per poterne ridere leggendone ad alta voce brani scelti agli amici. 
Pubblicandone un paio - da notare che si tratta comunque di una porzione ridotta dei «miei scritti» - ho se non altro fatto calare un pochino la pila dei testi in attesa di pubblicazione. 
Quanto alla possibilità di pubblicarlo in quanto CS_libri, beh, la pubblicazione in formato e-book non esclude la pubblicazione in formato cartaceo, quindi se la CS (che, ovviamente, non coincide con me stesso) dovesse decidere di pubblicarli, la partita rimane sostanzialmente aperta.
E in ogni caso sapere di avere una pattuglia di lettori «personali» è un ottimo balsamo per il proprio ego.
...
«Perché non riprovi?»
Complicato rispondere. 
Ma forse nemmeno troppo.
Sono semplicemente un po' stufo degli editori italiani. Bravi o così così, generosi o micragnosi, attenti o arruffoni. Un po' stanco di incontrare sulla mia strada editor (più o meno) capaci che, facendosi scudo delle esigenze di un pubblico di lettori più o meno vasto, mi risponde che «no grazie, il suo testo non ci interessa». 
È probabilmente un po' puerile reagire dicendo: «E a me non interessa il vostro disinteresse», ma lo stato d'animo che mi ha spinto ad autopubblicarmi è più o meno questo.
Sono sicuro che il mio atteggiamento non pesi per nulla nel generale bilancio culturale italiano, ma sinceramente la cosa non mi turba nemmeno un po', regalandomi la sensazione - va bene, un po' volatile - di aver saltato un'interrogazione.
In ogni caso un romanzo per ragazzi di gusto urban fantasy e un romanzo breve in puro stile sf «Space opera» non hanno mai avuto molte possibilità di trovare qualche editore entusiasta... C'è la crisi e non è certo il momento nel quale lanciare un nuovo autore. Oltretutto uno che ne sa fin troppo di diritti, commercializzazione, vendite e rese.
No, no per carità.
...
«Non hai sottomano un paio di rappresentanti editoriali a cui rifilarli?
Già fatto, rispondo. 
Coralinda, per fare un esempio, è stato affidato in tempi diversi a due rappresentanti editoriali che normalmente frequentano la libreria. Disgraziatamente i rappresentanti fanno parte dell'universo commerciale del mondo dell'editoria e non di quello puramente editoriale e tutto ciò che proviene da loro è di norma semplicemente ignorato da un editor appena serio. I librai non possono essere anche scrittori, a meno che non siano poveri faticatori o ignoti fattorini che il mondo editoriale ha sempre disprezzato, dei poveri cenerentoli che il libraio egoista e misantropo non ha mai preso in considerazione e che soltanto un abile e consumato editor può valutare.
...
«Non hai un ricco carnet di numeri di telefono al quale ricorrere?»
Certo.
Ma non è simpatico farsi vivo con un editore lasciando cadere distrattamente un «lo sai che ho scritto un romanzo?»
No. Non si fa. 
E comunque è necessaria una faccia di bronzo che non ho mai posseduto.
Al massimo si può inserire un proprio libro - in forma di testo già edito, ovviamente - in un pacchetto indirizzato all'editore in oggetto, sperando che non lo butti via e che prima o poi gli getti un'occhiata. 
Cosa che finora non è ancora accaduta. O che, se è avvenuta, non ha avuto reazioni. 
D'altro canto in genere un editore - parlo per la mia piccola esperienza - ha bisogno di tutto meno che di un giovane o meno giovane autore in cerca di fama e notorietà. Gli editori generalmente detestano gli autori e vogliono avere a che fare con loro il meno possibile. E non scherzo. 
...
«Non conosci altri scrittori ai quali affidarli?»
Ne conosco, certo.
Con alcuni ho un rapporto di frequentazione quasi quotidiano perché forti lettori, con altri un rapporto meno frequente ma comunque vivo e vitale, con altri ancora un buon rapporto epistolare. Ma anche in questo caso chiedere loro di presentare un proprio testo in casa editrice assomiglia un po' a chiedere loro se amano farsi appendere a testa in giù prima di far l'amore o se la loro signora ha l'abitudine di ruttare. 
È bene specificare, comunque, che gli scrittori che conosco e stimo non sono autori da centinaia di migliaia di copie a ogni uscita.
E comunque se pure gli rifilo volentieri i miei testi da leggere non chiederei mai loro di sostenerli, raccomandarli o proporli. Li dò da leggere per il piacere di farlo, accolgo commenti e osservazioni e li ricambio con commenti e osservazioni ai loro testi se mi vengono richiesti... e basta. 
...
Probabile che, a questo punto, emerga il dubbio che, semplicemente, io non sappia scrivere. 
Il ché è perfettamente possibile, ovviamente. 
Ma che non è del tutto la verità, dal momento che qualcosa l'ho pubblicato e un paio di premi li ho portati a casa. 
Più probabile che io sia:
a) un individuo dotato di un orgoglio inumano, che si farebbe torturare piuttosto chiedere favori, pur essendo disponibile a farne.
b) un soggetto impaziente, ombroso, intollerante e sarcastico che non riconosce le altrui competenze, rischiando di non riconoscerle persino quando sono giuste e sacrosante. 
c) un soggetto che ha già un lavoro e scrive per il puro piacere di farlo, permettendosi il lusso di snobbare il mondo che pure gli dà da mangiare.
d) uno scrivente fissato a scrivere un genere di testi che chiunque abbia un minimo di cervello non leggerebbe mai. Un uomo disgraziatamente demodé che continuerà a scrivere fantascienza anche se ipoteticamente spedito nel medioevo da uno scherzo temporale. 
e) uno sciagurato che pur non avendo fatto studi umanistici si sforza di lavorare su un terreno che conosce poco.
f) un povero disgraziato che non comprende che in questo momento il talento letterario è la cosa meno importante del mondo. Meglio, molto meglio essere un giovane diseredato ex-black bloc, un'ex-cubista ora scrittrice impetuosa e amara, un vecchio signore che mette in scena una giovane commissaria di polizia delusa (delusa lei, non la polizia) o un ex-profiler divenuto mercante d'arte e fine gastronomo. 
O un fattorino di libreria ecc. ecc.
Che tutto ciò abbia o meno a che fare con la letteratura non è minimamente importante. L'importante - anzi il fondamentale - è un titolo sparato nel settimanale di cultura in omaggio con il quotidiano nazionale.
Ma qui si rischia di andare un po' troppo vicino al mio vero lavoro. 
...
Non ho la minima intenzione di demotivare nessuno, sia chiaro. È probabile che avendo sufficiente testardaggine, un certo talento genuino e non poca fortuna possiate riuscire a emergere. 
Se non riuscite, però, non demoralizzatevi. 
Possibile che semplicemente vi sia mancata la fortuna. O un po' di talento. Tenendo conto che il talento non è soltanto un dono di natura ma può emergere ed essere fortificato con l'esercizio. 
Già, l'esercizio. 
Ciò che lavorando non è facile - o è impossibile - coltivare.
In ogni caso il talento non è ciò che riconoscono le scuole di scrittura creativa. La scuole di scrittura creativa possono insegnare - quelle che non si limitano a succhiarvi una certa quantità di denaro - la forma dell'essere scrittore, la puntualità, la serietà, la stringatezza. 
Tutte cose importanti, senza dubbio.
Ma non il talento.
Per il momento, comunque, vi consiglio di autopubblicarvi. Male non fa, negli States e in altri paesi dove si legge davvero è diffusissimo e con un po' di fortuna permette di ricevere i pareri di veri lettori.  
Che è già moltissimo, giuro.




19.10.11

Compito eseguito


In calce al capitolo 2 di Sick Building Syndrome potete trovare le mie cento parole
Probabilmente a qualcuno verrà il dubbio che abbiamo deciso di prendere di mira il capitolo 2, ma non è così.
Semplicemente, per quanto mi riguarda, mi ha colpito un personaggio molto secondario ma in qualche modo significativo. Parlo di Armida, un «fantasma» che appare brevemente sibilando oscure minacce che non riuscirà a realizzare.  Un personaggio nel quale un'apparenza brutale e volutamente ributtante cela un tenace e inguaribile rimpianto.
Un «ottimo» fantasma, credo, al quale ho tentato di regalare un piccolo passaggio in prima persona.

13.10.11

100 e non più


Altra proposta oscena o giù di lì di Davide Mana, eminenza grigia alle spalle dell'osceno progetto «Sick Building Syndrome».
Questa volta si tratta di «aggiungere» un contributo personale a un brano altrui, la famosa «scena tagliata». 
Cento parole, non una di più.
Ovviamente non è affatto facile. Sia perché si tratta di imitare uno stile non proprio, sia perché i tempi di quasi tutti i contributi a loro tempo scritti sono piuttosto stretti e ravvicinati. In fondo il primo giro prevedeva un massimo di 1.500 parole che, come ognuno immagina, non permettono di scialare e di dedicare, per esempio, cinquecento parole a descrivere il paesaggio e l'ambiente o lo stato d'animo corrusco e ombroso di Armida o di Stefano.
Cento parole sono poche, non c'è dubbio. 
Basta dire che fino alla parola «dubbio» di questo post erano già 126...
Ma perché mai un ultracinquantenne, carico di cose da fare, occupato in libreria dalle 9.00 alle 19.00 in pratica tutti i giorni e talvolta anche la domenica o la sera, dovrebbe dedicare tempo a scrivere un oscuro passaggio che non gli frutterà nulla di nulla né in termini di denaro né di fama?
Bella domanda.
Proviamo a cambiarla un pochino. 
Perché esiste gente che dedica tempo e fatica a giocare a poker? Chi glielo fa fare, tanto più che si rischia di perdere dei soldi? 
Ecco, scrivere è una piccola maledizione della quale è impossibile liberarsi. Costa tempo - rimediato dove capita e come si può -, fatica, molto impegno e molto difficilmente li ricambia anche solo in minima parte. 
Come il poker, appunto, dove è difficile arricchire, a meno di non barare. 
Eppure...
A questo punto avrete capito che ho intenzione di partecipare anche a questo giro del Round Robin. 
Rilancio, insomma, immemore e incurante del fatto che la vita è breve e la salute anche di più.
Quando avrò postato il mio contributo, lo saprete su queste pagine, oltre che su quelle di Sick Building Syndrome.  


  

11.10.11

Dopo i Portici

Anche questa volta ce l'abbiamo fatta.
Ci siamo alzati intorno alle 7.00 il sabato per arrivare a predisporre il banchetto in tempo. 
E alle 8.00 la domenica per lo stesso motivo, dopo aver presidiato il nostro piccolo ridotto fino alle 23.30 del sabato. 
Lo so, avremmo dovuto presidiarlo fino alle 24.00, ma la latitanza dei possibili clienti ci ha spinto a tagliare la corda un po' prima. 
I Portici nel loro insieme avevano questa apparenza: 

 Una lunghissima serie di banchi carichi di libri, in sostanza.

Più o meno frequentati. E più o meno visitati.
«Rispetto all'anno precedente...»
In questi casi è normale e praticamente automatico fare paragoni, valutare se si è perso o guadagnato in presenze, se si sono venduto più o meno libri. 
Se si è guadagnato qualcosa.
Beh, beh...
I portici 2011 non passeranno certo alla storia per l'affollamento, di visitatori, di espositori, di ospiti, di scrittori, critici ecc. 
Anzi.
Si è trattato di un'edizione un po' «scura» o «buia»...

... E non soltanto per il ritardo nell'aver acceso le luci la domenica sera, ma perché povera di autori e povera di librai. 
È pur vero che la libreria Mondadori di Via Viotti (che non partecipava ai Portici) ha affisso uno stupendo manifesto che recitava «In occasione dei portici di carta, sconto 15%!!!», ma a parte le barzellette di sapore berlusconiano, è evidentemente diminuito il numero di librai presenti. 
Economicamente defunti? In coma? Con la testa nel cappio? 
Difficile dirlo, fatto sta che i mitici due chilometri di libreria si sono intrinsecamente ridotti, lasciando più spazio tra un libreria e l'altra e facendo partire la sfilata delle librerie qualche metro dopo l'angolo della via.
In ogni caso non si può dire che non ci fosse nemmeno un cane, nonostante il poco o pochissimo che ha fatto il comune di Torino.
Né che mancassero personaggi decisamente particolari. 



Il pubblico e anche chi lavorava ai banchetti non ha perso il buonumore, 


I Portici sono, nonostante tutto ciò che (non) si fa per difenderli e promuoverli, una manifestazione importante per Torino. Anche più di altre pompatissime e finanziatissime iniziative, ipoteticamente rivolte ai lettori.
...I soliti quattro, peraltro. 
Rocco Pinto ha dichiarato ieri, in un'intervista a La Repubblica, che sarebbe bene che i Portici divenissero una sorta di Salone d'autunno. Questo per evitare che, un po' per volta, impallidiscano fino a svanire.
Personalmente ho poca simpatia per il Salone e credo che il suo rapporto con i libri sia più pacchiano ed esibizionista che realmente efficace, ma capisco che per ragionare con gli enti locali è necessario fare riferimento a progetti che hanno avuto successo, per lo meno mediatico.  
Sicuramente nella prossima edizione, nei fantomatici Portici 2012 sarà bene che la segnalazione dell'evento parta almeno quindici giorni prima, che i volantini con gli eventi e la posizione tematiche (QUI narrativa, QUI letteratura tradizional, QUI spiritualità, QUI scienza) siano pronti in modo da poter essere distribuiti in libreria. Ma anche sulla metropolitana, negli uffici pubblici, nelle biblioteche, nei teatri ecc. ecc. 
Perchè lo vedano giovani, tanto per dire...


 E «pronti» non significa che ci sono il venerdì mattina quando la manifestazione comincia il sabato...
Perché col tempo si rischia di disaffezionarsi. 
Di stancarsi. 
Di mandare al diavolo comune, provincia e regione. 
...
In ogni caso arrivederci ai prossimi Portici.
Speriamo.







5.10.11

La Libreria più grande del mondo (?)


L'8 e il 9 di ottobre, ovvero questo week-end, ci sarà la nuova edizione de «I portici di carta», rassegna libraria inventata dai librai torinesi e giunta alla sua quinta edizione. 
Di che cosa si tratta?
Sostanzialmente di un mercato librario all'aperto, alloggiato sotto i portici di Via Roma, ovvero nelle «vasche» del passeggio festivo e semifestivo pomeridiano a Torino. 
Un «mercatino» di considerevoli dimensioni, ovvero un paio di chilometri - più o meno - di bancarelle con romanzi, saggi, biografie, manuali, pamphlet, interventi, trattati, ebdomadarii, enciclopedie, riviste, calendari, albi, e-book e DVD  in edizioni lussuose o ultraeconomiche, in forma di tascabili, brossura, in-folio e rilegati, nuovi e usati, organizzati secondo le aree di specializzazione (Narrativa, Passioni, Arti espressive, Storia e società, Bambini, Scienza e tecnologia ecc.) in grado di saziare anche il lettore più incontentabile. 
Un'iniziativa non piccola né così facile da organizzare e che ha, ovviamente, dei costi. 
E qui veniamo al problema con il quale i Portici si sono dovuti scontrare più o meno dalla sua nascita, aggravato quest'anno dalla crisi economica e dalla situazione non facile degli enti locali. 
A Torino, città ormai da lustri governata dal centro-sinistra, esistono non poche iniziative legate al libro. Dall'annuale Fiera del Libro al Circolo dei Lettori, iniziative in un caso legate all'esposizione da parte degli editori della propria produzione e nell'altro alla presentazione al pubblico dei lettori di autori e titoli di una certa rilevanza culturale. 
In mezzo a questi due «giganti» - per lo meno in termini di investimenti da parte degli enti locali - ci siamo noialtri librai con i nostri piccoli e pelosi «Portici», che, a quanto pare non stimolano particolarmente giunta e assessori. 
Quest'anno il calendario dei Portici è slittato da fine settembre a metà ottobre cosa che non è poi così secondaria, dal momento che esporre i propri banchi sotto la pioggia non è una buona idea... Senza contare la soddisfazione impareggiabile di rimanere per un intero week-end esposti letteralmente ai quattro venti dietro a un tavolino... 
«Ma a Torino a settembre ci sono già troppe iniziative, ed è il caso di scaglionarle un po'». Sulla base di questa argomentazione, illustrata dall'assessore alla cultura di Torino - dottor Braccialarghe -, la prima proposta arrivata ai librai è stata quella di tenere i Portici in novembre (!!!), proposta fortunatamente rientrata. 
I manifesti per la manifestazione sono stati preparati soltanto lunedì (3 ottobre), mentre i volantini non sono ancora pronti e dio solo (e forse l'assessore Braccialarghe) sanno quando saranno pronti. Come per le passate occasioni la pubblicità all'iniziativa è quantomeno in ritardo, e quest'anno si rischia seriamente di non vederla per nulla.
Non parliamo poi di un minimo di pubblicità in Piemonte e nel resto dell'Italia del Nord. 
Scomparso il sito web dei «Portici», sono apparse alcune - brevi - segnalazioni sul sito della Fondazione per il libro, la musica e la cultura (Fiera del libro) e su siti locali (Ecotorino ecc.), meno dello spazio e del risalto che avrebbe avuto un passaggio a Torino di Umberto Eco o di Andrea Camilleri. 
Insomma, il dubbio che viene è che se i Portici non fossero proprio andati in onda nessuno nelle giunte comunali e regionali si sarebbe suicidato per il dispiacere. Ed è veramente un esempio di felice ed immemore imbecillità aver fatto così poco per una manifestazione unica in Europa. 
Prontissimo a rimangiarmi tutto e a pubblicare grandi post pieni di scuse nel caso le cose andassero diversamente e il comune di Torino dimostrasse un po' di interesse e di considerazione per noialtri «bottegai della cultura», ma stando così le cose non posso che constatare che ancora una volta ha prevalso la considerazione, odorosa di una sinistra stantia e un pochino radical-chic e comunque piuttosto idiota e parecchio datata, per la quale «fare cultura» e «vendere libri» sono cose lontano anni luce. 
Non è vero, maledizione.
Chi vende libri lo fa perché li ama.
Ama la lettura e persino i lettori : )
E non passa il tempo a escogitare sistemi per bidonarli. 
In ogni caso se avete qualcosa da replicare a questo post (o anche soltanto per salutarmi) potete trovarmi nella sezione «Scienza e Tecnologia», al solito posto, tra Piazza San Carlo e Piazza Castello. 
Sperando che non piova.