3.10.18

Calibano: grigio su grigio


CALIBANO o L'Ultimo Spettacolo

Romanzo







Gli Etiopi dicono che i loro dei sono neri e con il naso schiacciato, I Traci che sono biondi e con gli occhi celesti.

(Senofane)



Spesso un’accanita stupidità è più inafferrabile e potente di qualsiasi raffinato calcolo.
(Faudo Thinbam)




Alla cara memoria del Dottor Quatermass







Grigio su grigio.




La città è un’ombra incerta nel riflesso impolverato del cristallo.
In alto la vetrina del negozio è decorata di geroglifici di calce: cerchi, scarabocchi, fulmini rovesciati, onde, semplici macchie tondeggianti come nuvole sporcate dal fumo.
All’interno, tra la polvere bianca e le scatole sfondate navigano sereni i muratori. Hanno maglioni bucati al gomito, pantaloni sformati e scarpe incanutite. Appaiono e scompaiono tra i fogli di giornale incollati ai vetri, ombre di neon intessute di minuti caratteri tipografici.
Sul fondo del negozio è acceso un piccolo TV che nessuno guarda.
Mick Jagger, chiuso nella cornice nera dell’elettrodomestico, estrae una lingua spropositata, biancastra, indice certo di una vita sregolata, oltre che di cattiva digestione.
“Fammi vedere la lingua” diceva la mamma quando accusavo un’indisposizione che – senza arrivare al dolore o alla febbre – sembrava promettere bene. Ubbidivo e spiavo con gli occhi rovesciati la sua espressione, generalmente improntata a scetticismo.
Più tardi, procedendo verso la scuola mi fermavo a spiare la lingua traditrice nelle vetrine senza grandi risultati. Scrollavo le spalle e proseguivo curvo sotto il peso della cartellona con dentro l’epica.
Uno dei muratori mi guarda e solleva una mano. Ritiro la lingua estratta soprappensiero, e riprendo la strada verso il lavoro.


Come ogni mattina non vi sono dischi volanti caduti nell’incrocio tra i due corsi, cioè al capolinea del 21, nè uno sbarramento di soldati in divisa mimetica che rassicurano che non è avvenuto nulla, mentre la spropositata testa di un dinosauro fa capolino dietro un condominio dai balconi sbeccati come vecchie tazze.
Non ci sono fughe disordinate di uomini dai pantaloni larghi come dirigibili né di donne con cappellino inseguiti da una marmellatona gigante allo stato brado. Non vedo nessuno con uno sguardo vuoto e posseduto, pronto a prendere il comando di questo insulso paese, nè legioni di formicone che vessano a morte un’anziana dama con cagnolino obeso e intossicato dalle caramelle.
È tutto come sempre, prevedibile, digeribile, e il massimo di avventura che mi è concesso consiste nell’affrontare la macchina distributrice della scuola e riuscire ad estrarne un caffé senza zucchero con latte freddo.
Eppure sarebbe così facile abbandonarsi alla cieca meccanica, sorbire beati il tè bollente con un fondo di zucchero alto un dito e l’aroma di limone simile a quello di un detersivo per piatti. Tutti i miei colleghi si sono già arresi a questa droga e persino chi proviene dal Sud ha finito per cedere, facendo propria questa inglesità meccanica.
Io no. Ho già ceduto su molti principi ma su questo non transigo e continuerò a gettare nel lavabo della toilette degli insegnanti l’oscena mistura prodotta dalla “Rivabo s.r.l. – Macchine per ristorazione”.
Perché la Rivabo ecc. produce macchina così intrinsecamente fallimentari? Puro calcolo, con relativo capitalista che si sfrega le mani: “Questo mese abbiamo risparmiato 126.55 euro in caffè” in consiglio di amministrazione (applausi), oppure la semplice realizzazione delle teorie sul caos “Un battito d’ali di farfalla in Cina può impedire a 52 insegnanti italiani di bere un caffé decente”?
Mi vengono sempre in mente troppe cose contemporaneamente e quello che è peggio che non sono mai quelle che parrebbero più pertinenti. Ho letto troppi libri da piccolo e ascoltato troppi film.
Ascoltato, ho detto: i genitori mi mandavano a letto dopo Carosello.
La faccia di Edward G.Robinson l’ho conosciuta solo nell’adolescenza mentre doppiatori e rumoristi sono familiari alla parte più profonda del mio cervello come i baci della mamma e mi provocano tuttora un languore indefinito, estenuato, come certi profumi o certe musiche.
Dopo è diverso, viene fuori il senso critico, la necessità di fare bella figura in una discussione, il cervello portato all’occhiello come un distintivo. “Intellettuale”, dice il distintivo, “anche di sinistra”, aggiunge la riga sotto, più piccolo.
“Che nausea” dopo un po’ vien voglia di aggiungerlo da soli.
L’isola delle Prime Impressioni si allontana, diventa una linea appena percettibile adagiata sull’orizzonte. C’è sempre, a volte basta un attimo per approdarci, ma il più delle volte è irraggiungibile e non rimane che struggersi e diventare noiosissimi come tutti quelli che rimpiangono senza meglio definire.


Adesso vi racconterò una storia, pochi o tanti che siate.
Potete provare a immaginare di ascoltarla, come si ascolta – senza vederlo – un film, perché di questo si tratta.
Immaginatevi pure i doppiatori, se vi piace e le labbra degli attori che vanno per conto loro mentre nell’aria vibrano le parole “Non hai fatto altro che mentire finora, bambola”.
Sicuramente nessuno lo girerà mai davvero, anche perché i film che si girano nel chiuso della mente hanno luci e visi mai del tutto precisati e soffrono di interruzioni improvvise, “…dov’è quel quaderno lilla, quello con i cagnini? Hai rimesso in ordine un’altra volta?…”.
Avete mai provato a entrare in un cinema a chiedere del quaderno lilla con i cagnini, voi?
L’azione riprende ma i cagnini lilla (forse i cagnini erano bianchi a pois senape su sfondo lilla, o cremisi o indaco) scorrazzano per un bel po’ nel cervello, emettono stridii infastiditi, fanno cadere oggetti e infestano la scena della battaglia di Borodino di Guerra e Pace come peluche inseriti dal fratellino nel luogo del feroce agguato di ambientazione western.
Vengono male i peluche come mostri, anche a mettercela tutta.
In casi del genere ci si può comportare da bravi fratelli maggiori e trasformare il Dolce, Piccolo Leprottino Zuzu in un orrendo mostro che divorerà tutti senza distinzioni di razza e nazionalità (almeno questo di bello mostri e alieni ce l’hanno), oppure uscire dai gangheri senza preavviso e menare il fratellino rompiscatole tentando di salvare l’unità dell’azione, della percezione, della fantasia.
Ecco, io lasciavo che D.P.L. Zuzu animato dalla mia sorellina (adeccio ‘riva Giugiu che maccia tutti) facesse scempio dei miei cowboys & indiani senza scaldarmi troppo a difendere un’ipotetica unicità.
Sapete quindi cosa aspettarvi da questo romanzo.


3 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Dunque...facciamo parte della stessa generazione, quindi mi sono ritrovato nella descrizione delle sensazioni provate in quel " A letto dopo Carosello", chi è venuto dopo non puó ricordare i tempi in cui avevi solo la tua immaginazione per vivere le proprie avventure. Inoltre mi hai fatto ricordare, in un altro passo, di quando quando studente andavo a scuola in un grigiore generale che a sua volta faceva parte di una quotidianità che odiavo.
Si direi che condividiamo parte dello stesso vissuto.

Massimo Citi ha detto...

@Nick: forse è un po' poco ciò che lasciamo alle generazioniche ci seguiranno. Un «a letto dopo carosello» che in tempi di social network via i-phone suona come una regola benedettina risalente al XII secolo. La quotidinità di quegli anni non era emozionante, siamo d'accordo, ma almeno potevamo andare a scuola a piedi, senza essere perseguitati dalle manie di genitori iperprotettivi a parole e di fatto assenti. In ogni caso le epiche hanno ancora dimensioni ragguardevoli, solo che adesso ci sono i carrettini a rotelle… un rumore che si accompagna al viso affondato nel telefonino.
Piccola nota a latere: non ho mai fatto l'insegnante in vita mia e le esperienze che appariranno appartengono interamente a mia moglie.

Tortora Giuseppe ha detto...

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