27.2.09

Di nuovo sul maligno gioco delle menzogne


Si va alla deriva.
Tra squadristi neri-verdi benedetti dal prefetto, balzelli pretesi dagli immigrati regolari e tisi & compagnia nascosti ai medici dagli immigrati irregolari. Nuove borboniche leggi sullo sciopero nei trasporti elaborate da Sgaramella-Sacconi mentre l'atletico e aitante ministro Brunetta si vanta di far andare a lavorare anche i malati, i disperati e i febbricitanti. Una legge sul testamento biologico che sarebbe considerata un po' esagerata anche da Dracone in persona mentre il PD può vantare nelle proprie file miracolati come Rutelli, in compagnia di intere legioni di capitombolati sulla strada per Damasco.
Berlusconi va all'estero a combinare cattivi affari con Sarkozy e a fare pessime figure in nome e per conto dell'Italia, ma che comunque al suo rientro in patria si preoccupa di bloccare giornalisti e magistrati per evitare future possibili e probabili grane su intercettazioni, anche se questo può significare lasciare mano libera ai potentati criminali.
La crisi morde ferocemente ma l'Italia, secondo il nostro governo, non corre rischi. La produzione industriale crolla ma non corriamo rischi, come - si diceva - garantisce il governo. Anche dovessimo andare a dormire sotto i ponti avremmo le intrepide guardie padane a vigilare sui nostri sonni.
Alla scuola, dalle elementari all'università, vengono tagliati i fondi cercando anche di convincere le vittime che il tutto si fa per il loro bene. E si tagliano i fondi anche all'esercito e alle polizie.
Tanto ci sono le guardie...
Si investono denaro e fatica su centrali nucleari di progettazione attempata e che, quando saranno terminate (2020? 2030? 20xx?), saranno un eccellente esempio di nuovissimo antiquariato industriale.
Veltroni con il suo stramaledetto ottimismo cinematografico se n'è ghiuto, insalutato ospite, lasciando dietro di sè le rovine di una maestosa costruzione non terminata e probabilmente nemmeno iniziata. Tra un mozzicone di colonna e un arco diroccato si scontrano dalemiani, parisiani, rutelliani, bindiani, lettiani e pantegane. Chi vince non importa, l'importante è azzuffarsi...
E in questo splendido panorama qualcuno a Udine decide di aprire un'inchiesta sulla morte di Eluana Englaro, mosso da una denuncia di appassionati sostenitori della vita. Vengono accusati di omicidio il padre di Eluana e gli altri membri dell'equipe medica.
Il Cardinale Javier Lozano Barragan dichiara: «Esiste un comandamento e se qualcuno lo infrange allora e' un assassino».
Ben detto, perbacco.
Questa sì è chiarezza di idee. Perché preoccuparsi di sentenze, giudizi, dubbi, sofferenze ecc.? Basta dire che tizia è viva perché questo sia ipso facto vero.
In fondo Berlusconi non si era offerto di copulare con la povera Eluana per dimostrare che lei stava tanto bene da poter fornicare? Poi, certo, Carla Bruni è meglio, ma una generosa botta da uno che tutte le notti può vegliare tre ore per darci non si nega a nessuno.
Ecco.
La cosa impressionante, anche più del gioco infinito delle menzogne - delle quali è comunque figlia questa geniale trovata della denuncia a carico di Beppe Englaro - è la quantità di spazio e tempo che si deve perdere per discutere, commentare, giudicare, deprecare e disprezzare. Che il demente, con il sue cervellicchio ultramaschilista da padroncino anni '50 che è andato a vedere lo strip-tease e si rende inviso alle ballerine con le sue lepidezze da postribolo, tenga tanto spazio sui giornali e nella nostra testa è sorprendente quanto grave. D'altro canto la volgarità del demente si sposa perfettamente da un lato con il maschilismo residuale e inconfessabile dei maschi di provincia ultracinquantenni che sparano volgarità sulle donne masticando noccioline al bar, che con il neomaschilismo ruspante di agenti immobiliari e funzionari di banca riuniti all'happy hour, abituati a pesare e valutare una donna come un'automobile.
Il demente è perfettamente intonato a questo paese.
Come un possidente di provincia sa dare garanzie alle donne, che lo votano felicemente mentre dà di gomito ai loro maschi e ai loro pensieri impresentabili. E il gioco della menzogna si rivela in fondo ciò che è davvero: il sogno ipocrita di una morale e di un'etica che non possediamo, alla quale per mancanza di cultura e formazione non possiamo giungere.
Siamo cattolici - quindi ipocriti, ovvi e perbenisti - perché essere altro è troppo faticoso e costoso.





18.2.09

Fata Morgana, il ritorno


Fata Morgana è un progetto collettivo che esiste da qualcosa come quattordici anni.
I primi due numeri, FM 1 e FM 2 sono nati autonomamente, ovvero senza concorso per la partecipazione all'antologia. FM 1 è una raccolta scelta di interventi e contributi tratti dal seminario autogestito «Il Koro» tenuto per un paio d'anni. Il sottotitolo è «Antologia essenziale di narrativa mimetica (e non)» e raccoglie alcuni racconti «seri», più parodie e soggetti a tema anche sorprendenti o curiosi come «storie con birra», nati come proposta di tipo didattico nell'ambito del seminario.
Nonostante il tempo passato sono ancora molto affezionato a questa vecchia antologia, nata in un momento di entusiasmo, quasi una promessa a una narrativa diversa, più vivace e partecipata. Nick Matassa, la piccolina, Sua Maestà Levomiro Artasio Veniero Ansante IV dei Crociferi, Alessandro «Mannaia» Trombosi e tutti gli altri non mi hanno mai, letteralmente, lasciato. Calchi e parodie più o meno riuscite raccontano frammenti di storie distorte e pasticciate dove è facile e probabile vedere i fili della presenza dell'autore, esattamente ciò che sforzavamo di nascondere nelle nostre scritture «serie».
Ciò che [forse] è accaduto nelle edizioni successive. Partendo da FM 2 «Giochi di carta» dove a partecipare fummo nove + 3 pseudonimi fino a questo FM 12, con 17 autori dei quali due stranieri, una polacca e un cinese.
È importante, questo FM 12.
Non solo perché è l'ultimo nato della famiglia ma perché come tutti i precedenti è unico ma anche, a differenza di questi, l'ultimo.
Dopo 12 anni di concorsi siamo stufi e stanchi.
Le ultime edizioni del concorso hanno visto un numero di partecipanti tendenzialmente simili - 70-80 racconti - ma con una caduta sempre più evidente nella qualità dei manoscritti. Non tanto nei brani migliori, quelli tra i quali finiamo per scegliere i brani premiati, quanto nella fascia media, ovvero nel gruppo dei racconti che non sono né i migliori né i peggiori. Tra questi racconti «medi» è cresciuta gradualmente una terribile, penosa ansia di raccontare se stessi, i propri problemi e sofferenze ignorando bellamente il mondo che non viene né descritto né narrato.
Non siamo Lukacsiani, noialtri, ma avere l'occasione di conoscere e riflettere su qualcosa di diverso da storie d'amore fallite, dolori indimenticati, lutti e sofferenze familiari o, per contrasto, gioie d'amore, amicizie felici e scherzi più o meno riusciti è stato uno dei motivi per i quali abbiamo lanciato il concorso. Leggere decine di racconti che, in modo più o meno riuscito, raccontano le gioie e i dolori di un piccolo cuore borghese - le piccole cose di pessimo gusto - non era lo scopo del concorso. E il fatto che centinaia di autori non si rendano conto di quanto si ripetono, si imitano, si raccontano e ri-raccontano testimonia di un'assenza narrativa sempre più evidente. I tentativi di imitare «gli autori» (ma chi sono gli «autori» in questo terzo millennio partito tanto male?) si è fatta più flebile, sporadica e si limita, in ultima analisi, a un tentativo più o meno ingegnoso di giocare con le parole per ripetere ciò che già sappiamo: lei o lui si sono lasciati (o non incontrati o persi di vista o odiati o dimenticati) per futili motivi. E lui e lei - e questo è l'aspetto più allarmante - non hanno alcun elemento per essere distinti nella folla di personaggi che man mano si sommano e si aggiungono nelle nostre menti.
D'altro canto provando a sollevare lo sguardo e guardando ai titoli di maggiore successo cosa troviamo se non storie minime? Cronache di fallimenti esistenziali tratteggiati a deboli colori in universi familiari banali come in una sitcom seriale?
E non fatevi ingannare dal successo apparente del noir. Si tratta di personaggi e vicende volte al negativo ma che non si distaccano dal vuoto di ispirazione e visioni che domina la narrativa contemporanea.
Siamo diventati incapaci di immaginare una realtà diversa, meno squallidamente familiare, dove incontri e passioni si accendono di luci impreviste e imprevedibili? Le parole raschiano sul foglio e intimamente finiamo per gioire per una serie di vocaboli scelti accuratamente anche se, in definitiva, non aggiungono nulla a ciò che sappiamo del mondo.
Ci accontentiamo di riconoscere ciò che già conosciamo e temiamo l'ignoto, parrebbe.
Più o meno ciò che che ci accade tutti i giorni. Verso il mondo in tutte le sue manifestazioni, temendo tutto ciò che non ha l'odore pantofolaio delle nostre cucine.
Che questo sia un paese vecchio e decotto l'ha detto Alexander Stille...

Il fatto che l’Italia non solo accetti Berlusconi e le sue sciocchezze, ma le condivida pure, è un sintomo di un paese in profonda crisi con una travagliata economia stagnante. Un paese paralizzato e profondamente frustrato, nelle mani di pochi gruppi di interesse, e in una situazione per cui non e’ né in grado né disposto a cambiare qualcosa. Un paese dove la popolazione e’ fondamentalmente disgustata dalla classe politica e per questo vota un uomo che per lo meno non nasconde di voler fare innanzitutto i propri interessi.

Possibile che mi sbagli, ma è difficile non accostare il vuoto di tanta narrativa al disperato vuoto che ci circonda.
Fata Morgana finisce per essere danneggiata - una vittima collaterale - di una situazione disperata ma non seria. Non morirà per questo, certo, cercheremo di proporre qualcosa di diverso. Un'antologia a tema, certo, ma proposta soltanto agli autori già noti e pubblicati.
Ma senza concorso.





11.2.09

Il maligno gioco delle menzogne


Eluana se n'è, come desiderava, andata.
Mentre il senato della repubblica (minuscolo, volutamente) e il suo padrone si sforzavano di approvare una legge che l'avrebbe fermata. «Eluana potrebbe anche avere un figlio» biascicava il demente senza preoccuparsi di constatare qual era davvero la condizione della povera Eluana, cadavere ormai da diciassette anni. Dopo la satiriasi perpetua il demente esibisce ora anche una certa tendenza alla necrofilia...
In molti hanno preso per buona la posizione del demente, tanto da accusare (risibilmente) il padre della defunta di cospirare, in combutta con i medici, per perpetrare l'omicidio di una morta. Morta, giova ricordarlo, perché nessun essere umano con una quota del cervello ormai in necrosi da tre lustri e passa può decentemente definirsi "vivo".
Dimenticato dalla morte, certo.
Spezzato, secco come un albero colpito da un fulmine.
Ma il soggetto, mantenuto artificiosamente in condizione di animazione pre-mortuale, ha finito con il calamitare le attenzioni della chiesa, ben decisa ad affermare il suo diritto/dovere di intervenire nella vita di noi tutti fissando il termine della vita. Dopo aver rabbiosamente sostenuto il divieto di morire anche per i già morti da tempo, herr ratzinger & co. (tutti i minuscoli sono voluti), dopo aver reso impossibile (in Italia) l'inseminazione per gli sterili, si prepara con ogni evidenza a colpire la legge sull'aborto.
Dopodiché sarà la volta del divorzio.
Poi verrà la nuova ora di religione.
La preghiera sul posto di lavoro.
La benedizione delle baionette.
A colpire più di tutto, tuttavia, la capacità inesauribile di giornali e TV di proprietà o dominati dal demente di sparare assurdità senza senso. Pure menzogne, qualche volta vissute e propinate come tali, qualche volta ripetute "senza colpa". Si è creata così una semiosfera di ipertrofiche balle dove Eluana semplicemente dormiva come una seconda Biancaneve in attesa di un bacio che l'avrebbe risvegliata.
O, nel caso del demente, di una bottarella.
Qualcuno se l'è bevute perché resistere alla morte è un po' il mestiere di noi esseri umani. Ma bevute tanto profondamente da giungere a insultare il padre di Eluana, il presidente della repubblica e tutti coloro che pensavano che un morto meritasse - finalmente - il riposo.
Ricorda un po', abbiate pazienza, la campagna antisemita venuta dopo le leggi del '38. I mezzi di stampa (e propaganda) dell'epoca sparavano senza problemi balle terrificanti sui giudei, sulla loro capacità di complottare a danno di noi poveri cattolici, di bidonarci, derubarci, fregarci.
Il Duce approvava o quantomeno non riteneva opportuno intervenire mentre i suoi sottopancia si affannavano a inventare, riportare, aumentare ancora la dose. Il popolo "beveva" come tutti i popoli del mondo quando hanno occasione di decodificare la realtà soltanto attraverso mezzi di stampa addomesticati.
È vero, non siamo ancora (del tutto) a queste condizioni, ma io mi preoccupo non poco per questa Italia dominata da un demente in piena crisi pre-alzheimer, seguito e affiancato da una corte di criminali più o meno consci di esserlo e in combutta con l'ex-maximo dirigente della nuova inquisizione (la congregazione per la dottrina della fede questo è) e i suoi santi signori della terrore e della pedofilia. La menzogna che si afferma, si ripete, gioca con la realtà ne è un simbolo terrificante. Un preannuncio di un possibile nuovo regime, basato sulle solite, vecchie, regole.
Santificato, questo è tristemente interessante, da non pochi preziosi idioti del PD che si preparavano a votare a favore della legge proposta dal demente.
Conviene rifletterci.



5.2.09

Limatura di ferro, schegge di diamanti


Ha sollevato quanto meno una certa attenzione, il post precedente.
Tanto che, piuttosto che rispondere alle singole osservazione, preferisco inserire una risposta in forma di ulteriore post.
Prendo spunto dall'intervento di Piotr, che, maliziosamente, sottolinea il sentore di narcisismo che proviene molta della produzione editoriale contemporanea. Il libro di Cassano, dove "l'autore" confessa, come Don Giovanni, di aver amato centinaio di donne, è un efficacissimo esempio. Il libro che viene dall'autore già famoso per altri motivi - il calciatore, certo ma anche il tennista o il bombarolo e la vittima del bombarolo, la puttana di lusso e la puttana di lusso convertita - è un cavallo perfetto per l'editore di rilievo. Produce utili grazie al voyeurismo del pubblico di bocca buona e si impone automaticamente nei luoghi deputati alla vendita. Che non sono, come si può immaginare, le librerie. I librai "seri", infatti, sono ben coscienti del senso e del significato di simili uscite, senza valore culturale né un'orizzonte di durata che superi i 30-60 gg e se non ha un pubblico adatto a questo genere di volumi (non necessariamente un pubblico di beté, basti pensare alla libreria di una città di mare) si tiene basso sulla prenotazione della novità. O, in alcuni casi, trascura semplicemente il volume. Il libro troverà comunque abbondantemente posto nei supermercati e nelle grandi librerie di catena.
Questa "personalizzazione" esagerata del libro, famoso come riflesso della fama dell'autore, è una formula, un meccanismo che gli editori vorrebbero utilizzare spesso, tanto più in un momento come questo, cioé quando i lettori non comprano. A muovere l'interesse verso una nuova uscita, infatti, è la curiosità verso un tema, un luogo, una situazione. Ma se il lettore risulta distratto e poco sensibile non resta che fare appello alla sorella idiota e maligna della curiosità, la schadenfreude, cioé la gioia per i danni e i problemi altrui. Da qui l'interesse per i problemi di fuggiti da gruppi chiusi, oppressivi e fortemente esclusivi (Opus Dei, Scientiology ecc.) o per gli oppressi da pedofili, violenti, drogati, sadomaso, satanisti ecc. La "vittima" divenuta protagonista entra nell'insieme del progetto mediatico, compare alla TV, su internet, sui giornali. Il progetto mediatico prende a quel punto il suo spessore, tanto da diventare un "fenomeno" e il libro diventa un elemento intercambiabile e sostituibile di un complesso di elementi di pseudoinformazione. Tanto è vero che non è neppure necessario che l'elemento centrale della vicenda sia reale, l'importante è che sia verosimile.
In tutto ciò il posto e il ruolo del libro fatalmente impallidisce e svanisce e con essi si vanifica anche il senso e la presenza del libraio.
Questa giostra dei "nomi del momento" è esattamente ciò che Piotr sottolineava con la frase: «un po' di colpa ce l'ha anche la nazione stessa, se va a comprare un libro solo dopo un can-can pubblicitario su radio e tv, e solo per non sentirsi perduta quando altri ne parlano.»
La personalizzazione del libro anche in settori molti lontani dal libro biografico è ciò su cui gli editori - i grandi editori - puntano. Il libro di Vespa, di Manfredi ma anche quello di Giordano o di - non così assurdamente - Saviano, divengono strumenti di una campagna personalizzante dove il gradimento (o meglio, l'onnipresenza) del personaggio finisce per prevalere sul valore e il significato del libro. E il meccanismo ha un elemento ulteriore di sicurezza dal momento che il personaggio-scrittore può essere "venduto" più volte, simbolicamente in occasione dell'uscita del nuovo libro.
La fuga della limatura di ferro, in sostanza, minaccia quindi di non essere soltanto una caccia alle teste ma un modo per profilare una scuderia di autori "vendibili". Sia per la gradibilità della loro produzione che per la loro capacità di presentarsi a un pubblico televisivo e non solo. Basti pensare ad autori come Mazzantini, Genna o Pinketts... Mondadorone nostro ha capito prima e meglio di tanti altri editori la necessità della costruzione della pseudo-personalità dell'autore. E si muove di conseguenza. Qualcuno, come Rizzoli, procede di conserva ma la stragrande maggioranza degli editori non ha ancora capito che i libri di grande successo non sono più tali ma viaggiano su molti binari.
E i librai?
Penosamente, verrebbe da dire, si sforzano di vendere libri scritti, come dice Wilbur Smith ,«da autori con il nome scritto più piccolo del titolo». A un pubblico disperso e confuso di lettori possiamo offrire soltanto libri e non una ricca, grandiosa e squallida avventura. Di questi tempi un peccato imperdonabile.


28.1.09

Limatura di ferro

Movimenti tra editori.
Una cosa fisiologica, in apparenza. Ma forse nemmeno così normale come appare.
Siamo abituati, per lo meno noi "habitué" del settore librario, ad accoppiare inconsciamente autore e casa editrice. Bevilacqua e Mondadori, Moravia e Bompiani, Bassani ed Einaudi eccetera. I passaggi di casa editrice sono possibili ma non troppo frequenti e, in genere, non riguardano i "big". Eco e Bompiani, per dire. O Biagi (il fu) e Rizzoli. Ma le cose hanno iniziato a muoversi più velocemente, di recente.
Ieri è arrivato il nuovo libro di Culicchia.
Marchiato Mondadori.
Culicchia, per chi non lo ricordasse, ha pubblicato finora praticamente tutto con Garzanti.
Sotto Natale è uscito da Mondadori l'ultimo libro di Maurensig. Nato Adelphi.
Attenzione: non mi interessa in questa sede discutere dei pregi o difetti della produzione narrativa, ma soltanto constatare la scuderia.
Farinetti, uscito Marsilio, pubblicato da Mondadori.
Genna, pubblicato in origine da Einaudi, uscito in Mondadori.
Mondadori ha anche pubblicato di recente: Mazzantini (da Marsilio), Evangelisti (Einaudi), Abate (Fazi), Siti (Einaudi), Favetto (Utet), Van Straten (Bompiani), Corona (Biblioteca Immagine), Pinketts (Feltrinelli) . È una storia vecchia quella del fantasma di Calvino "rapito" da Mondadori a Einaudi o di Busi passato da Adelphi a Mondadori o il curioso tandem di Camilleri che passa da Sellerio a Mondadori senza particolari problemi, o meglio, grazie a un contratto raffinatissimo. Mentre il ritorno di Brizzi da Mondadori a Baldini è semplicemente il risultato di un contratto non perfettamente riuscito. Resta il fatto che tra gli scrittori italiani di media caratura è in atto uno spostamento graduale e apparentamente impossibile da fermare dai medi editori a Mondadori. Più o meno, a voler fare un paragone irriverente, ciò che avviene per il Milan o l'Inter.
Mondadori ha denaro, questo è indiscutibile, e i suoi contratti hanno qualcosa al quale risulta molto difficile resistere. Se si ha avuto un certo successo (dalle 10.000 copie in su, approx) difficile non cadere sotto lo sguardo mondadoriano. Non solo: i nuovi autori "di successo" (Giordano, chi se no?) vengono proposti direttamente da Mondadori. Torno a ripetere, per evitare maledizioni e accidenti di ogni genere, che non sto parlando della "qualità" dei testi ma della loro capacità di muovere lettori e attirare quella vasta fascia di lettori "incostanti" che leggono meno di 12 libri all'anno pescandoli dalle classifiche di vendita.
In sostanza Mondadori può allineare, a essere precisi, 3-4 autori "importanti" a ogni uscita. Nomi da spendere e da vendere. Poi si può benissimo pensare che l'ultimo della Mazzantini è una ciofeca o che i numeri primi di Giordano sono di una povertà desolante, ma resta il fatto che è Mondadori a "fare" il mercato.
Il problema grosso, il "baco" della cosa, è il tipo di clima che si viene a determinare.
Mondadori, il numero 1 dell'editoria italiana, punta dichiaratamente su autori già affermati. Crea una "scuola" di autori affermati che (ahimé) scrivono pescando nella loro carriera ormai pluriennale. Pensano in primo luogo al successo che i loro testi sono in grado di garantire loro senza preoccuparsi, si può supporre, di tentare nuove vie o nuove soluzioni. Bene o male, anche se sono prontissimo a ricredermi, Culicchia scriverà un altro culicchiade, Mazzantini una mazzantinata, Farinetti una farinettata. Nulla di male se si apprezzano le produzioni di questi autori, anche se - ovviamente - tutto ciò definisce un paesaggio "fermo", ovvero autori che producono letteralmente "a richiesta" titoli molto simili l'uno all'altro, destinati (condannati?) a un successo inevitabile.
E gli altri, gli autori meno noti e non appetiti da Mondadori?
Ai lettori tirare le conclusioni. Una volta stabilito che tali autori non possono ambire a vivere scrivendo e quindi difficilmente potranno giungere a costruire un'estetica letteraria personale, la conseguenza è che "il nuovo" narrativo farà fatica a emergere. La caccia nelle riserve dei nomi famosi ha questo come conseguenza, impossibile non arrivare a pensarlo.
Siamo in un momento pesante, nel mondo letterario. Da una parte gli scrittori - coccolati, viziati, strapagati purché non smettano di scrivere ciò che può puntare al successo - dall'altra i perenni dilettanti, armati di qualche buona idea ma eternamente inchiodati nella posizione di chi sta iniziando una corsa.
Manca l'aria, secondo me...


17.1.09

Freddo e tormenta

Fa freddo.
Che è un'ovvietà, naturalmente.
Ma fa particolarmente freddo per me, pieno come sono di farmaci che hanno il compito di fluidificarmi il sangue. Questo accidenti di clima ha risvegliato in me un'immagine diversa del freddo e dell'inverno come l'ho sempre immaginato e vissuto. Ho sempre amato maggiormente il freddo e, più in generale, il cattivo tempo o perlomeno il tempo incerto, il cielo coperto, l'imminenza della pioggia, la nebbia, la neve e il vento. Adesso, a essere sincero, attendo con ansia di veder comparire il sole e mi rattristo non appena il cielo si copre. Ho assistito con una intima sensazione di smarrimento alle numerose nevicate dei giorni scorsi e mi scopro a chiedermi quando arriverà la primavera. Ciò che mi è capitato, in sostanza, mi ha sbalzato indietro grossomodo di un secolo, se non di più. Mi mancano soltanto le flebili luci delle candele e gli spifferi dalle finestre gelate perché il panorama sia completo.
Rimpiango sinceramente la sensazione di gioia sottile che il cattivo tempo era una volta in grado di risvegliare in me. D'altro canto adesso faccio persino fatica a immaginare come fosse possibile e ragionevole gioire per un cielo grigio ed esultare per i primi fiocchi di neve.
Ma spero sinceramente che quel piacere ritorni.
Mi sento debole e stanco a fuggire il freddo. Anziano, detto in poche parole.
Qualche lontana speranza esiste, comunque.
Oggi a pranzo, sfidando la mia circolazione idiota, sono andato a fare due passi al Parco del Valentino dove, peraltro, nessuno ha tolto la neve. Il sole nonostante l'ora (le quindici circa) era basso e la luce spezzata da un tappeto, remotissime di piccole nubi. Dopo un quarto d'ora di sofferenza ho cominciato a smettere di avvertire così nettamente il freddo. Il paesaggio nevoso costellato di uccelli - cornacchie, colombi, passeri, anatre - ha lasciato intuire qualcosa del suo enigmatico e silenzioso fascino. Per qualche istante (poco prima dell'assideramento, suppongo) sono riuscito a sentirmi se non proprio la Strega Bianca, perlomeno un suo braccio destro.
Un ottimo risultato, tutto sommato.




9.1.09

Con l'anno nuovo...

... è abbastanza normale provare a riflettere sui compiti e sulle fatiche che attendono.
Tra queste c'è un problema che per lungo tempo tale non è stato. Parlo della rivista di attualità libraria che stiamo stampando nella nuova versione da undici anni e da ventitré (detto a spanne) comprendendo anche la versione vecchia.
LN-LibriNuovi (www.librinuovi.info) si è portato via buona parte della mia vita, questo è certo. In bene o in male non me ne lamento, anzi, anche se...
Ma non precorriamo i tempi.
Che cos'è LN, innanzitutto?
Si presenta con un formato da libro (150 x 210 mm), una copertina lucida e colorata e conta dalle 130 alle 160 pagine. È un trimestrale che esce a marzo, giugno, settembre e dicembre. Trimestrale di attualità libraria è scritto sulla copertina e di questo si occupa, recensendo, commentando e riflettendo sui libri ma anche sul mondo librario e la sua dinamica. Per farsi un'idea di come funziona LN è sufficiente fare un salto sul sito della rivista: ci sono le recensioni (più o meno 400) e anche i giudizi e i commenti sul mondo librario. È una particolarità tipica di LN, questa. La riflessione - libera e assai poco conciliante - sul mondo e sulle tendenze dell'industria editoriale libraria è sempre una delle caratteristiche distintive della rivista, il suo garofano rosso all'occhiello. A fare compagnia a questa particolare ottica sul mondo del libro (perché escono tanti libri mediocri? Perché una povera donna colpita da Alzheimer ha successo con un libro tristemente furioso e irrazionale come La rabbia e l'orgoglio? Perché uno scrittore mediocre ma abile come Baricco gode di grande successo? Perché l'editoria italiana è così poco attenta alle letterature minori o di genere? E/o perché, ultimamente, l'editoria italiana è così ferocemente e instacabilmente legata al destino del noir-giallo-thriller?) ci sono le recensioni dove i collaboratori della rivista si sforzano:
1) di dare spazio e informazioni su libri e autori meno noti.
2) di affermare un punto di vista originale e personale sui libri di grande successo, senza necessariamente "stroncare" i best-seller ma cercando di capire che cosa "ha funzionato" e perché.
3) di creare dibattito e riflessione su libri e fenomeni culturali che rischiano di essere presto dimenticati o cancellati.
Inevitabilmente LN ha sempre risentito in primo luogo dell'origine e del modo di vedere le cose dei suoi due coordinatori, il sottoscritto e Silvia Treves. I collaboratori fissi della rivista che si sono via via aggiunti condividono con i coordinatori questo sguardo "un po' strabico e un po' diffidente" con il quale ragionano sul mondo. Fatalmente LN, pur avendo ricevuto commenti e giudizi generalmente lusinghieri (o, meglio, cautamente e anonimamente lusinghieri) non ha praticamente mai ricevuto recensioni o segnalazioni dal mondo librario maggiore. Ignorato da TTL e da R2Diario abbiamo al massimo ricevuto qualche segnalazione dal nostro vicino di casa, l'Indice dei Libri (che ne approfittiamo per ringraziare pubblicamente.) Abbiamo capito, comunque, che fare i criticoni in un mondo dove tutto DEVE funzionare come coro, corale o peana è una sicura via all'anonimo e alla marginalità. E questo, fatalmente, pesa. Non pochi tra i nostri ex-collaboratori hanno mollato proprio per questo. Va bene lavorare gratis, va bene affrontare discussioni e polemiche ma che il tutto avvenga lontano dalle luci del palcoscenico non è tollerabile.
Che dire?
Beh, che è vero e che hanno ragione.
Anche se...
Cambiamo discorso, ma non poi troppo.
Si avvicina il numero 50 della rivista. Un numero storico sotto ogni profilo. Sia perché quando abbiamo iniziato nessuno avrebbe mai detto di poter arrivare fino al numero 50, sia perché nessuno avrebbe potuto giurare che i collaboratori sarebbero stati (almeno in parte) ancora quelli... Stiamo meditando di farne un numero storico, certo, ma stiamo anche meditando come rinnovare la rivista. Non solo da un punto formale e grafico - che comunque male non farebbe - ma soprattutto dal punto di vista del contenuto.
Allarghiamo il campo: gli abbonamenti sono in diminuzione lenta e costante da due o tre anni. La domanda tipica che si fa un editore a questo punto è: «ma una rivista di recensioni - anche libere, irrispettose e blasfeme - ha un futuro? Il pubblico ha ancora voglia o desiderio di leggerne?».
Bella domanda.
Possono essere le nostre recensioni a non andare più troppo bene, certo. In fondo siamo praticamente TUTTI dei "dilettanti", nel senso che per nessuno di noi l'attività di recensore è preminente. Possiamo essere noi a essere insufficienti e inefficaci. Come no. Ma la sensazione, a essere sinceri, non pare questa. No i lettori di LN mostrano stanchezza, un sottile e appena afferrabile sentore di nausea, impazienza, distacco. In sostanza una evidente - e dolorosa - intolleranza verso la produzione editoriale contemporanea.
E questo ci rimanda verso il panorama generale. Verso un'editoria maggiore che con ogni evidenza lavora alla ricerca del best-seller, costruendo i propri cataloghi su due gambe - detto con inevitabile grossolanità.
Prima gamba: la gamma dei titoli nati e concepiti per invadere lo spazio disponibile delle librerie di catena o dei supermercati.
Seconda gamba: i titoli nati con l'aiuto o il sostegno economico e personale dell'autore (Vespa, Costanzo ecc. ecc.).
In mezzo tra questi due estremi i titoli "normali": i saggi, la narrativa, i pamphlet eccetera destinati gradualmente a scomparire.
Inutile dire con un panorama di questo genere quale sarà il destino di LN.
E non solo, anche delle librerie indipendenti e più in generale di chi si preoccupa della qualità di ciò che offre al pubblico dei lettori. I titoli meno frequentati , spesso proposti dall'editoria minore di proposta, si trovano a essere posti in vendita dal personale poco preparato di alcune Feltrinelli - la consueta umanità varia che passa da McDonald alla consegna di pizza a domicilio alla collaborazione a ore con le compagnie telefoniche - e rischiano fortemente di essere emarginati. Inutile dire che senza questo genere di sottobosco di sostegno la studiata e preparata collezione di grossi fiori nati per piacere a tutti o quasi (il vampiro sentimentale, l'adolescente irriverente, l'ex-trafficante redento ecc. ecc.) possono trovare facilmente un posto in commercio paradossalmente anche senza le librerie...
Ovviamente in un mercato di questo genere LN non ha più molto da dire o da esprimere...
Che fare?
Cominciamo la discussione per il numero... 51.


1.1.09

Costruire un mondo


Costruire un mondo è il genere di fatica (e di piacere, beninteso) che si assume chi scrive un romanzo di sf. Certo, tutti scrivono o (ri)scrivono un mondo, anche quello che incontriamo quotidianamente, ma "inventare" un mondo, nel senso di inventarne dalle forme di vita alle tradizioni, alla storia, alla geologia è un lavoro che appartiene prevalentemente alla fantascienza.
Nell'ambito della sf, poi, la descrizione di nuovi e diversi mondi appartiene a un suo sottosettore, la space opera. Nella space opera, di regola, qualcuno è chiamato, costretto o spinto a vagare tra diversi mondi di qualche sconosciuto e gigantesco ecumene extraterrestre inseguendo o fuggendo qualcuno o qualcosa. Non casualmente si tratta, in linea di principio, della medesima traccia di alcuni dei telefilm più noti come Star Trek, Spazio 1999, Buck Rogers, Stargate. Alieni come se piovesse e in qualche caso enigmi etici particolarmente spinosi.
Tutto il discorso mi è tornato in mente leggendo un «Urania» di qualche tempo fa: Pianeta senza nome [prima parte] di Sarah Zettel del settembre 2005. Sarah Zettel, nata nel 1966, è stato un autore di un certo successo, pubblicato in «Urania» almeno 4 volte. Alla serie fantascientifica è poi seguita una serie definita di «fantasy romantica» ambientata nel mondo di Camelot. Tanto per cambiare, vien voglia di dire. Nell'universo che fa da sfondo a questo Pianeta senza nome si muovono alcune razze umane o umanoidi e qualche razza per nulla umana, anzi vagamente insettoide. Il pianeta senza nome, detto per inciso, è la nostra Terra della quale, con il passare degli anni, si è perso anche il ricordo.
Zettel si impegna senza risparmio, è bene dirlo, e la descrizione delle diverse razze è approfondita e complessa. Persino troppo, verrebbe da dire. I personaggi sono numerosi - anche se non eccessivamente dettagliati - e le loro vicende si susseguono con un discreto ritmo.
Senonché...
Beh, sì a questo punto ci vuole.
Il problema principale è che sono a circa due terzi del romanzo e che della vicenda me ne importa poco o nulla... Prosieguo per pigrizia (un po' come mi era capitato con il romanzo pubblicato in precedenza: Salva il tuo pianeta) ma i personaggi non riescono a risvegliare in me... nulla. Manca un protagonista ben definito, i "cattivi" non sono abbastanza cattivi e i buoni sono incerti e dubbiosi. I due protagonisti, un contrabbandiere casinista e una creatura di genere femminile presumibilmente di natura artificiale, hanno dialoghi incerti e nebulosi mentre cercano di sfuggire alle indefinite mire dei perfidi, che sono però anche gli unici che paiono avere qualche idea sulla situazione generale. Non esiste, almeno finora, un quadro decente della situazione politica e manca - o almeno io non sono riuscito a trovare - una forma di autorità o di potere che dia alla situazione un ordine qualsiasi. Sinceramente, siamo un gradino sotto persino al quadro politico un po' puerile di Star Trek. Si ha la sensazione di uno zoo - non sto scherzando, giuro - nel quale il lettore è di volta in volta chiamato ad ammirare una nuova, enigmatica creatura, dotata di otto braccia (e anche qui non scherzo) o dalla pelle eccessivamente candida. Siamo ancora in tempo a cambiare, certo, ma ho qualche dubbio che riuscirò ad arrivare al termine del doppio volume.
Eppure la space opera è uno dei generi che preferisco.
Di chi è la colpa?
Interessante domanda, ulteriormente tenendo conto di alcuni interrogativi:
1) la sf è nel momento più basso della sua storia, perlomeno in Italia
2) Urania produce essenzialmente ristampe - basta fare un salto sul blog di Urania per sincerarsene.
3) È una vita che non riesco a leggere una space opera capace di tenere il confronto con Le Guin, Vance o Poul Anderson.
Che Urania si sia accontentato di una sottoproduzione di Zettel in mancanza d'altro? Ovvero che in realtà la sf sia definitivamente esaurita?
Qualcuno ha ancora voglia, desiderio e inventiva sufficiente a scrivere una buona space opera o si tratta di uno sforzo inutile?
O la colpa è tutta o quasi dell'attuale redazione di Urania?
A chi passa da queste parti la possibile risposta.


24.12.08

Sera di Natale


Un luogo comune, si dirà. Un'ovvietà assoluta, un banalità.
Oltretutto questa sera - proprio questa sera - mia moglie e mia figlia stanno preparando la cena. Lo sottolineo perchè un evento di quelli che accadono raramente nel corso dell'anno. Non che non vadano d'accordo, ma in genere non c'è molto tempo per cucinare e la possibilità di cucinare in coppia non è molto comune, oltretutto in una cucina di 7-8 m2 dove chi è ai fornelli può arrivare dappertutto senza spostarsi ma dove muoversi in due non è una cosa troppo agevole...
Stanno preparando la cena, dicevo. E io, scacciato dalla cucina dove spesso sono io a lavorare, sono qui ad allineare righe in attesa del fatale grido: «È pronto!».
Come sarà la cena?
Beh, è importante?
No, non penso.
Credo che l'importante sia questa impensabile, inafferrabile possibilità anche solo un paio di settimane fa. Posso morire anche stasera, non che non lo sappia, ma essere qui, ben vivo - ammaccato, ricucito, con alcune parti dolenti, va bene - è un miracolo del quale fatico a trovare un eroe. Ringrazio i medici del reparto di chirugia vascolare delle Molinette, ovvio, e sarei ben felice di regalare a loro un pezzetto di questa gioia leggera. Ma soprattutto vorrei regalare un angolino di questo sollievo - tiepido come una carezza - a tutti coloro che mi hanno letto ugualmente in questi mesi e mi sono stati vicini. Tutti coloro che mi hanno abbracciato, mi hanno regalato un consiglio o un sorriso, sono stati solidali o hanno chiesto mie notizie. Decine e decine di persone che pur conoscendo personalmente mi hanno sorpreso interessandosi alla mia possibilità di recupero e di sopravvivenza. Chi si è preoccupato della mia possibilità di continuare a fare il libraio e chi della mia capacità di allineare righe su un foglio per raccontare una nuova storia. Qualcosa di nuovo e diverso dalla gioia di ricevere un commento positivo. No, un dire: «continua, che le tue storie (vendute o scritte) mi interessano».
Ecco a tutte queste persone vorrei dire un enorme «grazie», qualcosa che con la mia sola bocca faticherei a dire. Dopo di ché prometto di non ritornare sul tema per un pezzetto... Della mia salute penso siamo in molti ad averne le tasche piene. Io per primo.
Ancora soltanto un piccola cosa, molto natalizia.
Capita alle volte di chiedersi - oziosamente - se si è fatto bene a sposarsi. O a fare un figlio.
Poi arriva il momento nel quale il bisogno di qualcuno vicino si fa disperato, un grido muto che soltanto qualcuno può afferrare e al quale rispondere.
S. e M. hanno udito.
Soltanto questo.

19.12.08

The day after


Titolo impegnativo, siamo d'accordo, ma reale.
Ho finito. Con un vistoso cerottone sulla parte destra del collo e in attesa di venire sfasciato definitivamente - il 22/12, per l'esattezza - sono di nuovo a casa. Fatico a fare letteralmente tutto e mi sento stanchissimo ma sono ancora vivo.
Ne approfitto per ringraziare di tutto cuore tutti coloro che mi hanno lasciato un messaggio sul blog o in libreria. In attesa di ritornare al 100% - cosa che, nella mia attuale situazione, assomiglia un po' all'idea di arrivare sulla luna a piedi - mi riscaldo il cuore con le vostre parole e accompagno il mio intervento con un''immagine che, anche senza un motivo preciso, mi ricorda L'Alpha Ralpha Boulevard. Un'immagine molto ben augurante, almeno per me.
Qualcuno di voi l'ha letto? È un racconto di una ventina di pagine e, contemporaneamente, una delle cose più significative siano state scritte nel campo della fantascienza...
Comunque avrete mie notizie in queste pagine. Altrimenti a che cosa serve mai un blog?

13.12.08

Chiuso per...


È arrivata la notizia, ovvero la convocazione.
Domani - domenica 14/12 - sarò ricoverato per la mia seconda operazione alla carotide. Se tutto va bene per giovedì o venerdì sarò di nuovo fuori, questa volta ragionevolmente sano. Sollievo e timore sono le emozioni più persistenti. Oltre a questa, curiosamente, una sensazione di sottile di "vergogna" per abbandonare gli amici della CS nella settimana più intensa di lavoro natalizio. Ancora più forte e quasi intollerabile la sensazione di "lasciare" virtualmente le donne di famiglia - moglie e figlia. Mi auguro soltanto che l'assenza sia breve...
Arrivederci a presto a tutti.

1.12.08

Ancora Natale, uno sguardo più attento

Ormai arrivati praticamente tutti i libri per il Natale è forse il momento di provare a tirare le somme - tendenziali - di un fine anno molto "diverso" dai soliti, segnato da una crisi dalle dimensioni ancora non del tutto definite e che peserà non poco sugli acquisti di tutti.
Un'occhiata a "Bookshop" - ahimé deturpato in copertina da una foto di Sandro Bondi - può essere di una qualche utilità, particolarmente l'articolo che riguarda la Fiera di Francoforte e il suo risultato per le case italiane. Ebbene, secondo «Bookshop» gli italiani questa volta si sono mossi in modo intelligente e accorto, preoccupandosi essenzialmente di vendere piuttosto che di acquistare a ogni prezzo ragionevole o irragionevole il best-seller di successo. Buona nuova che, se ovviamente mette in rilievo i mezzi ridotti dalle grande case editrici italiane, evidenzia anche uno degli elementi fondamentali del nuovo corso italiano: il lancio e il sostegno agli autori di casa. Basti pensare a Paolo Giordano e ai suoi numero primi per capire quanto "pesino" ormai gli autori italiani nel panorama editoriale. Non è ovviamente un problema di qualità - sulla quale anche nel piccolo mondo di LN-LibriNuovi il libro di Giordano ha provocato qualche discussione - ma di un problema puramente di mercato. Giordano (ma anche Fogli, Camilleri, Carofiglio, Vitali, Manfredi tanto per citare gli autori in classifica) è in grado di "reggere" il mercato straniero? O, semplicemente, il suo libro e il suo stile sono ottimi per il mercato italiano e basta?
Comunque sia l'aria che tira è quella di una certa larvata tendenza all'autarchia. I best-seller locali costano meno, questo è sicuro, e un autore "cresciuto" in casa è una sicurezza anche per il futuro.
Ex-allievo di Baricco e della scuola Holden, Giordano viene comunque a dirci che il passaggio attraverso le «scuole»per chi intende "esordire" direttamente nella serie A del libro è fondamentale, praticamente irrinunciabile. Notizia non esattamente buona per tutti coloro che non hanno né il tempo né la voglia e ancora meno il denaro per passare alla Holden… A loro resta comunque la possibilità - Patrick Fogli prima di esordire con Piemme si è sempre occupato di computer - di battere la via del giallo, del thriller, del mistery tutti generi che in questo momento godono comunque di una vita ricca e felice.
Tutto questo significa un miglioramento, un passo avanti per la letteratura italiana? Difficile dirlo. Il libro di Giordano ha una dimensione personale-familiare tutto sommato piuttosto comune nella tradizione italiana degli ultimi cinquant'anni, questo è indiscutibile, ed è onestamente difficile definirlo una fatto nuovo. Più "nuovi" in questo senso sono gli autori teenager che negli ultimi mesi hanno pubblicato romanzi Fantasy. Teenage-Fantasy, chiamiamola così. Fresca, un po' ingenua e inevitabilmente ispirata ai maestri del genere, a cominciare ovviamente da Tolkien. Sono romanzi un po' "riservati", in realtà, nel senso che chi li compra e li legge ha all'incirca la stessa età degli autori. Anche qui voler parlare di valore letterario è almeno arduo. Resta il fatto che un romanzo scritto da un giovanotto diciassettenne costa decisamente meno all'editore della traduzione di un romanzo straniero scritto da qualcuno che non sta più o meno consciamente imitando Tolkien...
Autarchia, si diceva.
Effettivamente il numero di titoli tradotti è in diminuzione. Di qualche piccolo punto percentuale, certo, ma in maniera sensibile. I nuovi autori italiani hanno qualche spazio in più, parrebbe. Se vengono dalla Holden o da qualche altra scuola di scrittura o se hanno 16-17 anni e una fissazione per Tolkien partono comunque avvantaggiati. In alternativa possono dedicarsi al noir (qualsiasi cosa significhi) con qualche fondata speranza di giungere alla pubblicazione.
Un quadro comunque complesso e aperto a molte interpretazioni... In ogni caso non troppo diverso, per lo meno in apparenza, da quello straniero.

23.11.08

Il futuro dei libri

Un paio di anni fa Silvia Treves, mia moglie e scrittrice - tra l'altro - di fantascienza mi fece una domanda in fondo banale per chi si occupa di sf: «Secondo te su un'astronave hanno una biblioteca?»
Tenendo conto di quanto costa trasportare un oggetto a mezzo astronave, la risposta non poteva che essere negativa. «Al massimo», aggiunsi, «possono esserci di quegli e-book che pesano al massimo due etti ma che possono visualizzare migliaia e migliaia di testi».
Silvia annuì ma poi decise ugualmente di inserire una piccola biblioteca sulla sua nave: «L'astronave è molto grande», precisò, «... e comunque per me l'unico rapporto possibile con un libro è fatto di occhio e carta».
Probabile che Silvia, come me d'altronde, sia troppo evidentemente figlia di questi tempi e che non possa né voglia abituarsi a libri/non libri o alla lettura on line. Di sicuro la sua domanda mi è rimasta molto a lungo in testa...
Anche in forme variate come: «Quali sono i possibili sostituti dei libri immediatamente disponibili?» o «Ma esiste un possibile sostituto del libro?»
Due domande "da poco" alle quali non mi sogno neppure lontanamente di dare una risposta ragionevole, definitiva o ferma. Mi limito ad alcune ipotesi e ad altre domande.
I «Sostituti dei libri».
Ne esistono, direi, anche se si tratta di a) fotocopie dei testi esistenti (del tutto irrilevanti ai nostri fini e oltretutto pericolosi per gli autori) o b) appunti di corsi.
Parlando di "veri" libri, ne esistono in forma di libri leggibili direttamente on line. Che si possono leggere a monitor (oddio!) o scaricare su un apposito reader (il Sony, per dire) o su qualche altro arnese equipollente.
Per quanto riguarda il Sony, ho sentito che il prezzo non è - almeno per il momento - esattamente amichevole, ma in caso di successo si può scommettere che diminuirà molto rapidamente. Ha una certa diffusione - scarsissima in Italia - anche se resta molto, molto inferiore a quella dell'i-pod. E qui da una singola domanda ne nascono almeno altre due: «Perché» e «Ha un futuro?».
Un passo indietro.
Negli anni '80 il libro elettronico sembrava a un passo. Negroponte, ve lo ricordate?
La cosa che me lo ha ricordato di più è il Libro elettronico Cybook Gen3, 512 Mb di libri facili da consultare, leggere, spuntare ecc. Il tutto in un arnese con le dimensioni di telefonino.
Anche qui la stessa osservazione: perchè una diffusione così scarsa?
Proviamo ad allineare un paio di riflessioni:
- Il libro, a differenza di (breve) un brano musicale, è impegnativo. Non si presta a una lettura tangenziale o distratta. Non fa "compagnia" come la musica ma pretende un grado non piccolo di attenzione. Certo, a questo punto qualcuno tirerà fuori il Deutsche Requiem di Brahms o i Concerti Brandenburghesi di Bach, ma si parla di gusti medi di un pubblico ampio, quindi poco o nulla a che vedere con gli abituali utilizzatori di i-pod. Ascoltare Brahms o leggere Dostoevskij richiedono comunque uno spazio e un momento di pace e tranquillità, quindi, in definitiva, il discorso non cambia.
- (appunto) la lettura comporta un momento di quiete da "estrarre" dagli impegni quotidiani.
In sostanza per leggere ci vuole tempo dedicato alla lettura senza altri impegni. E questo significa che la lettura non richiede necessariamente un Cybook eccetera ma soltanto qualche momento di pace.
Sarà tutto qui il motivo dell'attuale fiasco dei libri elettronici?
Sarà che è impossibile inscatolare la lettura come si fa con altre attività come ascoltare musica o guardare un film?
Non è detto in maniera assoluta, ovviamente, ma qualche dubbio è ragionevole e giustificato. La lettura è un'attività solitaria e personale che soltanto pochi possono condurre in ambienti rumorosi e affollati. In questo senso è probabile che i libri elettronici abbiano il futuro chiuso in partenza dai telefonini. Un romanzo trasmesso a mezzo SMS non è una follia completa come può sembrare, giura il mio amico Maz Soumarè. Come in Giappone, si riceve la puntata e la si legge mentre ci si sposta a mezzo autobus o treno. Ovviamente è diverso anche il soggetto che si riceve, nel senso che dovrà trattarsi di un romanzo o di un'altra storia relativamente elementare da un punto di vista narrativo e basata su un scelta massima di 500 vocaboli. Qualcosa di diverso dalla narrativa, potrebbe commentare qualcuno. Senza alcuno snobismo, penso sia corretto dargli ragione.
Resta il fatto che il principale ostacolo al libro elettronico pare essere il tipo di vita che conduciamo, l'assenza di momenti liberi da dedicare a se stessi. Insomma, se disporre di uno strumento capace di evocare sul vostro libro elettronico qualche centinaio di romanzi è una gradissima f...ata, non avere il tempo necessario per leggerne nemmeno uno pare essere il nostro destino. I libri su carta non sono più un destino unico e irrevocabile, questo è certo, ma una vita da coatto pare invece diventata davvero la nostra sorte.
Personalmente penso che il libro sarà sicuramente sostituito, del tutto o in parte, ma a farlo sarà probabilmente qualche marchingegno magari dotato di una memoria e di una durata nettamente superiore a quanto finora raggiunto: il libro, infatti, ha una funzione di portabilità non facile da emulare. Non solo: il libro elettronico dovrà avere un prezzo ragionevolmente vicino a quello di un libro on paper per evitare emorragie monetarie a ogni smarrimento e conseguente ritorno al libro su carta. Risultati non facili da ottenere, ovviamente. Ancora meno facili se l'investimento sul prodotto è molto contenuto come ora.
Nel frattempo continueremo a vivere on the edge, in attesa del nuovo libro. E, non casualmente, a riprodurre in modo più o meno legale il libro in forma stampata per ogni possibile uso.

15.11.08

Sospesi nel nulla

Sarà difficile dimenticare quest'autunno.
Chiunque lavori in proprio - nei libri ma anche in altri settori - dorme sonni inquieti e tormentosi. Si sveglia incerto e insicuro e constata, giorno dopo giorno, il calo delle vendite.
Non si tratta solo di un problema delle librerie indipendenti - utile ripeterlo - né di una diminuzione temporanea. Il lettore/cliente è altrettanto incerto e insicuro e, oppresso da pensieri e riflessioni, non ha la voglia di dedicare uno scampolo del suo tempo per visitare una libreria (di catena o meno non importa), farsi un'idea delle novità uscite e magari comprare qualcosa.
Le voci che girano nel settore sono agghiaccianti. Mondadori, ovvero l'editore italiano numero 1, sotto di un 10% abbondante, appena salvato - parzialmente - dai Numeri primi di Paolo Giordano. Obiettivi o meglio budget 2009 drasticamente tagliati presso editori grandi e medi, le Librerie Feltrinelli con una percentuale di vendite in calo tra il -15 e il -20% costrette a bloccare tutti i nuovi progetti di espansione.
Un momento? Una contingenza?
Le previsioni parlano di una recessione che durerà almeno fino a metà del 2009. Nelle ipotesi migliori puntualmente - in ogni caso - smentite da voci di esperti ed economisti.
Per il piccolo commercio la crisi risulterà probabilmente l'ennesima mazzata dopo la lenta e inesorabile agonia degli anni passati.
Magari non c'è molto da rimpiangere il panettiere sotto casa o il droghiere dietro l'angolo ma vederli sostituiti da aderenti a catene immobiliari o da sportelli per il lavoro part-time o a tempo (sempre ammesso che gli spazi vengano occupati) non pare essere un gran guadagno per nessuno. Senza contare che vie e strade abbandonate da commercianti e artigiani sono oggettivamente squallide e pericolose...
Ma una crisi può anche essere un momento di necessaria riflessione - sempre ammesso di passarla... Il modello che ci ha dominato il mercato editoriale negli ultimi anni è stato quello della grande libreria polivalente, ovvero quella del punto vendita che assomma in sé, oltre alla libreria, il negozio multimediale e il bar-ristorante. Qualche centinaio di metri quadrati e uno spazio per i libri che, per la verità, finiscono per soffrire la presenza - in termini di assortimento - di i-pod e di blu ray. Senza contare che la competenza in proposito di personale dotato di scarsa o insufficiente conoscenza è quello che è. Infatti i libri che non siano best-seller di uscita relativamente recente rischiano non soltanto di non essere presenti nel punto vendita, ma persino di essere dichiarati d'ufficio «esauriti». Presso le librerie Feltrinelli, secondo non poche testimonianze - di addetti ai lavori, beninteso -, l'abitudine di dare per esauriti i libri non disponibili sembra essere diventata una prassi comune, favorita se non direttamente suggerita dai dirigenti.
Il risultato di questo genere di politica è facilmente immaginabile: un danno tutt'altro che lieve al settore nel suo complesso.
La necessità di fare 100 subito o quasi finisce per confliggere con il lavoro quotidiano del libraio fatto, come si dovrebbe sapere, di 1+1+1+1+1+... La crisi finisce per essere così una cattiva consigliera.
Spingere i piccoli e medi editori nell'angolo può rivelarsi - e non soltanto da un punto di vista culturale - un autogol.
La crisi, a pensarci bene, potrebbe e dovrebbe servire proprio a questo: a creare nuovi passaggi e nuove rotte nel grande mare dei libri. A tentare, sperimentare, osare. A dimenticare, almeno per un po', i consueti thriller e i soliti saggi inevitabilmente ovvi e risaputi. Potrebbe essere l'occasione per chi fa il mio mestiere di "uscire" e consigliare qualcosa di inatteso e imprevisto ricominciando a fare 1+1+1+1+1+... come un tempo era considerato normale.
I testi non mancano, si tratta soltanto di tentare.
Anche perché, visti i tempi, abbiamo tutti ben poco da perdere...

8.11.08

Da leggere, volendo

La consueta valanga di titoli natalizi è in pieno sviluppo ed è, sinceramente, piuttosto difficile tenere il filo di ciò che arriva e provare a fare qualche scelta per eventuali consigli.
I consigli, infatti, variano parecchio da un soggetto all'altro. Non credo, infatti, si possano consigliare sei o sette libri al massimo e pretendere o pensare che possano andare bene per tutti. Che cosa consiglierò - o meglio suggerirò, metterò in evidenza, sottolineerò - ad alcuni dei miei clienti non è tuttavia materiale che meriti commento. Non per i difetti propri dei libri ma per la semplice banalità del suggerimento. Consigliare l'ultimo libro (postumo) di Oriana Fallaci, Un cappello pieno di ciliege o di Paulo Coehlo, Brida non modifica la visione né apre nuove vie al lettore. Nella migliore delle ipotesi confermerà la sua opinione sul mondo confermando il suo parere e i suoi giudizi, mentre ciò che i libri possono regalare è un giudizio "laterale" e inatteso su fatti e persone, capace di sorprendere per primo il lettore.
I libri dei quali parlerò qui, in sostanza, sono passioni personali o curiosità non ancora saziate. Non si tratta di libri che ho letto - importante dirlo! - ma libri che mi incuriosiscono e che è piuttosto probabile possa leggere a tempi brevi. Sempre che non ne arrivino altri che risveglino maggiormente il mio interesse.
Crociate del Nord di Eric Christiansen, de Il Mulino, affronta un tema poco o per niente noto tra noi, il tema della cristaniazzazione forzata, ovvero condotta manu militari, delle popolazione del Baltico: Balti, Estoni, Finni. A condurre le Crociate del Nord saranno in primo luogo i Cavalieri Teutoni (sì, quelli di Aleksander Nevskij) e le monarchie scandinave che, come sottolinea il libro, "mascherarono, sotto il pretesto della conversione delle popolazioni pagane o ortodosse, aggressive mire colonialistiche". Un libro che impone una certa attenzione - le popolazioni citate sono spesso praticamente ignote al lettore - ma che apre la porta su un frammento di storia e di passato che ignoriamo. Da notare, a questo proposito, la politica del Vaticano sulle popolazioni pagane del nord-est, del tutto coerente con la propria storia...
Ho una certa passione per le storie di mare (forse qualcuno che mi segua con un minimo di puntualità se ne sarà accorto) e non quindi strano se infilo tre-libri-tre di argomento marittimo, anche se la mia competenza reale in questioni di mare è praticamente zero.
La disfatta dell'Invicincibile Armada di Antonio Martelli (Il Mulino) racconta con vivacità e un leggero ma evidente sense of humour la storia della più vanagloriosa - e assurda - impresa marittima condotta dalla Spagna di Filippo II. Come finì l'impresa lo ricordiamo tutti, credo, ovvero con un assoluto fiasco spagnolo e il primo segnale di una tradizione inglese giunta fino ai tempi della Malvinas (o Falkland). Ancora più interessante, comunque, seguire da vicino la vastissima, animata e rissosa popolazione di Caballeros imbarcati sulle navi, perennemente in dissidio e decisamente mal sopportati dai marinai.
Valerio Evangelisti con il suo Tortuga visita a suo mondo di pirati e bucanieri, sottolineandone la curiosa - anche se spesso contradditoria - regola di vita, basata su uguaglianza, pari dignità e solidarietà. Protagonista un nostromo portoghese, Rogerio de Campos, «ex-gesuita dal passato torbido» che «si trova a vivere tra gente sconcertante, dalla vita libera e indisciplinata e dalle imprevedibili esplosioni di violenza».
Ho qualche perplessità sullo stile di Evangelisti, talvolta ripetitivo o sentenzioso - ma il libro mi sembra quantomeno interessante e merita, probabilmente, una seconda e forse anche un terza occhiata.
Un po' di più merita sicuramente Mare di papaveri di Amitav Ghosh, appena tradotto e pubblicato da Neri Pozza. Primo volume di una trilogia dedicata alla storia dell'India, racconta le vicende dei viaggiatori dell'Ibis, un veliero di inizio Ottocento nell'India agitata e cupa della guerra dell'oppio. Personaggi sospesi tra oriente e occidente in un mondo che ha ben poco di noto per noi lettori: «uniti da una comunanza che oltrepassa continenti, razze e generazioni».
Inevitabile una certa curiosità per l'ultimo libro pubblicato in italiano da Helmut Krausser, autore de Il falsario (Einaudi) e Il grande Bagarozy e Melodien (Barbero): I demoni di Puccini. Conosco poco o per niente la vita di Puccini e gli scandali che l'hanno segnata ma ho parecchia fiducia nella capacità di Krausser di raccontare - reinventandola - la vita di un musicista.
Un piccolo "classico" è La penultima verità di P.K. Dick. Storia di una colossale e criminale bugia condotta a danno dell'intera umanità, convinta che l'ultima guerra condotta in superficie abbia distrutto il pianeta e resa irrespirabile la sua atmosfera. La situazione claustrofobica dei sopravvissuti sotterranei al conflitto è resa con una perfezione cristallina, tanto da inchiodare davvero il lettore alla pagina.
Ancora un paio di libri.
Il primo é Al crepuscolo, un'antologia di Stephen King che, leggendo il risvolto di copertina, sembra promettere non poco. D'altro canto un racconto non permette divagazioni o battute a vuoto. C'è chi dice che King abbia ormai sparato tutte le sua cartucce. Per controllare se è proprio così un'antologia è probabilmente un'ottimo campione.
Il collegio di Santa Lucia di Karen Russell sono dieci racconti con per protagonisti altrettanti bambini. Il genere... beh, una sorta di fantasy chiassoso e sregolato, un viaggio nell'assurdo condotto con la serietà un po' forzata tipica dell'infanzia. Difficile dire se si tratta di un capolavoro, ma sicuramente è un libro poco comune...
...
Per il momento mi fermo qui, ma non escludo di ritornare sull'argomento.
Buona lettura a tutti, comunque.