25.6.15

Raccontare il sesso




Il capitolo quattro del mio antico romanzo, L'ultima stella, che sto eroicamente ribattendo (ma anche tagliando, cambiando, mutando di tempo ecc.) mi ha riservato una sorpresa curiosa: una scena di sesso. 
Onestamente non mi ricordavo minimamente di essermi a suo tempo permesso – pardon – immaginato, di poter scrivere decentemente una scena di incontro ravvicinato del primo tipo (perdono, Spielberg), ovvero la più banale delle copule tra una (1) femmina e un (1) maschio.
Cominciamo col dire che la scena non ha nulla di piccante. Due individui, relativamente giovani, che condividono un momento di profonda crisi nella propria vita, passano una serata insieme, discutendo e confrontandosi e giungendo a  una reciproca confessione che sarà l'elemento decisivo per un accoppiamento, accoppiamento che nessuno dei due ha a suo tempo previsto o programmato, semmai semplicemente considerato come conseguenza possibile, anche se non molto probabile.
Si tratta di individui privi di altri legami di rilievo e non credo - o, per essere sincero, non ricordo con precisione - che la loro avventura avrà conseguenze di rilievo sulla trama della vicenda. Diciamo che lo scopo della scena era quello di presentare due personaggi in una bolla di tempo immobile, in una scena privata, del tutto personale, narrarne le paure, qualche ricordo, qualche fissazione personale. La scena di sesso è venuta quasi automaticamente, come una necessità fisica che una donna e un uomo non possono ignorare se provano un minimo di interesse l'uno per l'altro e non hanno particolari problemi emotivi o sentimentali. 
Il problema grosso - ovviamente in senso relativo - è la scelta che feci intorno al 1980 di raccontare il loro rapporto dal punto di vista di tutti e due, con frequenti passaggi di punto di vista nel corso dello stesso paragrafo. Ahi, ahi, ahi. Ricordo perfettamente di aver letto negli anni immediatamente successivi un manuale di scrittura scritto da C.J.Cherryh per la prestigiosa collana «Scuola per scrittori» della compianta Editrice Nord, dove la madre del ciclo di Chanur ripeteva pagina sì e pagina no la frase: «E non cambiate mai, ripeto mai, il punto di vista a metà di un paragrafo». 
Ohibò.
Sicché avevo trasgredito. E gravemente. 
Ma perché mai? 

C.J.Cherryh
Beh, semplicemente perché i miei due personaggi non erano particolarmente presi dal rapporto sessuale in atto e troppo stanchi per riuscire a fare qualcosa di diverso dal lasciare andare il cervello alla deriva. Io, da perfetto guardone, seguivo le loro fantasie momento per momento personaggio per personaggio. Più o meno così: 

Milesia sente con una intensità quasi dolorosa che la sua vita quotidiana fatta di gesti automatici si frantuma e i frammenti sono lucidi, riflettono immagini del suo passato dimenticate...

e qualche riga prima:

Mentre parla Scentimel ha chiuso gli occhi e la voce di lei, nella penombra creata dalle palpebre abbassate, ha assunto un alone di risonanza fluida e carezzevole, la stessa sensazione provata da bambino, quando udiva la voci dei genitori oltre il tramezzo della stanza mal riscaldata dove dormiva.

Come avrete capito i due si chiamano Milesia e Scentimel. Nomi che possono sembrare strani ma che appartengono a esseri umani che vivono in un lontano futuro. 
Ho lavorato non poco sul loro incontro, tagliando, riducendo, cercando di chiarire, ma il doppio punto di vista è rimasto. Per il tempo del loro incontro e per quello del loro accoppiamento. Se non vi piace potete saltare sei o sette pagine e dar male di me in ogni occasione, ma comunque penso che tradirò C.J. Cherryh, nonostante la stima per lei.
«Sì, ma c'è una qualche descrizione, qualcosa di bbbuono?».
No, purtroppo no. Il mio IO di più di trent'anni fa era uno che aveva l'abitudine di mettere le mutande ai cavalli e il mio IO attuale è più o meno dello stesso parere. No, a parte gli scherzi, se non si vuole presentare una copula ppperversa o omosessuale [*], che richiedono un minimo di descrizione in più, la meccanica dell'accoppiamento è più o meno sempre uguale e perdere tempo e parole a descrivere il «pube di lei» o «l'erezione di lui» (ammesso che...) non è fondamentale. A meno che non si voglia scrivere un romanzo erotico o decisamente pornografico, il che, tuttavia, non è nelle mie corde.

Una scena dal film «Salem» che in qualche modo, non so quale, comunque c'entra.

 Semmai, rileggendo il breve incontro dei due ho respirato nuovamente per un istante l'aria di alcuni ambienti - la sinistra radicale, all'epoca sinistra extraparlamentare - verso la fine degli anni '70, quando era tutto sommato normale finire a letto insieme anche semplicemente per una simpatia temporanea o per terminare una discussione, più o meno quello che capita ai miei due personaggi. All'epoca era un sintomo di un'aria nuova, entrava nello stesso cloud di vivere in comune, allevare insieme i bambini, libertà nella coppia, liberazione femminile, intolleranza per la gelosia, libertà di rapporti omosessuali, uno spinello per chi lo voleva e attenzione per ciò che accadeva intorno a noi. 
Tempi passati, evidentemente.
Lo so, lo so, erano gli stessi anni delle BR, lo so bene. E le BR hanno curiosamente segnato la fine di quegli anni. Ciò non toglie che in linea di massima continui a pensarla così. 
E che abbia mandato a letto insieme due personaggi anche se non si amano alla follia. 
Succede.  

[*] Tanto per chiarezza: non trovo nulla di riprovevole in ciò che due adulti consenzienti possono fare in camera da letto. E la combinazione perversione/omosessualità è stata semplicemente una distinzione necessaria in campo narrativo, non un ritenere l'omosessualità in qualche modo assimilabile alla perversione. Infatti non potrete negare che per raccontare una coppia gay che passa il tempo a incatenarsi ci vuole più spazio e più parole che per raccontare due trentenni femmina e maschio che hanno un semplice, normale rapporto.  
      

5 commenti:

Paolo ha detto...

Devo ammettere che non mi sono mai seriamente posto il problema, anche se tanti anni fa in "Proximus" (romanzo breve in via di riscrittura) avevo immaginato una scena hard-core un po' estrema, ma funzionale alla narrazione, che ho poi tagliato completamente e lasciato ad alcune velatissime allusioni del protagonista. Più di recente ho provato a scrivere dei racconti erotici attingendo alle mie fantasie, con risultati imbarazzanti da ogni punto di vista. Ci vuole mestiere per scrivere zozzerie.

In "Interferenza", come vedrai, c'è una scena di garbato voyeurismo spaziale, quasi involontario, e poco altro. Probabilmente le troppe scene di sesso stereotipato lette e viste per decenni hanno contribuito a rendermi un po' scettico sulla loro utilità narrativa.

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: «Ci vuole mestiere per scrivere zozzerie», sacrosanto, anche perché nella descrizione e nella cronaca di un rapporto sessuale non particolarmente curioso si può finire sul ginnico, ovvero sul ridicolo, o sullo psicologico, ancora più ridicolo. Gli autori erotici risolvono il problema in genera alzando la posta, sia in termini di situazione (in ascensore, su un tetto al 50° piano, in una cantina ecc.) sia aumentando in numero di partner. Più o meno lo stesso meccanismo che agisce (che agiva) nel defunto cinema porno. In ogni caso la Chiesa ha la posizione che «È molto peggio di sesso narrato che raffigurato. Le parole rimangono nella memoria.». Incredibilmente e neurologicamente giusto.

Lerigo Onofrio Ligure ha detto...

Per il sottoscritto non può esistere qualsiasi scena (erotica o meno) non funzionale alla storia, se si vuole giocare con l'aspetto ludico si deve essere bravi, come dice il buon Paolo.

Resta il fatto che il rinnovato filone di romanzi e/o racconti a tema non fa nulla di più che descrivere pigramente qualcosa di arcaico e radicato come l'accoppiamento, basarci una trama è stupido, ma fa vendere...

Massimo Citi ha detto...

@Menestrello: sarà un effetto del cervello rettiliano? Per vendere bene bisogna essere dannatamente scaltri (che non significa capaci), presentando in maniera in qualche modo nuova una vecchia storia. Le 50 sfumature sono un ottimo esempio per rivendere un romanzo rosa con il giovine ricco che si innamora della giovine povera. È vero che la tartassa un po', ma vuoi mettere la soddisfazione di averlo fatto proprio per milioni di lettrici? Quanto al sesso in un romanzo d'avventura - in fondo la sf è un tipo di romanzo d'avventura - funziona bene se è breve e giustificato dalla vicenda, altrimenti i lettori in attesa degli alieni e delle battaglie stellari cominciano a stufarsi.

Lerigo Onofrio Ligure ha detto...

Qualcosa del cervello rettiliano c'è sempre... :)
Vendere non vuol dire necessariamente aver fatto un buon lavoro, non in produzione almeno...

Nel romanzo di avventura, specie nel campo della sf, è sempre meglio creare nell'immaginario il/la belloccio/a, ma non bisogna dargli troppo spazio... dopotutto serve a fare da intermezzo tra l'invasione aliena, l'esperimento genetico e la battaglia spaziale!
Scherzi a parte un buon personaggio vale dieci volte una scena erotica e nei libri di sf è altrettanto vero che una buona trama fa il suo porco lavoro meglio di ogni altra cosa!