30.11.12

M.A.d.u.L.p. 6.


Un M.A.d.u.L.P. dedicato al lungo viaggio verso l'automazione e alle sue fatali controindicazioni. In genere chi inizia a lavorare adesso trova sul posto di lavoro il pc già pronto e windowscattante. Qui si racconta una storia meno brillante e spero più divertente.
 
Quando ho iniziato…
Frase pericolosa, che può indurre qualcuno a involarsi o a passare ad altra lettura: «eccolo qua il reduce che comincia a scassare con le sue nostalgie». Ma in questo caso posso assicurare che l’incipit è necessario. Significativo. Inevitabile.

Quando ho iniziato il pc in libreria non esisteva.
Non era nemmeno una vaga possibilità.
Si sapeva che Zanichelli usava un «calcolatore elettronico a schede» per gestire il magazzino, ma era come parlare della NASA o del batiscafo di Jacques Cousteau. Miti, storie da marinaio. O, se preferite, capricci, eccentricità, manie.
In libreria – se vogliamo chiamare «libreria» le famose soffitte di Fisiologia che tuttora mi capita di sognare – si prendeva nota a mano di che cosa si vendeva, nel caso fosse l’ultima copia. Non si prendeva nota da nessuna parte, viceversa, di che cosa arrivava. Ci si limitava ad aprire le scatole e disporre i libri su tavoli e scaffali. Dopo esserseli andati a prendere in fondo a quattro piani di scale. Senza ascensore, rigorosamente. Sempre che il corriere di turno fosse riuscito a farsi udire (mancava il citofono) e non ci lasciasse le scatole ai piedi della scala dopo essersi firmato la bolla da sé.
Normale che la stima di quel che si vendeva fosse abbondantemente spannometrica. Si riusciva a capire che Il nome della rosa era un best-seller giusto perché finiva in continuazione, ma di come si vendessero realmente i «Nuovi testi» Feltrinelli o i «Centopagine» Einaudi non era poi così facile capirlo. Infatti dopo un mesetto per sapere quante copie fossero arrivate di un titolo o di un altro non restava che andare a cercare la bolla di consegna originale e controllare.
Mettendo in disordine le bolle del contabile.
Che la prendeva come un fatto personale.
Quindi si finiva per non controllare sulle bolle e provare a supporre.
A forza di supposizioni, inevitabilmente nebulose, arrivammo ad avere un magazzino record, un ensemble di libri che con i nostri ritmi di vendita saremmo riusciti a vendere soltanto in sette anni e qualche mese.
Ma questo arrivammo a scoprirlo soltanto dopo che qualcuno di noi ebbe seguito un breve corso di aggiornamento professionale alla Lega delle Cooperative. Un corso rudimentale e informale rispetto alla famosa Scuola Librai, ma già allora utile. Il soggetto inviato a formarsi – io – ritornò inorridito dalla spedizione.
D’altro canto non era poi così strano che non riuscissimo a tenere sotto controllo il mostro-magazzino (lo stock, per essere on trend). Avendo un’idea soltanto vaga di che cosa acquistavano i nostri clienti non era facile decidere che cosa avremmo fatto bene a evitare di acquistare. C’erano i libri meritori perché unzaccodisinistra che andavano tenuti comunque, i classici perché non siamo mica dei barbari, gli economici ed economicissimi perché siamo dalla parte del proletariato, i romanzi sudamericani perché siamo contro gli amerikani, i primi libri sulle medicine alternative per combattere le grandi case farmaceutiche, i libri per crescere bambini liberi e liberati, la filosofia e storia della scienza perché siamo di formazione scientifica, ma anche la filosofia e la semiotica sempre perché (di nuovo) non siam barbari, i giovani scrittori perché…
Insomma, si comprava quasi qualsiasi cosa seguendo dei criteri un po’ politici, un po’ culturali e un po’ bibliotecari. Del risultato si è detto.
A risolvere parzialmente il problema fu un furto con destrezza condotto da ladri-atleti che in un agosto non ancora ammalato di effetto serra s’involarono i libri più costosi lasciandoci bellamente sulle croste tutta la saggistica politica, i dibattiti, i pamphlet e le testimonianze di rivoluzionari di ogni luogo, tempo e sesso.
Eravamo assicurati, grazie al cielo.
Smaltimmo un po’ per volta i vibranti appelli e i roventi saggi.
Il fatto che nemmeno i ladri li avessero voluti, nemmeno gratis, ci aveva aperto gli occhi. Si era in tempo di riflusso e noi rifluimmo in un negozio, piccolo ma asciutto e tiepido, in via Ormea. Facemmo il trasloco a mano, uno scatolone a testa per quattro piani.
Giù e su. Giù e su. Giù e su.
Fino a ultimare il trasporto.
Più morti che vivi.
A quel punto, anche memori della lezione alla Lega, decidemmo che era necessario sapere con precisione che cosa si vendeva.
Inventammo espedienti di ogni genere. In primis i reparti, ovvero una rudimentale distinzione tra narrativa, alcuni tipi di saggistica, bambini, universitario e altre cose (fotocopie, penne e quaderni ecc.). Anche questo semplice sistema ci permise di uscire dalle nebbie dell’autoillusione e della buona intenzione. C’erano argomenti che non interessavano. O che interessavano per un po’ e poi basta. Poi, con l’avvento del registratore di cassa dovemmo inventarci altri codici segreti, ulteriori cifrature, ennesime formule. Il codice Enigma dei nazi al confronto era banale come un film di Neri Parenti.
Troppa complessità, ma in compenso nessuna gestione a titolo.
L’ISBN era già stato inventato, ma non tutti i libri ne erano provvisti. Particolarmente i manuali universitari ne erano privi. E poi, anche «scaricando» in qualche modo un libro venduto da che cosa l’avremmo scaricato? Dalle famose bolle? Impensabile.
All’epoca erano appena nati gli home computer. Commodore 64, Spectrum, TI 99.
Servivano a infilarci quattro righe di comandi in basic e ottenerne un segnale acustico sgradevole (boop), seguito da «bad name».
Uno di noi (lo stesso che aveva partecipato alla scuola quadri, pardon, al corso di formazione) sacrificò tempo (molto) e denaro (poco) a cercare di creare un database di uso relativamente agevole. Fece pateticamente fiasco – gli home computer servivano soltanto a mettere insieme videogiochi che visti adesso sembrano il parto di un cerebroleso – ma il tentativo servì a comprendere che «ci serviva un computer». E un programma. 


 

Il problema di CS sono sempre stati i soldi.
Anche adesso, per la cronaca.
Quindi di fare come facevano le librerie serie non si parlava proprio.
Niente M20 o M24 con programma altrettanto serio per «gestione libreria».
Oltretutto erano programmi pensati per librerie che smerciavano libri dotati di ISBN e noi ne avevamo una buona quota che sfuggivano a ogni tentativo di classificazione. Libri di medicina, a dimostrare quanto il settore fosse avanzato e attento al progredire dell’innovazione nel settore commerciale.
Era necessario inventare qualcosa.
Il qualcosa fu un programmino tuttofare della Lotus che si prestava a mettere insieme un database utile persino per noi. Elastico, malleabile e installabile (legalmente) su n computer senza doverne comprare ogni volta un’altra copia come invece prevedeva il confratello della Microsoft di Bill Gates. Nulla da stupirsi che, come in una fiaba cattiva il nostro Bill sia l’uomo più ricco del mondo, mentre Lotus è stata comprata da qualcun altro. Nel nostro mondo le fiabe hanno quasi sempre questo finale.
Di fiabe cattive, per esempio, si potrebbe scriverne una su un omino che costruiva condomini semillegali protetto dalla curia milanese, che in seguito trasmetteva illegalmente su tutto il territorio nazionale perché amico di un tizio con una «X» nel nome (che non era Darix Togni) e che poi finisce per diventare presidente del consiglio italiano. Ma anche la fantasia ha un limite. E questo sono memorie, non un pezzo di narrativa.

Spalleggiati da Lotus entrammo trionfalmente nell’era informatica della gestione del magazzino. Dovemmo diteggiare uno per uno circa ottomila titoli nel PC – si era nel 1991 – ma poi potevamo caricare, scaricare, inventariare, incrociare, sondare, preoccuparci e inorridire in un tempo (all’epoca) brevissimo. Ci mettemmo poco a capire che, comunque fosse, i titoli erano troppi e il magazzino troppo costoso.
Da questo problema non ne siamo ancora usciti, per la cronaca.
Ma soprattutto si evidenziò per la prima volta un tipo di problema che non avevamo calcolato né previsto. Un po’ quello che accadde a suo tempo al dottor Frankenstein o al dottor Jeckyll.
Avevamo generato un doppio virtuale del magazzino. Un fantasma elettronico, un’ombra che, come nel romanzo di Von Chamisso, costantemente si ribella al suo padrone. Un fantasma che ci perseguita anche cambiato il programma, cambiati i PC, cambiata sede…




Una volta, quando al telefono qualcuno chiedeva se un libro era disponibile si rispondeva «Un attimo, controllo» e si partiva alla volta degli scaffali. Dopo un tempo ragionevole si tornava al telefono e si rispondeva: «Sì», oppure «No». Adesso non c’è nemmeno bisogno di alzarsi. Si passa al file del magazzino, si controlla la giacenza e si risponde.
In genere è solo dopo aver posato il ricevitore che si è assaliti dai dubbi. «Sarà vero?». Il PC indica la giacenza virtuale. Poniamo che sia «1». A questo numero scritto nella casellina verde della giacenza corrisponderà un volume in pagine e legature? Non resta che andare a controllare. Si arriva alla sezione «economici», dove il libro dovrebbe trovarsi. Nulla. Non c’è. Nemmeno fuori posto. «Già, ma si tratta di una biografia scientifica». Si riparte verso lo scaffale che ospita «Storia e filosofia della scienza – Biografie scientifiche». Nemmeno lì. Nella sezione «Biografie – Epistolari». Niente. Il soggetto per un po’ ha scritto fantascienza. Si guarda nella sezione «Fantascienza & Fantasy». Naturalmente nulla.
Si comincia a sudare freddo. Il cliente al quale si è detto che il libro era disponibile viene da Pinerolo: «Dove il libro non si trova, non si trova proprio».
«Poesia», «Informatica», «Chimica»…
Nulla.
«Libri in offerta», «Bambini»…
Si sparge il panico.
Lo si cerca in due, poi in tre.
Nelle viscere del PC il malefico Doppelgänger del magazzino sogghigna, pronto a ripresentare il suo malefico «1». Infatti, qualcuno, ritardatario, ricontrolla e dichiara, pletorico: «Ehi, ma qui dice che ce n’è ancora una copia». C’è un principio di rissa. Un cliente entrato proprio in quel momento viene liquidato brutalmente con un: «Non c’è, vada nella libreria successiva».
Dopo un’oretta a qualcuno viene in mente una cosa: «Ehi, ma era XY? L’ho messo nella scatola della resa a Z… dovevo dirtelo, lo so. Ma mi è passato di mente… Beh, perché fai quella faccia?»
Da ogni macchina che ferma potrebbe scendere il cliente turlupinato dal malefico software. C’è un silenzio da Mezzogiorno di fuoco.
«Glielo dici tu a quello che viene da Pinerolo».
«Ah…»
Si apre la porta.
È il postino.
Sospiro di sollievo.
Suona il telefono: «Pronto, qui Libreria Righe & Quadretti. Scusate, avreste il libro XY? Abbiamo detto a un cliente che c’era. Abbiamo controllato sul computer e sembrava ci fosse, ma poi… Potreste prestarcelo?»




In genere il cliente di Pinerolo ha sbagliato numero e va a fare il diavolo a quattro all’altro capo della città.
Comunque dopo qualche avventura di questo genere adesso controlliamo.
Sempre.
O quasi.
E diffidiamo del PC e dei suoi voodoo elettronici.
Paradosso di Shlemil: «Gradi crescenti di tecnologia comportano guai di complessità tendente a infinito».

Il prossimo MAduLP sarà interamente dedicato a…
Non lo so ancora. Sarà una sorpresa.
Anche per me.

6 commenti:

Marcella Andreini ha detto...

La parte finale è una scena tipica: entri in libreria, chiedi, il librario che ormai non memorizza più i libri negli scaffali, cerca il libro nel PC e mentre ti risponde che c'è si dirige come un razzo e il braccio proteso, verso lo scaffale, poi, non vedendo il libro, si volta con ancora il braccio sollevato, guarda la collega e: "ma l'hai venduto te?!". Di solito la collega sembra non abbia venduto mai niente!

Maxciti ha detto...

@Marcella: effettivamente è abbastanza tipico. Nella mia vecchia/nuova veste di semplice cliente l'ho già visto accadere, se non a me, a qualche altro sciagurato. Mi diverte non poco sentire il genere di menzogne inventate sul momento dal personale della libreria.

Lady Simmons ha detto...

Sono caduta dalla sedia leggendo questo meraviglioso passaggio di letteratura pura:

"A risolvere parzialmente il problema fu un furto con destrezza condotto da ladri-atleti che in un agosto non ancora ammalato di effetto serra s’involarono i libri più costosi lasciandoci bellamente sulle croste tutta la saggistica politica, i dibattiti, i pamphlet e le testimonianze di rivoluzionari di ogni luogo, tempo e sesso.
Eravamo assicurati, grazie al cielo".

Ma io voglio il libro della storia della libreria! E' magnifico!!!
Anche il Doppelganger informatico! E' verissimo, e succede in tutti i negozi...!

Però la tua libreria aveva un sapore ancora "antico", che per me è un complimento...!

Salomon Xeno ha detto...

Voto anch'io per un libro di memorie. Che so, "Confessioni di un libraio". Insomma, è una storia avvincente, al di là dei retroscena come sempre illuminanti. Tra l'altro ho sempre visto il PC del libraio come un alleato ambiguo, un'oscura e imperscrutabile presenza. I poveretti che lavorano per una nota-libreria-di-catena, invece, dando le spalle al cliente mentre digitano sono un po' presi nel mezzo. Probabilmente hanno programmi migliori, ma una volta sono stato vittima di un "1".
L'ebook priva i lettori di questo brivido.

Maxciti ha detto...

@Lady Simmons: scusa per il ritardo nella risposta ma questa giornata è stata interamente dedicata alla famiglia.
Mi ha fatto naturalmente piacere il tuo commento e giuro di prendere in considerazione la possibilità di farne un e-book. Quanto al sapore "antico" della libreria pensa che uno degli scopi della libreria era quello di vendere esclusivamente libri. Una follia, ovviamente, come continuare ad attraversare l'oceano su una goletta in tempi di navi a propulsione nucleare. Una follia che però è durata a sufficienza, in fondo. Quanto basta a farmi sentire in pace con me stesso.

Maxciti ha detto...

@SX: giuro, lo farò. Magari quando mancherà ancora un pochino a chiudere le puntate previste. Tieni comunque conto che poco o tanto dovrò rimetterci le mani, scrivere una prefazione seria, aggiungere qualcosina, insomma trattarlo come un vero libro. Ma penso sia possibile.
Il meccanismo dell'1 è piuttosto abbastana tipico di librerie che viaggiano a magazzino basso visti i costi dell'immagazzinamento. È un altro modo, in realtà, per denunciare la schiavitù del famoso iR - l'indice di rotazione.