31.7.12

Editoria senza idee

«Il self publishing potrebbe rivelarsi, sul medio termine, una colossale fregatura. E il digitale non va pensato come una ricaduta della carta stampata, ma come un universo autonomo.»
Also sprach Michele Rossi, responsabile narrativa della Rizzoli, cercando, nel corso di un'intervista pubblicata su La Stampa del 30.07.2012. Un'intervista da un certo punto di vista assolutamente esemplare. Interrogato sullo stato contemporaneo della narrativa in Italia, Michele Rossi, riesce ad autocontraddirsi quasi ad ogni capoverso: «Noi dobbiamo fare libri diversi: di alta letteratura oppure più commerciali, ma devono essere appunto libri di autori con un profilo autonomo» e, contemporaneamente: «Ma la scommessa è puntare sul digitale per autori che potrebbero esserne particolarmente valorizzati, non per qualsiasi libro. Anche il digitale va, appunto, governato»
In sostanza: siamo disponibili a puntare su autori con una personalità narrativa ben definita, ma anche su autori che ci facciano risparmiare sulla tiratura e sulla distribuzione e, detto di passata, anche sui libroidi, ovvero libri di breve vita e valore culturale tendente a zero. 
Curioso, vi sareste aspettati qualcosa di diverso da un membro del personale direttivo Rizzoli? Forse una frase facilmente interpretabile come: «Mi piacerebbe fare libri che si vendono, di autori noti e apprezzati come di perfetti nessuno a costo quasi zero, come pure di completi ignoranti che hanno però di buono il fatto di essere già noti per qualsiasi altro motivo».  No, un dirigente serio ha la capacità di torcere le parole e le frasi in modo da non affermare ciò che sta affermando.  Di muovere la carte sul tavolo a una velocità inattesa e inafferrabile per chi li legge. 
Michele Rossi accenna anche alla crisi, «La “tempesta perfetta” che si è abbattuta sul mercato non permette tentennamenti e mezze tinte [...] Non sono per la decrescita, sarebbe disastrosa. Ma pubblicare qualche libro in meno per poterli seguire molto bene tutti, questo sì.» e a una cifra totale del mercato librario, «il miliardo e quattro[centomila di euro] dell’editoria italiana nel suo insieme» che, se comparata con i 3.000 mld di lire [1] del fatturato totale librario di qualche anno fa, dà le dimensioni della profondissima crisi nel quale il mercato si trova. 
Silvia Avallone

Ma, in sostanza, che cosa ci dice Michele Rossi? 
Beh, non molto. E molto di ciò che ci dice gli esce involontariamente, come un gaffeur inopportunamente invitato al té di Madame. Ci dice che Rizzoli è contentissima di aver cuccato una meraviglia come Silvia Avallone [2] ma che comunque non si è liberata dei complessi verso la Grande Mondadori; che il quadro del settore è disperato e disperante e che gli e-book possono essere una risorsa, soprattutto perché fanno risparmiare sulla carta, sulla tipografia e sulla distribuzione; che gli autori costano e che i lettori italiani: A) non sono abbastanza fessi da credere a tutte le panzane sparate dagli editori, ma anche B) troppo fessi per leggere autori rispettabili come Walter Siti, preferendogli un autore di impedimenta come Marco Presta (Un calcio in bocca fa miracoli), della scuderia Einaudi, gruppo Mondadori. Che Rizzoli, a ogni buon conto, ridurrà i titoli in uscita, che il buon André Schiffrin [3] continua allegramente a infestare gli incubi dei grossi editori e che, infine, Rizzoli punterà ancora una volta su autori alla Ken Follett per tentare di rimanere sul mercato.  
André Schiffrin

Una intervista confusa e cortigiana - ovviamente, dal momento che il gruppo Rizzoli è anche proprietario de La Stampa - e che non aggiunge nulla, né come riflessione né come analisi, alla situazione dell'editoria italiana. Al massimo regala - paradossalmente, ricordando la frase citata in apertura - una consolazione agli autori self-publishing, ricordando che il signor Rossi ha esordito in narrativa con un editore «a pagamento» come Pequod. 
Nulla di nulla sulle tendenze e sull'andamento reale del mercato librario italiano, se non una serie di consuete formule sull'editoria che non è più tale e sulla scomparsa, ormai cronologicamente equiparabile all'estinzione dei dinosauri, degli editori-padroni. 
In qualità di ex-libraio posso al massimo apprezzare la volontà, seppure mai apertamente enunciata, di ridurre le novità in uscita e deprecare le finte interviste. Ma, a parte questo, nulla. Nulla di nulla.   

[1] 3.000 mld di lire = 1.549 mln di euro

[2] autrice di Acciaio, premio Campiello e seconda classificata al Premio Strega.
[3] autore di Editoria senza editori, Bollati Boringhieri, 2000

10 commenti:

orlando ha detto...

Tra le righe dell'intervista leggo: "stiamo andando a fondo e non so proprio dove aggrapparmi".

S_3ves ha detto...

Ho letto bene? Confrontando i due fatturati che hai citato, quello dello scorso anno (immagino) e quello di una decina di anni fa risulta che il mercato librario italiano totalizza oggi, con l'aumento - anno per anno - del costo medio del libro, MENO di 10 anni fa? Fantastico. C'è la crisi, ovvio. Ma mi chiedo: gli italiani ri-leggono i libri trovati in casa? Comprano (come ormai faccio io)soprattutto nei remainder's? Giudicano (comprensibilmente) l'offerta libraria italiana non degna di nota? Oppure ritengono il libro un bene superfluo, quasi sconosciuto, di cui fare tranquillamente a meno?

Salomon Xeno ha detto...

Insomma, nessuno ha idea di come uscirne, a parte la Newton Compton che ha deciso di inflazionare il mercato con prodotti a basso costo (e bassa qualità).
Confortante.
Spero almeno che agli editori medio-piccoli, che possono contare su uno zoccolo duro non nutritissimo ma fedele, vada meglio.
O è una mia illusione?

maxciti ha detto...

@Orlando: ottima lettura. Il dato reale è questo e nessuno ha in mente, a mio parere, un'idea che prometta di funzionare per più di cinque minuti. Gli italiani leggono poco, sia per motivi storici che per inazione di tutti i governi che si sono finora succeduti e nessuno ritiene utile fare qualcosa in proposito. Che l'ignoranza dell'italiano medio sia una delle radici profonde della crisi in corso è un dubbio che non turba i sonni di nessuno, nemmeno dei Carneadi che fanno finta di dirigere l'editoria italiana.

maxciti ha detto...

@S_3ves: hai letto bene. Anch'io onestamente ritengo poco probabile che il dato sia reale, ma se il Sig. Rossi lo dice, chi sono io per negarlo? In ogni caso è molto probabile che la vendita totale dei libri in Italia si sia impiantata da un bel pezzo, nonostante un'inflazione libraria di un 3-4% annuo. Io se mi trovassi nei panni del Sig. Rossi andrei a vendere i libri davanti alle scuole a 10 eurocentesimi l'uno, andrei a leggere Döblin, Chesterton e Conan Doyle per le strade, come fanno i musicisti girovaghi, farei (ri)nascere il desiderio di leggere invece di "andare in vacanza con un e-reader nel Sud-Est asiatico". Ma io sono solo un ex-libraio e non un neo-coglione.

maxciti ha detto...

@Salomon Xeno: vero, nessuno ha un'idea di come uscirne. Nemmeno l'ALI - associazione librai italiani - che sproloquia sciocchezze su «La Repubblica» di oggi a proposito di tavoli e incontri. E gli editori medi e piccoli hanno, è vero, un pubblico relativamente affezionato, ma hanno difficoltà crescente ad arrivare nelle librerie superstiti. Le librerie di catena - Feltrinelli, FNAC, Giunti ecc. - hanno priorità determinate dalla politica aziendale esattamente come le librerie in franchising mondadoriana. Il risultato è dover girare tre o quattro librerie, come è capitato a mia figlia - per trovare un libro di Codice edizioni, sentendosi dire le peggiori scemenze sul motivo della mancanza nel loro stock. Il libro l'ha poi trovato da Comunardi, una delle poche librerie indipendenti sopravvissuta qui a Torino. Insomma, gli editori medio-piccoli devono riuscire a esserci per dare un contributo di qualità alla sopravvivenza del libro. Ma con la situazione in atto non riesco a immaginare come.

Romina Tamerici ha detto...

Quindi tutta la nutrita schiera di scrittori che cerca un editore può proprio sperare bene per il futuro! Aiuto!

La crisi ha colpito tutti i settori, non poteva risparmiare i libri, anche perché, sfortunatamente, la maggior parte delle persone li ritiene ancora beni di secondaria importanza.

maxciti ha detto...

@Romina Tamerici: in questo paese i libri sono sempre stati un bene di secondaria importanza. Più o meno da quando la controriforma ha stabilito che l'unico a poter parlare di Gesù Cristo poteva essere il prete e non un pover'uomo qualunque. Con tre o quattro secoli di ritardo come si può pensare di poter recuperare? Quanto ai giovani autori sinceramente non so che dire. Sono personalmente convinto che gli editori prendano in considerazione quasi esclusivamente gli alunni di scuole creative tipo la Holden o chi viene presentato da un altro autore o da un agente letterario o - e questa è l'ìpotesi peggiore - chi proviene direttamente dallo scendiletto di un capo. Accade nella distribuzione e nell'editoria, non c'è molto da scandalizzarsi. Qualcuno viene preso in considerazione perché vincitore di premi di rilievo come il "Calvino", anche se ho la sensazione che anche questo premio sia molto meno influente di una volta. In generale gli editori, particolarmente i grandi editori, prendono in considerazione gli autori in qualche modo "raccomandati" da qualcun altro, più che altro per motivi di tempo. Gli autori devono essere letti e questa è un'attività "costosa" perché dev'essere condotta da persone capaci. I piccoli e medi editori per lo stesso motivo non hanno tempo per affrontare le migliaia di testi che gli arrivano. Ho visto personalmente una parete (3 metri di larghezza per 3,5 di altezza) di manoscritti ignorati presso un editore torinese e il direttore editoriale che ammetteva: "non abbiamo tempo, nemmeno per rispondergli in malo modo". E questo avveniva quando l'editoria non era ancora in crisi. Chi ha la passione della scrittura temo debba prendere in considerazione la possibilità di iscriversi alla Holden - che non amo affatto, questa non è pubblicità - calcolando un costo minimo di 2000-3000 euro. Idem se si cerca un agente editoriale capace ed efficiente. Altrimenti non resta che autopubblicarsi, senza troppe illusioni. Non esistono - o sono rarissimi - i talent-scout editoriali.

orlando ha detto...

Gli editori non sanno leggere; il reparto marketing annusa le tendenze di mercato del momento e commissiona un libro su misura; se rispondono ti dicono "non rientra nella nostra linea editoriale" che presumo voglia dire "non c'è la fetta di mercato su cui investire"; due editori mi risposero (un 10 anni fa) "abbiamo più di 400 libri da leggere non possiamo leggere anche il suo" carini e professionali!! Ricordo però Elvira Giorgianni della Sellerio, lei mi rispose che il mio libro era anche troppo originale, quindi lo aveva letto; ecco di lei ho un bel ricordo. Ti ringrazio perchè hai confermato tutto quello che penso degli editori ma pensavo di essere io un po' pessimista e invece...grazie,lo dico seriamente, la realtà è proprio quella che descrivi. Ah, ovviamente non è mancato chi mi ha detto che ci voleva un appoggio politico, che il tale-scrittore era stato pubblicato perchè conosceva l'altro tale-politico...E' vero: è l'ignoranza a braccetto con la corruzione quotidiana che ha ammazzato le idee. Scusa lo sfogo,mi sono un po' dilungata.

maxciti ha detto...

@Orlando: non scusarti, non il caso. Il tuo racconto è prezioso per comprendere come funzionano gli editori. Ed è sacrosantamente vero che Elvira Sellerio era di un'altra pasta. Ma purtroppo era. Credo onestamente che inseguire gli editori se si vuol pubblicare ma non si hanno soldi nè conoscenze sia tempo perso. Ma può benissimo essere la reazione di un autore fallito, me ne rendo conto. In ogni caso ho deciso da tempo di risparmiare i francobolli e il tuo gentile intervento mi ha confermato nella mia "meschina" conclusione : )