16.6.10

Ruota di scorta / ruota di scarto


Ruota di scorta / ruota di scarto.

La base minima di una lingua intellegibile, che vi permetta di comunicare, anche non artisticamente, col prossimo, è la sua correttezza formale e la sua significatività.
Gente come Queneau e Perec (particolarmente quest'ultimo) hanno scoperto che la lingua è anche un sistema di convenzioni e di codici.
La narrativa, intesa come livello altamente significante di convenzione linguistica, è un vero labirinto di codici, una babele irta di leggi non dichiarate e di usi che si son fatti legge.
Conseguentemente hanno deciso di prendersi gioco della cosa.
Perec ha scritto alcuni esercizi deliranti come "Tentativo di esaurire un luogo parigino" e "La scomparsa" (lipogramma in e di trecento pagine) mentre Queneau ha scritto "Esercizi di stile", tutti brani nati con il preciso scopo di definire e denunciare alcune convenzioni della lingua scritta.
PUNTO: Se non li avete letti, leggeteli. A un certo punto della vita bisogna smetterla di essere scrittori e lettori ingenui.

Parrebbe che si sia lontani anni-luce dall'ispirazione (qualunque cosa sia, l'ispirazione). I due autori francesi hanno scritto a freddo, guidati, si direbbe, esclusivamente dall'emisfero sinistro. Pensate cosa dev'essere scrivere un intero romanzo senza fare uso di una delle vocali principali (la "e"), come in "La scomparsa" o declinare un evento banale in duecento e passa stili differenti, come in "Esercizi di stile".
Bisogna essere dei matematici fuori di cabina per scrivere simili testi, siamo d'accordo, e non credo che a nessuno di noi sia mai passato per la testa di fare una cosa del genere. Eppure, si tratta di testi preziosi.
La curiosità per la lingua, il gioco combinatorio, il neologismo, l'invenzione linguistica, il nonsenso, l'argot, gli ibridi di lingua e gergo, le deviazioni e rovesciamenti di senso (fino al paradosso di scorta/scarto del titolo) non sono solo giochini divertenti, ma testimoniano della vitalità di ciò che scrivete (quindi anche della vostra vitalità, curiosità e gusto dell'assurdo). Testimoniano dell'elasticità della lingua che utilizzate e, se non sono esclusivamente esercizi acrobatici, possono aiutarvi a spingere lo sguardo in direzioni inattese e sorprendenti.

Nota del GL
La lingua, rispetto alla matematica, è un sistema “aperto”, anche se formalizzato. Cosa intendo dire? Non lo so esattamente, ma mi sembra una differenza importante, che in un certo senso garantisca che i giochi linguistici non restino soltanto sterile enumerazione di combinazioni possibili.

Adesso leggetevi questo pezzetto di Queneau (tratto da "Zazie nel metrò") e meditate. Poi ci torneremo sopra.


Che si stan raccontando? - chiese Zazie mentre finiva di infilarsi i blucinz.
-Parlano troppo piano, - disse Marceline, con dolcezza, mentre teneva l'orecchio contro l'uscio della camera. - Non riesco a distinguere.
Mentiva con dolcezza, la Marceline, perché sentiva benissimo quel tale che cosi diceva: allora è così, è perché lei è una checca, che la madre le ha affidato la bambina? e Gabriel che rispondeva: ma se le dico che non è vero, certo, fo il mio numero vestito da donna in un naitclùb di culattoni ma non vuoi dir nulla, è per far ridere la gente, capisce, son tanto alto che se la fan sotto dalle risate, ma io, personalmente, non ce l'ho, quel vizietto, prova si è che ho moglie.
Zazie si guardava allo specchio, sbavando d'entusiasmo. In quanto a starle bene, nulla da dire, i blucinz le andavano benissimo. Si passò le mani sul culetto, modellato che non puoi desiderar di meglio, e sospirò profondamente, grandemente soddisfatta.
- Proprio non senti nulla? - chiese. - Nulla di nulla?
- No, - risponde con dolcezza Marceline. Sempre più mentendo, perché quello stava dicendo: «Non vuol dir nulla. Comunque non si può negare che la madre le ha affidato la piccola perché la considera una checca»; e a Gabriel era forza riconoscerlo: « Puoddàrsi, puoddàrsi », ammetteva.
- Come mi trovi? - disse Zazie. – Bello, no?

Beh, che ne dite?
Prima di tutto un'osservazione: l'autore riesce a rendere piuttosto bene la lingua parlata, non credete?
A mio parere Pennac - autore sicuramente piacevole e divertente - senza la lezione di Queneau non avrebbe ottenuto la velocità e l'efficacia del suo argot franco-maghrebino, né probabilmente sarebbe riuscito felicemente a costruire uno stile che fosse insieme paradossale e rivelatore.
Certe volte la lingua sembra vivere di vita propria, cogliere particolari che ne evocano altri, raccontare minuzie passate e presenti, sentire odori e suoni, mostrare vezzi, tic, emozioni e abitudini.
Rileggete le frasi di Gabriel (il travestito).
Non vi sembra di sentirlo parlare qui e ora? Non riuscireste a immaginarlo mentre parla del tempo, fa la spesa o l'amore?

James Baldwin, scrittore nero degli armi '50, diceva (cito a memoria):

Se provi a trascrivere un dialogo tale e quale non lo riconoscerai. La lingua scritta e la lingua parlata non sono la affatto la stessa cosa. Devi tradurre la lingua parlata, non copiarla, e questo é molto più difficile di quanto pensi. Ci sono le cose che non dici, i gesti, gli sguardi, le esitazioni, le frasi lasciate a metà. E poi l'accento, la cadenza, i silenzi, come in musica. Di fatto, devi scrivere due volte meglio e non una volta peggio, per riuscirci

Nota del GL
Un altro modo di dire la stessa cosa è questo, di ACHENG:
Solo quando la lingua parlata acquista credibilità in quanto lingua scritta può esistere una vera letteratura in lingua parlata.
Il che spiega perché lo skatz di Salinger è letteratura mentre i vezzi stucchevoli di Rossana Campo no.

La naivéte della lingua parlata è una balla colossale.
Ed è veramente interessante che a rendere egregiamente la lingua parlata sia proprio un autore come Queneau, capace di performance estremamente cerebrali.

PUNTO: enunciamo un paradosso (ma sì, dai, facciamolo!)
NON HA IMPORTANZA ciò che avete intenzione di dire, ma solo ciò che riuscite a dire. Sarebbe a dire che la massima semplicità, il maggior nitore, la purezza più cristallina la potete raggiungere se conoscete cento modi per dire la stessa cosa e da questi sapete estrarre l'essenziale.

Fate attenzione alla musicalità di quanto avete scritto. Bisogna avere orecchio (o comunque svilupparlo) per scrivere. Se una frase non vi suona del tutto convincente provate a rileggerla ad alta voce. Le sillabe hanno accenti e un suono ben distinto. Combinarne insieme una lunga serie somiglia molto al comporre. E quindi dovete badare a come suona il tutto, non preoccuparvi esclusivamente che il testo esprima appieno la vostra grande e superiore sensibilità.
Gli insegnanti di solfeggio jazz hanno l'abitudine di rendere taluni passaggi e accentature con l'uso di parole: tronche, sdrucciole eccetera (mo-bi-li-tà / mò-bi-li-ta). Non vi dico di solfeggiare il vostro testo, ma fate molta attenzione al suo ritmo complessivo. Se volete essere letti dovete avere ritmo (non velocità, ritmo!).

Baricco è un impostore, e adesso ve lo provo:

Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell'esercito, Hervé Joncour aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile.
Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta.
Era il 1861. Flaubert stava scrivendo Salammbò, l’illuminazione elettrica era ancora un'ipotesi e Abramo Lincoln, dall'altra parte dell'Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.
Hervé Joncour aveva 32 anni.
Comprava e vendeva.
Bachi da seta

(da Seta)

I rimandi a capo, le parole isolate hanno una propria risonanza arcana, esattamente come i bassi del pianoforte.
Avete mai sentito Rachmaninov?
È uno dei compositori più suggestivi ma anche più stucchevoli che siano apparsi in questo secolo.
La musicalità di Rachmaninov era per l'appunto basata su sonorità enfatiche, virtuosismi, automatismi drammatici.
Ecco, Baricco è tale e quale.
Non manca affatto di ritmo, ma prende in giro la gente valendosi delle sue capacita tecniche.
Si affida per intero al suo talento sonoro, ma, ahimé, non ha un beato cazzo di serio e importante da raccontare.

PER CONCLUDERE:

Leggetevi cosa ha scritto il grande pittore giapponese Hokusai.

Dall’età di sei anni ho sentito il desiderio di dipingere qualsiasi cosa vedessi attorno a me: dopo i cinquant’anni avevo già fatto un buon numero di opere ma non ero affatto contento del mio lavoro.
Solo adesso, all’età di settantatre anni, ho parzialmente capito la vera forma e il carattere di uccelli, pesci e piante. All’età di ottant’anni avrò certamente fatto ulteriori progressi: cosicché quando ne avrò novanta riuscirò a penetrare nella vera essenza delle cose.
A cent’anni raggiungerò un alto livello di perfezione e, all’età di centodieci ogni cosa che io creerò, ogni punto ed ogni linea che traccerò, saranno vita essi stessi.
Invito tutti quelli che allora mi conosceranno ad accertarsi della verità di queste mie parole.
Scritto all’età di settantatre anni da qualcuno un tempo conosciuto come Hokusai e oggi chiamato “un vecchio pazzo per il disegno”.

Non ho proprio nulI'altro da aggiungere.

RICAPITOLIAMO:

1) L 'Ispirazione è un invenzione di autori più o meno capaci (ma comunque non nullatenenti) per giustificare il proprio ozio. Balzac, che non era un cretino, si imponeva di scrivere una pagina al giorno, qualunque fosse il suo umore.
2) il ritmo di ciò che scrivete è essenziale. Può essere un Largo, un andante, una fuga o qualunque altra forma musicale vi venga in mente, ma un ritmo percepibile DEVE esserci.
E non pensate di cavarvela con la paratassi più singhiozzante, anche se lo fanno in troppi. Una paratassi troppo accentuata si fà leggere più velocemente ma non lascia tracce nel lettore.
3) La lingua parlata è lingua parlata e la lingua scritta è lingua scritta. Si può COSTRUIRE una felice traduzione dell'una nell'altra ma, come diceva Baldwin, dovete essere due volte meglio e non una volta peggio. Se non ve la sentite accontentatevi di una lingua convenzionale e "letteraria".
4) Esiste gente che perora la causa della lingua semplice e sincera, contrapponendola alla lingua letteraria: astrusa, cerebrale e falsa. Ecco un modo molto stupido di affrontare un problema reale. Di fatto, una lingua semplice (nel senso di povera) non è afflitto sincera. Se conoscete 300 parole (di cui 50 sinonimi attinenti alla copula) è molto difficile che riusciate a esprimere pienamente Perlomeno a parole) ciò che provate. La lingua povera nasconde invece di rivelare, confonde piuttosto che descrivere. Se per lingua semplice si vuole invece intendere la lingua letteraria di scrittori come Salinger o Baldwin non rimane che suggerire allo zebedeo in questione di provarci personalmente.

5 commenti:

gelostellato ha detto...

magnifico post!

Davide Mana ha detto...

Finalmente si parladi ispirazione!
Grande post - un po' cattivo con Baricco, ma da leggere e rileggere.
Bravo!

Fran ha detto...

Condivido in pieno - fantastico post e quanto dici su Baricco :-)

Piotr ha detto...

Stampalo. Stampalo. Stampalo. Stampalo.

maxciti ha detto...

Perdinci!
Grazie a tutti per l'apprezzamento.
Ho meditato un pezzetto prima di ripubblicare il pezzo di e su Baricco. In altri tempi gli appassionati di B(aricco) erano tanti e virulenti mentre ultimamente si sono un po' sgonfiati, cosa che comunque non si può dire del loro idolo.
In realtà ciò che volevo sottolineare è la profondissima, intangibile e immisurabile differenza esiste tra chi scrive o si sforza di farlo e chi traccia eleganti e inutili glifi su un foglio.
Ovviamente questi ultimi sono anche coloro che piacciono da impazzire ai lettori ingenui.
Ci vogliono anni o una particolare formazione per liberarsi di questo genere di ingenuità. Ma attenzione, l'ingenuità non consiste nell'apprezzare trame elementari e personaggi squadrati con l'accetta. No, quello è essere lettori naif, lettori-ragazzi, una parte importante del vostro particolare modo di essere lettori. La vera - terribile - ingenuità è quella di non riuscire a distinguere arte e mestiere.