5.5.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 9

Ancora sui racconti, come promesso.
Rapido riassunto della puntata precedente (con qualche elemento tratto dalla discussione che ne è seguita):
- I racconti sono considerati (a torto) dalla maggior parte degli editori, un sottogenere letterario.
- I racconti sono reputati (nuovamente, a torto) una premessa - anche non necessaria - al romanzo.
- Scrivere racconti non è quasi mai un viatico né un mezzo adeguato all'affermazione nell'editoria professionale.
- Difficile e probabilmente inutile definire rigidamente le forme narrative in base alla loro lunghezza.
Eppure la forma racconto è al centro dell'attività pratica di molte scuole di scrittura creativa e sono numerosissimi i concorsi dedicati ai racconti sparsi per tutta l'Italia.
C'è qualcosa che non quadra, evidentemente.
A questo punto è inevitabile scomodare Raymond Carver, ovvero l'autore più celebrato - insieme a Salinger - dalle scuole di scrittura creativa.
Raymond Carver - non certo per colpa sua - è una sorta di luogo comune fatto scrittore.
Premesso che a me personalmente Carver piace - e nemmeno poco - ha avuto:
- una vita difficile segnata da difficoltà economiche e da frequenti cadute nell'alcolismo.
- è stato colpito ed è morto di un male incurabile
- ha vissuto di espedienti alternando decine di lavori.
- ha cambiato molte volte residenza e due mogli.
- era un (ottimo) poeta.
Insomma la vita di Carver sembra congegnata apposta per riempire degnamente una quarta di copertina, anche se è lecito credere che l'interessato si sarebbe accontentato di un «visse di rendita per tutta la vita e morì serenamente nel sonno».
In più Carver è stato allievo di John Gardner, autore di un manuale per aspiranti scrittori «Il mestiere delle scrittore» che soltanto «Nel territorio del diavolo» della grandissima Flannery O'Connor arriva a uguagliare. Con tutto il rispetto per Gianni Celati, autore di un manuale di scrittura creativa del tutto superfluo se avete letto Gardner, O'Connor e Carver.
La principale peculiarità di Carver, comunque, è di essere stato un grande autore di Short Stories, ovvero di racconti, che nella letteratura inglese e americana hanno una cospicua tradizione.
Carver, in particolare, ebbe a dire: «Un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi».
È il caso di ricordare in questa sede il valore della letteratura breve nella lingua francese (Maupassant, Ville D'Adam), tedesca (E.T.A. Hoffmann, H. Böll), spagnola sudamericana (Cortazar, J.L. Borges) , russa (Cechov)?
No, non è il caso.
Sta a vedere che siamo soltanto noi i soliti gonzi che non hanno capito un tubo.
Come sempre, verrebbe da dire.
Resta la domanda: «Perché se nessuno si fila i racconti in Italia tutti - da Mozzi a Baricco - ci fanno due scatole così proprio sui racconti?».
«E perché nove concorsi su dieci hanno una sezione racconti?»
Esistono risposte a tutte e due le domande, credo.
Ai frequentatori di questo blog provare a trovarne qualcuna.
...
A proposito di Scuole di Scrittura Creativa, raccomando caldamente la lettura di un libro. Non è un manuale, ma un romanzo piuttosto eccentrico di Paolo Colagrande: «Fìdeg» [Fegato] nel quale potrete trovare alcune pagine dedicate alle lezioni di scrittura di Sandro Veronesi tra le più sommessamente e perfidamente divertenti vi possa capitare di leggere.
Parlando invece di lunghezza dei racconti ho provato a farmi la domanda:
«Va bene, non è noto né definibile con precisione un limite superiore di lunghezza per i racconti. Ma un limite inferiore?»
Già, esiste un limite inferiore?
...
Come molti (non in senso assoluto, ma soltanto tra i frequentatori di questo blog) sanno, io scrivo abitualmente anche fantascienza.
Ciò che segue è una mia (per nulla seria) antologia personale - certamente la più breve che potrò mai scrivere - dove mi cimento nel racconto brevissimo in cinque tra i molti sottofiloni della sf.
Se la cosa prende piede il prossimo ALIA Italia potrebbe anche uscire in SMS.
Buona lettura.

Ucronia:
«E questo Giuseppe Garibaldi, chi era?» Chiese il Re delle due Sicilie.
«Un generale sardo morto in Sud America, maestà»

Space Opera:
«Ehi, facce spinose, se volete restare nostri amici tenete i tentacoli lontano dalla plancia di quest'astronave.»

Viaggi nel tempo:
«Cazzo, nonno, lo sai che mi assomigli da matti?»
«Lo so, papà»

Distopia:
«Vietato sporgersi da finestrino senza aver indossato l'apposita maschera»

Cyberpunk:
«Quei fottuti bastardi mi hanno bannato e non posso più accedere allo scambio di personalità peer-to-peer»

10 commenti:

Fran ha detto...

Ancora una volta un post sull'editoria che si lascia leggere dai non addetti ai lavori e che (mi pare) mette in evidenza una contraddizione piuttosto grossa della distribuzione italiana.

Non c'entra niente ma i tuoi esempi di racconti super-brevi mi hanno ricordato uno dei miei autori preferiti, Samuel Beckett. Non c'entra niente perché non scrive romanzi brevi, ma pezzi teatrali; l'opera a cui mi riferisco si intitola "Breath" (Respiro) e dura 35 secondi. Impagabile.

Piotr ha detto...

L'antologia è veramente bella. Sono sicuro che ricordi la celeberrima "44 Microstorie di Fantascienza" uscita in Urania (e seguita da "Altre 44 Microstorie").

Lì c'era lo splendido "Fantascienza per Telepati". Questo appena detto è il titolo; il testo lo ricordo tutto a memoria: "Beh, ragazzi, voi sapete cosa voglio dire".

La tua antologia raggiunge i medesimi vertici di purezza. Vero che gli dedichi una pagina su ALIA o su FM?

(A propòs, non fare finta di niente, adesso: Le Scienze o non Le Scienze, il nostro editore resti tu. Non provasre adesso ad usare mezzucci per liberarti di noi, eh?)

Davide Mana ha detto...

Guarda tu cosa si trova in giro per casa certe volte....

"Un racconto è un'opera di narrativa al di sotto di una lunghezza arbitraria che dipende da chi conta e a quale scopo. Un racconto efficace è una meraviglia di compressione, sfumature, inferenza e suggestione. Se il romanzo ci invita ad entrare in un altro mondo, il racconto ci invita a sbirciare quel mondo attraverso un buco di serratura, eppure il mondo deve avere lo stesso grado di realtà rispetto al romanzo. È davvero un universo in un granello di sabbia. Ogni singola parola deve promuovere la storia, o la danneggia. Il racconto è la più spietata forma di narrativa."

Dagli appunti del Clarion Workshop di Kate Wilhelm.

maxciti ha detto...

Grazie, Davide, per aver trovato e citato quest'eccellente definizione. Tanto più eccellente perché profondamente vera. Scrivere un racconto, infatti, comporta effettivamente la necessità di definire nella propria mente un universo narrativo di riferimento, facendo tuttavia la scelta di non raccontarlo ma di lasciarlo intuire. Scrivere in questo caso è spesso un lavoro di eliminazione, di ripulitura fino a giungere all'essenziale. Che, non casualmente, è anche ciò che scriveva Carver.
Per Fran: ho trovato una versione di «Breath» su YouTube. Davvero unica. Grazie per la segnalazione.
Per Piotr: troppo buono. Ho concepito i testi mentre preparavo il pranzo e avevano solamente uno scopo ricreativo. Sono io il primo a pensare che non sia possibile scendere sotto un certo numero di parole preservando una struttura narrativa. Ciò non toglie che sia possibile costruire «universi portatili» in poche battute.
Non penso però seriamente di utilizzare questa «antologia» al di fuori delle pagine del blog. Dovrei scrivere diveersi altri «racconti» per poterli presentare su carta.
Ultima cosa per Piotr e Fran (e Rudy): ho dato oggi al tipografo l'incarico di ristampare le «Rudi simmetrie».
Non era il luogo per dirlo?
Certo, non era il luogo.
Ma lo faccio lo stesso.
Complimenti a tutti e tre!

Davide Mana ha detto...

Mi unisco ai complimenti.

Simone ha detto...

Credo che gli aspiranti scrittori puntino spesso sul racconto perché è (o lo ritengono) un lavoro meno impegnativo del romanzo.

Gli editori puntano sulle raccolte di racconti perché così ogni autore venderà qualche copia a parenti e amici.

I lettori a volte leggono racconti perché li trovano più brevi e facili da leggere.

Personalmente, credo che solo un grande scrittore possa scrivere un racconto breve davvero bello.

Simone

maxciti ha detto...

Per Simone:
In sintesi direi che hai centrato abbastanza bene uno dei motivi per i quali i racconti vengono - nonostante tutto - pubblicati. Le antologie-omnibus con tanti autori ciascuno dei quali ne compra 3 o 4 copie permettono agli editori di ripagarsi i costi di redazione, stampa ecc. Naturalmente il problema resta la qualità dei racconti pubblicati che non deve scendere sotto un certo livello.
In quanto agli aspiranti scrittori ho qualche dubbio che puntino sul racconto perché più facile da scrivere (in apparenza!) di un romanzo. Più veloce, certo, ma non più facile. Tendo piuttosto a credere una molla sia il fatto che si ritiene che i racconti possano trovare più facilmente la via della pubblicazione. In concorsi ecc.

Anonimo ha detto...

Ecco, forse così facendo 'sforo' il topic (può darsi che, a ben cercare, avrei trovato un post più opportuno, non so, non me la cavo con grande scioltezza tra le pagine dei blog), o forse semplicemente non si dovrebbero fare smaccati complimenti agli autori utilizzando questi sistemi. Comunque sia: volevo soltanto dire che sono uno dei -- tanti, come mi auguro -- lettori di un'antologia personale del nostro ospite, "In controtempo", già consigliatami vivamente da comuni conoscenze. Ebbene: è perfettamente all'altezza delle migliori aspettative. Caro MaxCiti, a vari giorni dalla lettura dei tuoi racconti, continuo a sentirmi affatturato. Per liberarmi dal sortilegio, ho regalato la mia copia del libro a un amico. Tornerò in libreria per procurarmene un'altra quanto prima. (E non Celio, soltanto Vibenna.)

maxciti ha detto...

Caro Vibenna, per scrivermi ciò che hai scritto puoi sforare tutto quello che vuoi, ci mancherebbe. Meno male, comunque, che hai declinato perlomeno un soprannome. Sotto il marchio «anonimo», infatti, avrebbe potuto celarsi chiunque, anche l'autore, sua moglie, l'amante, un creditore, il cane di casa. Ma anche così, però, il rischio permane. Mi salvo dichiarando ufficialmente che sono io per primo a essere felicemente sorpreso dell'accoglienza ricevuta dai miei racconti. E non è sfoggio di falsa modestia.
Ciò che mi fa piacere più di ogni altra cosa, comunque, è sapere che l'antologia a quasi un anno dalla sua uscita è ancora «viva», ossia ancora letta. Non penso ci sia modo migliore per fare felice qualcuno che scrive.
In quanto, infine, al numero di lettori, sono sicuramente sparuto manipolo, ma esistono.
E qualcuno - incredile a dirsi - non lo conosco personalmente!!!

Anonimo ha detto...

chiamare sardo il nizzardo...
e se anche intendevi ufficiale del regno di sardegna, peppino in sudamerica ci andò senza gradi e senza bandiere.

il garibaldi fissa il mare e tira un sorso di rum, che di marsala qui all'Avana non ne sbarcano più, ripensa ai fichi d'India della Terra Natia, le notti calde giù a Baia, che malinconia... chi va là? Viva il Garibaldi, uè paesà, il conquistador!