23.5.16

Dell'inutilità del Venerdì e probabilmente de La Repubblica


Io compro «La Repubblica» da molto, molto tempo. 
Sono stato spesso sul punto di smettere di acquistarla e di leggerla ma qualcosa me l'ha sempre impedito. In linea di massima direi che è stato il ventennio berlusconiano a rendermi comunque un malmostoso fedele al quotidiano «Fondato da Eugenio Scalfari», malmostoso perché mi è capitato in pratica tutte le volte che ho approfondito una notizia, soprattutto di qualche argomento che mi era vicino per lavoro o per altri motivi, ho finito per stabilire che il Repubblicante di turno non aveva approfondito la notizia e si era limitato a riportare qualche cenno in genere vago e distratto e qualche volta decisamente tendenzioso sul mercato del libro, sulla biografia di un artista o sul commercio di qualche cosa. 
Nulla di strano in questo. «La Stampa» di Torino, il giornale che ho letto nei primi anni di vita nella metropoli subalpina si è presto rivelata del tutto degno del soprannome a suo tempo affibbiatogli dal proletariato torinese: "La busiarda".
Diciamo che è una questione di numero ed entità delle bugie tollerabili. Ho avuto un breve rapporto con «Il Fatto Quotidiano», durato fino a quando ho letto un articolo a firma Marco Travaglio dove venivano riportati – con tutta la sicumera di chi sa che è comunque preso sul serio – una serie di dati gravemente errati su una vicenda che riguardava editori e distributori editoriali. Come si capirà è difficile continuare ad acquistare un quotidiano del quale si dubita in pratica di tutto quello che pubblica.
Sono stato a suo tempo anche un lettore de «Il Manifesto» e tuttora mi capita di aderire a qualche campagna di sostegno, ma non riesco a leggerlo, onestamente. Diciamo che mi dà un'idea di povertà – intellettuale, politica, esistenziale — alla quale non riesco a resistere. 
Al fianco de «La Repubblica» esistono due settimanali del gruppo che vengono distribuiti insieme al quotidiano, un al venerdì, «Il venerdì» e uno al sabato «D». 

Dimentichiamo «D», per carità di patria, e parliamo de «Il venerdì». Fino a qualche mese fa, a parte alcune rubriche fisse, in particolare quella tenuta da Curzio Maltese, lo leggevo distrattamente, lo sfogliavo con poca voglia e finivo per infilarlo nel plico della carta da riciclare. Non dovevo essere il solo a farlo, dal momento che «Il venerdì» di recente è stato profondamente ristrutturato, osando affrontare temi più corposi. Fra questi, sul numero 1467 del 29 aprile, mia moglie Silvia mi ha fatto notare l'esistenza di un articolo intitolato «Stampati e invenduti: quello dei libri è un giallo», a firma Giuliano Aluffi
L'articolo si dilunga a raccontare qualcosa che so bene da molto tempo. Ne ho parlato qui e qui e qui e qui ... e poi mi fermo per non spaventare nessuno. In sostanza quasi tutti i post che rientrano nel «cloud» presente nella colonna sinistra del blog con la parole «distribuzione libri» e «case editrici» parla di ciò che il nostro caro Aluffi ci rivela con aria di neofita finalmente ammesso al mondo dell'editoria. 
In sostanza gli editori producono una quantità esagerata di titoli/anno (62.250 nel 2015) al solo scopo di creare liquidità a breve termine, in questo facilitati da un lato dalla velocità delle stampe e delle ristampe – con gli esiti che tutti possono constatare sulla qualità media delle opere su un piano formale (quantità di refusi, cattiva organizzazione del testo, traduzione affrettate e trascurate) – dall'altro dalla possibilità di pubblicare testi di valore dubbio con autori di poche pretese. Il risultato è un certo numero di titoli pubblicati per creare un "+" davanti al proprio fatturato annuo che dovranno, nell'anno successivo, essere sostituiti da un numero uguale + x per ottenere lo stesso "+" davanti ai dati di bilancio. Già, perché esistono le rese e, dal momento che il mercato non va, queste saranno proporzionali all'acquistato. 
Così parla mr. Spagnol, del gruppo GEMS (Longanesi, Guanda, TEA ecc.), un tipico editore italiano: 

Quando qualcuno invita a pubblicare meno titoli [...] io rispondo che se facessimo meno titoli rischieremmo di tagliare titoli che poi hanno successo. 


Che è  indubbiamente un capolavoro di logica. Più o meno come quella delle mosche, che producono milioni di uova, statisticamente sperando che almeno tre o quattro sopravvivano. In sostanza parrebbe che gli editori italiani sopravvivano di casi fortunati e non di progetti, il che è più o meno, quello che ho sempre pensato. Che non è, di per sé, elemento di scandalo, in fondo qualsiasi editore vive di best-seller imprevisti, ma postulando alle spalle un lavoro di lungo periodo sui titoli e sugli autori che si ritengono duraturi e non sulle improvvisazioni più o meno fortunate. E che il panorama del mercato editoriale librario contemporaneo sia fatto in buona quota di improvvisazioni infelici è, direi, sotto gli occhi di tutti.
Ma l'aspetto più interessante dell'articolo di Aluffi sono le cifre allegate che riportano un lieve aumento nel numero di titoli venduti (Dati AIE, Associazione Italiana Editori), da 61.822/anno 2014 a 62.250/anno 2015; un lieve aumento nelle vendite di libri (+0,7%) tra i quali i libri cartacei sembrano essere aumentati di un 1,2% rispetto al 2014 e un calo del 5,6% degli e-book sempre rispetto al 2014.
Dal momento che sono un rompib... sono andato a controllare i dati sul sito dell'AIE dove ho trovato un interessante prospetto intitolato «Il mercato del libro in Italia 2014 e 2015» reso noto poco prima del Salone del Libro di Torino.



Il mercato del libro in Italia 2014 e 2015

2014
2015
Note

Mercato trade di varia
(librerie, online e Gdo)
(in Ml di euro)

1.192
(-3,8%)

1.202
(+0,7%)

Fonte: Nielsen
(esclusi e-book e vendite di Amazon)
Titoli pubblicati

63.417
(-1,1%)

62.250
(-1,8%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali

Titoli in commercio

813.092
(+6,1%)

861.484
(+6,0%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali
Mercato e-book
(in Ml di euro)

40,5
(+26,2%; 3,4% del mercato trade)

51,0
(+25,9%; 4,2% del mercato trade)

Fonte: Stima AIE

Titoli e-book pubblicati in un anno (tutti i formati)

53.739
(+31,7% rispetto al 2013)


62.544
(+16,3%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali

Lettori di libri
(popolazione +6 anni)

41,4%
(-3,4%)

42,0%
(+1,2%)

Fonte: Istat

Titoli di cui si sono venduti all’estero i diritti

5.296
(+10,2%)

5.914
(+11,7%)

Fonte: Ediser per ITA – Ice

Fonte: elaborazione Ufficio studi Aie su dati Nielsen, Istat e IE–Informazioni editoriali


dove si può constatare che: 
1) I dati riportati escludono il venduto da Amazon.it. dal momento che Amazon si rifiuta di rendere disponibili i proprio dati di vendita a kikkessia, ma  la quantità di venduto in milioni di euro è effettivamente dell'1,2%. [*]
2) Il numero di titoli pubblicati è diminuito di un 1,8% sul 2014, 
3) è aumentato il numero di e-book pubblicati, di un buon 16,3%.
A questo punto, quantomeno un po' confuso, ho scaricato un documento della Nielsen, intitolato: «Il mercato del libro: piccoli e grandi a confronto» uscito a fine dicembre 2015.
Qui i dati relativi al 2015 sono in perdita, anche se il periodo preso in considerazione è solo quello dal 1 gennaio al 30 ottobre, come, d'altro canto lo sono i valori di confronto. In particolare il numero di libri venduti è diminuito di un 4,4% mentre in cifra di venduto la diminuzione è stata solo del 1,6%. 
Mah.
L'unico particolare che merita un minimo più di attenzione è il dato dei piccoli editori che vedono aumentare sia il numero di pezzi venduti (+1,7%) che il loro valore (+2,0%). 
Alleluia, alleluia. 


Dopodiché mi sono smazzato la sintesi del «Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2015» che parla nuovamente di perdita nel settore dei libri cartacei e aumento nel settore degli e-book. [**]
Cosa concluderne? 
Che il signor Aluffi possiede qualche fonte più sicura dell'AIE? 
Onestamente c'è da dubitarne. E poi perché, in quel caso, indicare "dati AIE"?
Che il signor Aluffi si sia perduto nel labirinto di dati riportati? 
Possibile, anche se improbabile. 
Che mi sia perso io, nel labirinto dei dati e cifre riportati? 
Leggermente più probabile ma non molto di più.
Che il signor Aluffi sia stato spinto da un ottimismo della volontà, permettendogli di affermare che "tutto va bene, madama la marchesa" nonostante i dati dicano non proprio il contrario, ma quasi. In particolare mi incuriosisce non poco il valore indicato di perdite nella lettura degli e-book, un dato, a bene pensarci, sostanzialmente assurdo, dal momento che vorrebbe rappresentare – prendendolo letteralmente – il numero di e-book che sono stati letti in Italia. Presumibilmente inseguendo i lettori uno ad uno. 
Forse che il signor Aluffi odia gli e-book e pensa che il futuro del libro sia nel libro cartaceo? 
Possibile.
Ma, in sostanza, perché kz affidare a un individuo tanto evidentemente sprovveduto – e presumibilmente altrettanto prevenuto – la stesura di un articolo di un certo rilievo sul mercato del libro in Italia? 
Ecco, questo è uno dei motivi per il quale continuerò a leggere La Repubblica ma con sempre minore convinzione...


[*] Ovviamente resta il consueto problema di libri venduti a chi, se al cliente finale o al penultimo anello della catena, ovvero il libraio. Diciamo che in linea di massima si intendono libri venduti al libraio e non al pubblico, quindi suscettibili di resa. 
 
[**] Dal momento che nei prossimi giorni dovrò parlare con un editore proprio di e-book e di denaro da investire, capirete che un articolo del ca...volo come questo rischia di essere quantomeno inopportuno.

 

4 commenti:

Glò ha detto...

Assai interessante, tante cose lasciano perplessi, soprattutto le parole di Mr. Spagnol... ma io si sa "leggo roba strana".

P.S.: io comunque ho smesso a ridosso dell'anno 2000: ce la puoi fare anche tu ^_^ dalla dipendenza si guarisce XD (A me piaceva l'inserto prima settimanale Musica, poi aggiornato alla versione a pagamento mensile...)

Massimo Citi ha detto...

@Giò: avrei preferito risultare meno interessante, ovvero dover ammettere che il Venerdì aveva ragione: non sono un deluso per partito preso e mi duole scoprire che esiste gente che fa le cose come vengono per semplice superficialità o pigrizia. O stupidità. Quanto a togliersi il vizio ci sto seriamente pensando ma non ho ancora deciso nulla di preciso, anche perchè mi dispiace deludere quel brav'uomo del mio edicolante. In ogni caso ormai leggo le notizie anche altrove, tanto per sicurezza.

Fumetti di Carta (Orlando Furioso) ha detto...

...e grazie al cielo non ti occupi (molto) di fumetti... Non puoi nemmeno immaginare quali mostruosi parti di ignoranza sia in grado di produrre il connubio "Grande Quotidiano Nazionale" + fumetti!...
Personalmente ho smesso di leggere i quotidiani nazionali non per "delusione a prescindere", ma per ampiamente manifesto "cattivo giornalismo".
Ringrazio internet che mi permette di poter avere notizie a approfondimenti molto più seri e documentati rispetto ai quotidiani nazionali.
Un caro saluto.

Massimo Citi ha detto...

@Orlando: già, come ho spiegato nella risposta precedente sto seriamente pensando di fare a meno de La Repubblica. Io, oltre alle maggiori notizie, leggo in genere le pagine economiche e quelle de La Repubblica sono tra le peggiori tra tutte quelle in commercio. Ogni tanto succede che intervengano Piketty o Krugman o Stiglitz, ovvero che appaiano loro articoli tradotti, e sono i casi nei quali si può apprezzare la scarsa preparazione degli articolisti di Repubblica. Il fatto è che sto gradualmente costruendomi un altro fonte di info e finirò presto per farne a meno. Devo solo trovare il coraggio di dare un dolore al mio edicolante...