12.11.13

Un rimpianto personale


Non ho mai amato davvero mio padre. 
Ho tentato di amarlo, ma senza quasi mai riuscirci davvero. E questo mi pesa non poco.
L'ho tollerato, qualche volta inseguito, il più delle volte evitato o liquidato frettolosamente.
Mio padre in tarda età era una persona noiosa, ripetitiva. Con qualche fissazione discutibile, poco tollerato anche da sua moglie, mia madre. Divenuto tirchio di parole, di slanci, di proposte. Io avrei voluto parlargli, una volta tanto, dirgli che in realtà, nonostante tutto, gli volevo bene e l'avrei voluto di nuovo com'era stato: spesso allegro, un po' sconsiderato, pronto a partire in qualsiasi momento, curioso, galante, talvolta infantile. Ma quel tempo era passato ed io tacevo, sempre sulle spine, in attesa di qualche commento amaro sul «mio» fallimento che lui, riuscito nella vita, non poteva comprendere. 
Lui è sempre stato un dipendente, fino a divenire un dirigente FIAT. Io no. Io ho sempre cercato di fare da solo. Di crescere per mio conto, di inseguire un sogno povero e difficile. Ho tentato di spiegarglielo, qualche volta, ma nulla. Non capiva, non voleva capire. Scrollava le spalle e mi ripeteva - esagerando, perché mi fosse d'insegnamento - che l'unico modo per pesare una vita erano i soldi. E io i soldi li ho più perduti che fatti. 
Non aveva mai approvato le mie scelte. 
Era intervenuto qualche volta per darmi una mano ma sempre con un commento, non pronunciato ma evidente. «Perché perdi tempo e denaro?»
Ho rinunciato a suo tempo a sperare che fosse possibile capirci. Non ci capivamo, nulla di più.
Adesso che è scomparso, che si è definitivamente chiusa la possibilità - anche povera, anche disperata - di capirsi, adesso mi manca. Puro egoismo, probabilmente, il desiderio di essere perdonato. Nonostante tutto.
Ma lo rivorrei qui, a sbuffare per le sue idee buffe o impreviste, a invidiarlo comunque un po' e insieme a criticarlo per una visione della vita che mi è sempre parsa superficiale. 
Credo di non essergli mai stato davvero simpatico, nemmeno da bambino. Già allora si sentiva giudicato da me e io non potevo fare a meno di giudicarlo. Io era troppo "serio": grave, serioso, pesante. 
Ecco, se mai fosse possibile vorrei dirgli che adesso ho smesso di giudicarlo, che mi accontento di averlo ancora qui con me. Che sono disposto ad ascoltarlo senza sbuffare e senza inventare una scusa per potermene andare. Che sono persino disposto ad andare con lui sulla sua barchetta - ormai venduta - fingendo di essere per una volta padre e figlio. 
Ma è il tempo che, volando via, si allontana da noi con tutti i momenti che non si sono vissuti. Che non si è avuto il coraggio di vivere.
Vorrei avergli detto: «Ti voglio bene comunque, anche così come sei» piuttosto che tenermi per me questa intollerabile tristezza.

10 commenti:

consolata ha detto...

Durerà a lungo il tuo "dialogo col padre", io credo, e sarà produttivo pur senza risposte. Nel distacco inevitabile dall'emotività del dolore si riesce anche a capire meglio sé e l'altro e a accettare. Almeno così credo, e crederlo mi ha aiutato, e mi auguro che aiuti anche te quando ti sarà possibile. Intanto ti abbraccio molto, e molto stretto.

Massimo Citi ha detto...

@Consolata: ti ringrazio di tutto cuore per la tua sensibilità. Ho esitato a lungo prima di postare questo intervento ma poi ho deciso di pubblicarlo comunque, raccontando una parte non piccola del mio pensiero più profondo. Leggendo un commento come il tuo capisco di aver fatto, in definitiva, bene. Un grosso abbraccio.

Squallotto ha detto...

credo che tu abbia fatto comunque bene ad esternalizzare le tue emozioni, su carta o su monitor, fa bene. anche io di recente ho perso mio padre, e credo che indipendentemente dalla opinione che ognuono ha dei propri cari c'è sempre qualche cosa che vorremmo dire ancora o qualche cosa che sentiamo di non aver detto e che avremmo dovuto dire.
saluti

Massimo Citi ha detto...

@Squallotto: grazie per il commento. Penso anch'io che il mio "dialogo" con mio padre continuerà anche oltre questo post.Difficile dire quale ne sarà l'utilità ma è comunque inevitabile. In ogni caso ti sono vicino per il tuo recente lutto.

Obsidian M ha detto...

Capisco cosa intendi. Io ho perso mio padre nel 1997, quando avevo grosso modo 30 anni. Tra di noi c'è sempre stato qualcosa di non detto e per questo ancora oggi mi mangio le mani. Purtroppo la sua generazione e le nostre esperienze era talmente diverse dalle mie che non poteva esserci un vero rapporto da compagnoni. Mio padre era nato nel 1920, ha fatto la guerra ed è stato pure prigioniero a Buchenwald. Credo che non ci si possa mai riprendere veramente dall'esperienza dell guerra vissuta in prima persona sul fronte e, nel mio caso, non sono mai riuscito a compenderne fino in fondo la portata di una tale situazione. Oggi rimpiango anche di non aver prestato molta attenzione ai suoi racconti, o meglio ai suoi tentativi di raccontare delle cose ad un ragazzino distratto. Se avessi ascoltato, se avessi preso nota di quello che mi diceva, forse oggi potrei cercare di mettere nero su bianco la sua vita e portarla ad esempio a chi non ha avuto, per ragioni anagrafiche, la possibilità di poter disporre di storie raccontate così da vicino. Peccato. Peccato, davvero.

cily ha detto...

Mi dispiace per questo tuo tormento e purtroppo posso solo condividere con te il mio personalissimo pensiero che magari non ti sarà di alcun aiuto.
Personalmente, ma mi rendo conto che è proprio una questione soggettiva, credo che chi muore possa vedere tutto molto chiaramente.
Possa vedere i nostri sentimenti passati e presenti e per lui non ci sia più niente di irrisolto perchè finalmente è tutto svelato in quella nuova dimensione.
Il tormento e la tristezza invece rimangono a noi che non possiamo godere della serenità dell'accettazione e del perdono.
Però ripeto è assolutamente la mia visione personale, forse un po' infantile. Non so.
In ogni caso mi dispiace proprio tanto per tutto quello che stai passando.

Massimo Citi ha detto...

@Obsidian: scusa per il ritardo nella risposta ma sono stato via qualche giorno in una gita "culturale" a Mantova. Quanto al tuo rimpianto direi che ha qualcosa di "classico". In realtà finiamo per non interessarci o al limite diventare impiazienti quando i nostri padri vorrebbero raccontare un frammento della loro vita. Più o meno interessante sia. Abbiamo paura che la loro ombra finisca per schiacciarci? È possibile, certo, ma in questo modo si finisce per non afferrare il centro di quella comunicazione. Mio padre ha avuto una vita molto meno avventurosa ma io comunque non gli ho dato modo di descrivermela davvero. Direi che non dovresti rammaricarti: siamo tutti così e tenerne conto se e quando avremo figli maschi.

Massimo Citi ha detto...

@Cily: grazie del tuo sostegno. Io purtroppo non ho teorie sulla vita dopo la morte che mi possano essere in qualche modo di conforto. Resta questa sensazione di tristezza che spero un giorno possa mutarsi in una forma più ragionevole di rassegnazione. Le tue parole e quelle di altri mi aiutano molto, in questo senso.

Paolo ha detto...

Mio padre è un'immagine che mi guarda da vecchie fotografie in bianco e nero. Ma dell'uomo ricordo stranamente poco, almeno in maniera cosciente. Ci sono grandi spazi bianchi nelle pagine della mia memoria, qualche frase slegata da un contesto, ricordi sfocati. C'è una voragine oscura che occupa il periodo della sua malattia. E c'è la bizzarra e forse non molto frequente esperienza di avere cominciato a lavorare con dei colleghi che lo conoscevano bene, nei mesi successivi alla sua scomparsa. Essere scutati con una strana fissità, alla ricerca di un tratto riconoscibile, e sapere in anticipo quale sarebbe stata la conclusione: "lei è molto diverso da suo padre..."

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: la vita dei nostri padri è un mistero, per noi. In parte per l'oggettiva difficoltà di metterci nei loro panni, in parte perché cerchiamo comunque di difenderci da loro. Poi il nostro rapporto con le madri può comunque fornire qualche spiegazione ulteriore. Mio padre è stata una presenza costante ma evasiva. Credo di non riuscire a ricordare una sola volta in cui mi abbia aiutato, né ai tempi della scuola né dopo. Ricordo i suoi commenti e lo scuotere del capo, quello sì. E non sono ricordi che mi piace ravvivare, ora.