17.9.08

Riflettere intorno a un punto

Si procede così.
Mezza giornata al giorno (scarsa) in libreria in attesa del secondo intervento.
Lo so, non si dovrebbe parlare troppo di sé in un blog, ma i pensieri inevitabilmente, ritornano sempre da quelle parti. Quando sono in librerie tutto - debiti, fatture, scadenze, urgenze, necessità - fa sì che temporaneamente cancelli la mia condizione di pseudomalato o di quasi-sano. Sono semplicemente me stesso: non troppo in buona salute - certo -, con un sospetto di rimbambimento senile e con qualche occasione debolezza nell'eloquio, ma complessivamente di nuovo me stesso. Poi ritorno a casa e la mia condizione un po' ridicola di uomo sul filo del rasoio ritorna a farsi viva e urgente.
Ciò che in libreria non mi spaventa (oddio! Tra dieci giorni debbo pagare tizio, caio, sempronio...) o perlomeno non mi spaventa troppo, tra le quattro mura della mia casa mi terrorizza, provoca sudori freddi e orrori indicibili. Se non sono in libreria la mia vita mi sembra un po' meno mia. Anzi, mi sembra un frammento d'incubo, un ricordo posticcio sovrapposto all'arcano silenzio della mia vera vita. Un po' come in un personaggio di P. K. Dick al quale sia stato cambiato il passato. Ma non del tutto, non completamente.
Che cosa ho fatto finora, oltre che pagare Mondadori e Messagerie o cercare di tenere buono Rizzoli?
Ho scritto, certo.
Quello che sto facendo anche in questo momento.
Ma mi manca la gioia di farlo, il desiderio di tornarvi.
Già, perché uno degli spunti della scrittura era proprio il desiderio di allontanarmi (separarmi, alienarmi) dalla mia vita quotidiana.
Niente vita quotidiana = nessuna ansia di evadere.
O forse, semplicemente, si tratta di paura.
Scambiare il nome di un oggetto con l'altro senza che il proprio ego faccia una piega («mi passi il riso? Come "quale riso"?») è una condizione che può destare ilarità o pena ma, in ogni caso, comporta l'impossibilità di scrivere. Sic et simpliciter.
Dare a qualcuno da leggere una cartella zeppa di parole che non sono esattamente le parole che volevate ma altre... beh, prima di questa esperienza era un tipo di terrore che non avevo ancora sperimentato.
Si tratta molto probabilmente di una situazione che mi sono lasciato dietro, certo, ma di molto poco e per poche settimane. Giungere a guardare in faccia i propri delicatissimi neuroni è un'esperienza che non auguro a nessuno.
Questa è la mia situazione che, indegnamente, ho pensato bene di eternare su questo blog per potermela rileggere domani, quando starò di nuovo bene, o perlomeno quando questa fase sarà chiusa.
Ma riflettervi un po' non fa male.
Non credo di doverci tornare ancora sopra, consolatevi, navigatori.
Almeno per un bel po'.

9 commenti:

Simone ha detto...

Mi pare che nei post scrivi le parole giuste, per cui la situazione dev'essersi risolta e non dovresti preoccuparti di questo.

In bocca al lupo!

Simone

Davide Mana ha detto...

Se ti può consolare, la paura è in agguato (mlto lovecraftiano, eh?) nelle vite di tutti.
Io soffro di insonnia - non un eccentrico vezzo da anglofilo, ma il risultato di un'ansia senza una fisionomia precisa che, tenuta a bada per settimane, prima o poi torna a farsi sentire.
Sarà una sciocchezza ma l'ansia va riconosciuta per ciò che è, col corollario che dice "la vita non è meglio con l'ansia".
Riconosciamola, diamole il benservito, e torniamoa scrivere, e a dormire otto ore per notte.
Forza.

Fran ha detto...

Massimo, le tue riflessioni offrono parecchi spunti anche quando non parlano "solo" di editoria.
Solo che a queste è più difficle lasciare un commento... ciò non significa che non sia ancora un piacere leggerti, e che i tuoi post non abbiano tutte le parole al loro posto.
Forza Max.

maxciti ha detto...

Cara Fran non ti preoccupare. Certe cose di scrivono perché qualcosa dentro di te pensa che sia necessario dirle, anzi scriverle. Non mi aspetto risposte, se non quelle che avete avuto la gentilezza di scrivere.
Grazie, Simone e in quanto all'ansia di Davide... beh, posso giusto dire che dopo un mese di cattivi sonni ti sono MOLTO vicino.
La paura sicuramente scorre nella vita di tutti, non c'è dubbio. E sono d'accordo che si tratta di darle una giusta risposta. Anche che non è sempre tanto facile trovarla...

consolata ha detto...

Caro Max, tocchi dei tasti così profondi che, come dice Fran, qualsiasi commento sembra futile, a scriverlo. Un bel risultato per uno che teme di non usare le parole esatte, non ti pare? Ti assicuro che queste lo sono, così come i pensieri che ci stanno dietro.
Continua a cercare la risposta e se la trovi, condividila con noi.

Piotr ha detto...

Beh, l'immagine a corredo del post, dico. L'hai scelta tu, no?
Sta già tutto lì.
Di solito, uno prende una nuvola strana e dice "Orpo, guarda! Sembra una faccia!".
E giè tutti a discettare sulle facce nascoste nelle nuvole.
Tu invece prendi questa foto qui, in cui la faccia sta proprio in tutto quello che non è nuvola.
Però sono sempre le nuvole che rendono la faccia di non-nuvola visibile. Figura e sfondo, ma mica solo quello.
Parole e nuvole non significano mica solo quello che significano.

maxciti ha detto...

Bentornato, Piotr.
Effettivamente l'immagine l'ho scelta io. Non avevo in mente nulla di particolare, se non il fatto che l'immagine mi piaceva. Dopo di chè è vero che l'immagine è ricca di immagini possibili e di possibili interpretazioni. Deve essere quel meccanismo che permettava un tempo ad astrologi,paragnosti, magi e occultisti di scroccare un posto a corte... Anche, combinazione, di dire qualcosa di vero e profondo senza accorgersene.

Massimo ha detto...

Tutti hanno paura di qualcosa. Magari non sembra semplicemente perche' alcuni lo sanno nascondere bene....
Credo non resti altro da fare che conviverci e fare del proprio meglio.

Fran ha detto...

Quello che più mi piace nel ragionamento di Massimo è proprio il fermarsi quando gli succede qualcosa ed avere il coraggio di analizzarlo, e ricavarci delle considerazioni non banali.
Dalla caducità del nostro essere alle proprie nemesi (del resto un calciatore con uno stinco danneggiato ed uno scrittore con le parole confuse hanno molto in comune, oppure no?), c'è sempre qualcosa da imparare.