23.9.08

Dalle stelle alle stalle


Importante premettere che ho letto questo libro quando la mia operazione era ancora recente. Come dire che non posso giurare sulla veridicità del mio parere, né essere poi troppo certo che il mio parere sia del tutto centrato.
Ciò detto, comunque, non resta che ammettere che questo «L'ultima flotta dello Zar» di Costantin Pleshakov si è rivelato quanto meno parecchio inferiore alle attese.
Domanda successiva: perché?
Beh, cerchiamo di approfondire un minimo.
Nel 1905 è in corso una guerra tra il Giappone e la Russia zarista. Una guerra lontana e un po' sfocata per l'Occidente ma di importanza sostanziale per il futuro dell'area. I giapponesi vincono, non c'è dubbio, e la Russia - nonostante impegno e denaro speso - sta perdendo Port Arthur (base militare sul Pacifico) e con questo la guerra. A qualcuno a Pietroburgo viene in mente l'idea di costruire e inviare una flotta a Port Arthur per tentare di salvare la baracca. Detto / fatto si crea la Prima Flotta del Pacifico, formata per la maggior parte da unità recente alla quale si affianca presto una Seconda Flotta, formata da ferri da stiro, e dopo qualche mese una Terza flotta, formata da ferri da stiro ancora più vecchi e al limite dell'utilizzabilità.
A comandare la Prima flotta viene posto Rozhestvenskij , ammiraglio relativamente giovane e di buona preparazione. Questi ha il compito di condurre la flotta da Kronstadt (golfo di Finlandia) alla Siberia. Il tutto in dieci mesi. Lì giunto deve combattere i nippo, sconfiggerli e liberare Port Arthur.
Ovviamente il povero Rozhestvenskij nutre più di qualche legittimo dubbio su tutta l'operazione, dubbio che, una volta conosciute le navi (le proprie e quelle delle altre flotte) si fa certezza: non ce la faranno mai.
Ma questo non lo ferma.
Con una mentalità degna di un samurai il nostro ammiraglio guida la flotta russa per un folle periplo attraverso tre oceani, arriva al largo del Giappone, affronta i nippo e viene sconfitto - due terzi della flotta russa viene affondata - oltre che gravemente ferito.
In ospedale in Giappone riceve comunque la visita dell'ammiraglio Togo, venuto a portargli i propri omaggi che saranno gli unici, peraltro, che riceverà.
Inutile dire che Rozhestvenskij è necessariamente il protagonista di tutta la vicenda. Non solo protagonista per il suo ruolo di ammiraglio ma soprattutto per la cupa determinazione con la quale guidò la flotta russa all'inevitabile massacro. Un uomo rigido e rabbioso, fedele allo Zar ma anche, nel contempo, perfettamente conscio dei profondi e imperdonabili difetti del sistema autocratico.
Si tratta di una storia che ho letto molte volte. Una vicenda che unisce la fama lugubre delle migliaia di marinai morti a bordo delle navi russe affondate con il disperato impegno di Rozhestvenskij. Non solo. Siamo nel 1905, l'anno della prima rivoluzione e dell'ultima tocco di campana per la casa Romanov.
Ho letto credo quasi tutto ciò che esiste in commercio sull'argomento, sia per motivi "militari" che per motivi politici. Quando è uscito il libro di Pleshakov mi sono affrettato a impadronirmene, sperando - un po' superficialmente - che approfondisse e tentasse un profilo più moderno e completo di Rozhestvenskij.
Un tentativo c'è, non c'è dubbio, ma nulla di risolutivo. Pleshakov accompagna la flotta russa per tutto il suo interminabile viaggio, cercando di tenere sotto controllo Rozhestvenskij e i suoi marinai, gli altri ammiragli, lo stato maggiore e lo Zar e Port Arthur fino alla sua caduta. Di ognuno riferisce non soltanto le notizie ma anche le voci, i sussurri, i pareri e i giudizi. Inevitabili farsi un'idea - molto superficiale, purtroppo - del clima a corte ma senza che questo permetta di afferrare in modo più preciso i motivi e le ragioni di Rozhestvenskij. Si partecipa a tutto il viaggio e si arriva alla battaglia nelle ultime 30-40 pagine (decisamente un po' sacrificate) e al rientro dell'ammiraglio nella Russia ormai vicina alla rivoluzione, che gli renderà (almeno lui) l'omaggio dovuto.
La sensazione, in sostanza, è quella di sfogliare un rotocalco dell'epoca. Con «le donne» dell'ammiraglio, i suoi accessi di rabbia, la sua intolleranza, le sue astuzie e le sue trovate per condurre la flotta fino al porto successivo con i serbatoi pieni. La grandezza quotidiana di Rozhestvenskij rimane in ombra, come rimangono in ombra i suoi motivi e la sua tetragona fissazione. Ad apparire e solleticare il lettore soltanto qualche guizzo e alcuni momenti più o meno allegri.
Troppo poco, davvero. Troppo poco.

3 commenti:

Davide Mana ha detto...

È il carattere russo, io credo, che mal si adatta a certe opere storiche.
Troppo serioso e melancolico, troppo coinvolto nela propria tragedia.
Tetro.

Da anni leggo non tutto ciò che riesco a trovare - sarebbe troppo - ma una buona selezione del pubblicato sul Raj e più in generale sull'impero coloniale britannico.
Ah, quanta leggerezza!
Dal colonello che accerchiato dai dayaki ordina alla sua guida "Dica a costoro che non intendo tollerare oltre i loro modi bestiali!" all'ammiraglio che rifiuta di inginocchiarsi in chiesa perché "un ufficiale di Sua Maestà non si inginocchia davanti a nessuno", tutti sono illuminati da una luce ironica anche nella più cupa delle tragedie.
E che dire di Nazaroff, geologo russo al soldo degli inglesi, pagato dai russi per bracare ed uccidere se stesso sugli altipiani del Caucaso?
Una meraviglia.

E se le informazioni in alcuni testi scarseggiano,per lasciar posto alla mondanità, si tratta sempre e comunque di mondanità abbastanza eccentriche da valere il prezzo d'ingresso...

Per restare in area russa pre-rivoluzionaria, consiglio per tirarsi su di morale l'appena uscita e polposa biografia del Barone Pazzo, Roman von Ungern-Sternberg.
Si intitola "The Bloody White Baron".
Ahimé per ora pubblicata solo in britannia...

Bruno ha detto...

Ho letto della battaglia di Tsushima. Una storia grandissima, mi spiace che hai trovato un libro che la tratta così frivolamente. Senso del dovere del comandante e fatalismo classico russo degli equipaggi, un viaggio interminabile per un inutile appuntamento con la morte: quando si dice che la realtà supera la fantasia... sarebbe buona ispirazione per qualche fantasy stratosferico...

Massimo Citi ha detto...

Per Davide:
Sì, penso tu abbia almeno in parte ragione. È abbastanza tipico del carattere russo un comportamento simile, anche se resta vivo il dubbio: «E se Rozhenevskij avesse rifiutato l'epilogo già scritto?». Lo so, lo so la storia non si fa con se e con i ma, ma un dubbio, in casi come questo, è almeno legittimo. E Pleshakov riesce a raffigurare un ammiraglio in due dimensioni e, in ultima analisi, vuoto.
Per quanto riguarda Roman von Ungern-Stengern ne lessi qualcosa tempo fa e rimasi ammirato e inorridito del suo sogno di una seconda armata Mongola. Molto bene che sia comunque uscito qualcosa.
Per Bruno: verissimo che sarebbe molto affascinante tentare di (ri)scrivere una simile storia traslandola in sf o in fantasy. Non resta che attendere che qualcuno ci provi...