26.6.08

Aria pesa e tetra


A richiamare la mia attenzione è stata, questa volta, un'osservazione di un collega, Federico Madaro della Libreria Mangetsu di Torino, specializzata in culture dell'Estremo Oriente.
Ci eravamo visti di sfuggita qualche sera prima per una riunione dei librai torinesi, convocata per organizzare i prossimi «Portici di Carta». Normalmente nelle riunioni di librai c'è sempre una leggera tensione, dovuta a qualche vecchio litigio, a «storiche» divergenze nella visione del mondo editoriale, ad antipatie personali antiche e recenti o a incomprensioni divenute col tempo diffidenze o intolleranze. In più c'è da aggiungere la convinzione che ogni libraio nutre in fondo al suo cuoricino di essere l'unico, in fondo, a capirne qualcosa del suo mestiere mentre tutti gli altri son semplici praticanti, arruffoni casinisti preoccupati soltanto del vile soldo.
Un clima comunque non troppo diverso da quello che si respira in qualsiasi assemblea di soggetti che condividono lo stesso lavoro e in gran parte la stessa passione.
Normalmente le ruggini emergono nel corso di una discussione, qualunque sia l'argomento discusso. Sa A dice «nero» per B sarà certamente «giallo» o «rosso» o anche «freddo» o «troppo lungo». La coerenza, infatti, presuppone accordo sull'oggetto trattato, ma se non esiste nemmeno un accordo minimo ci vuole un amen per andare fuori tema e rispondere tipicamente a pera.
«Le altre volte il corriere è arrivato tardi!»
«Può darsi, comunque non mi va che si dia tanto rilievo alla produzione dell'editore Zamarra!»
L'editore Zamarra che io sappia non esiste, ma una discussione tanto scentrata esiste o quantomeno è esistita. Ed esisterà ancora.
...
«Hai visto l'altra sera?» Mi ha detto stamattina Federico, dopo i convenevoli di rito.
«Che cosa, in particolare?»
«Com'era moscia la riunione»
Ci ho pensato per un istante. Non era il tipo di riunione che potesse scatenare istinti belluini, ma effettivamente qualcosa di strano c'era. Nessun litigio. Nemmeno un darsi sulla voce o uno scazzo un po' pretestuoso. Al massimo qualche battuta un po' fiacca, qualche occhiata pungente o qualche respiro a dire: «effigurati se eri buono a tacere». Una desolazione, a pensarci bene. Un Thedayafter del litigio bibliocommerciale.
«Effettivamente non ci sono stati litigi».
«Peggio. Erano tutti troppo depressi per averne voglia».
Federico ha moltissimi pregi. È un uomo serio, appassionato, competente. In più sa il cinese e lo immagino per nulla digiuno di coreano e giapponese. Apprezza il nostro lavoro di editori quanto noi apprezziamo il suo di libraio, ma... come tutti ha qualche difetto. Il suo è quello di essere un ciclotimico con sfumature paranoidi.
Lo capisco perfettamente, presentando io stesso qualche sintomo della stesso genere.
Probabilmente una predisposizione che sta sullo stesso segmento di cromosoma che ospita la passione smodata e irrazionale per la carta stampata.
Però questa volta il tono del suo commento aveva qualcosa di più drammatico del solito. In più trattava di una stranezza assoluta: la mancanza di battibecchi a una riunione di librai torinesi.
Mi è venuta in mente una piccola cosa, una cifra letta sul riassunto dell'ultimo rapporto ISTAT. Una cifra preceduta da un ( - ).
Che riguardava il consumo di prodotti culturali in Italia nel mese di aprile 2008.
Un - 3,9% di vendite per spettacoli, cinema, teatro, musica e libri.
Che, tenendo conto che il prezzo dei libri è in crescita, fa anche qualcosa di più di un 4%.
Un 4% non è affatto poco come sembra, per imprese che vivono da sempre sul limite ristrettissimo che separa la sopravvivenza dal baratro. E, in presenza di una stretta creditizia dovuta tanto alla catastrofe dei mutui statunitensi quanto alle geniali iniziative del nostro Robin Hood Tremonti, rischia di essere la spintarella che manda definitivamente fuori strada imprese già piuttosto esauste.
Sicuramente quelli dell'ISTAT sono una banda di minchioni, sicuramente le loro rilevazioni sono aria fritta, sicuramente... ma altrettanto sicuramente c'è un sacco di gente che ultimamente ha deciso di rileggere i libri che ha già.
O di fotocopiare quelli che deve comprare per forza.
Non sarebbe il caso, forse, di stringere i rubinetti della superproduzione?
Fare meno titoli e farne di migliori?
Se la gente ci pensa su due o tre volte più del solito prima di spendere, non sarebbe il caso di non
seppellirla sotto un eccesso di offerta di cloni? Con il rischio di stancarla ancor prima che abbia messo mano al portafoglio?
C'era una volta uno scrittore di sf - Mark Reynolds, americano, iscritto al partito socialista - che scrisse, tra gli altri, un romanzo di fantascienza dal titolo italiano di Effetto valanga. L'aspetto curioso e interessante del libro era quello «fantaeconomico».
L'aspettativa di una crisi la genera, diceva il buon Reynolds, americano socialista.
Se i consumatori rinunciano a consumare, ritardano un acquisto o lo rimandano... che cosa succede?
Penso, come Federico, che lo vedremo presto.
E forse non è tardi cominciare a pensare, ciascuno nel proprio settore, che cosa fare.

4 commenti:

Piotr ha detto...

Non era solo Mack Reynolds: ricordo anche un racconto - secondo me bellissimo, anche se quando l'ho letto avrò avuto quindici anni e l'economia era ancora più oscura di quanto lo sia adesso - che credo si intitolasse "La Congiuntura". Credo anche si trovasse sull'antologia "Il Passo dell'Ignoto" (Mondadori Omnibus) o al limite su "Le Meraviglie del Possibile", Einaudi con curetela F&L, ma non ne sono sicuro. Nel bel mezzo d'una crisi tipo quella del 1929, un pool di scienziati cerca di scoprire come tutto sia cominciato, e risale di causa in effetto, di effetto in causa. Dopo una lunga sequenza, si arriva all'atomo detonatore, che in quel caso era qualcosa di assolutamente minimale, tipo un agricoltore del Wisconsin che aveva rinunciato a comprare una nuova zappa. Da lì aveva chiuso la fabbrica di zappe, poi erano andati in rovina i fornitori della fabbrica, poi gli operai dei fornitori, poi le banche, etc. etc. etc. In un ottimismo della reversibilità razionalistica (con tanti saluti al secondo principio della termodinamica, ma chissenefrega...) il pool, scoperto l'arcano, da una ventina di dollari al contadino del Wisconsin e gli ordina di andare a comprare la fottuta zappa: e di lì, naturalmente, tutto riparte.

Certo, se il nostro pool di esperti fa capo a Tremonti, siamo freschi...

Davide Mana ha detto...

La cosa incredibile è che il buon Robin Hood Tremonti sottoscrive dichiaratamente delle teorie economiche screditate da due decenni - e queste diventano le linee guida del paese!

È snervante.

Ma la discussione mi dà una buona idea per una storia - una commissione di tecnici si mette all'opera per scoprire cosa non funzioni nell'economia del ventunesimo secolo... e scopre che l'economia non esiste. Non c'è sistema, non c'è razionalizzazione matematica, non ci sono probabilità o gestione del rischio. È davvero la scimmia che lancia freccette contro alla lavagna che determina cosa capiti nel mercato.

maxciti ha detto...

Cribbio, ragazzi!
Qui ce n'è da scrivere un romanzo di fantaeconomia da premio Hugo. Mi piace l'idea di Davide che, in fondo, la stanza dei bottoni sia lo sgabuzzino delle scope.
Ho letto anch'io di recente che Tremonti è - com'era prevedibile - soltanto un poveraccio che vestendo i panni del no-global vorrebbe riaffondare l'economia mondiale ai tempi del protezionismo, dimenticando che è stato il protezionismo a innescare la Prima Guerra Mondiale... E che l'industria italiana (quella che funziona) produce prodotti di alto prezzo - ed estremamente superflui - per mercati esteri avanzati.
Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo, quindi passo.
Per Piotr: credo che il racconto al quale fai riferimento fosse dello stesso Reynolds e che sia stato da quel racconto che ha poi tratto il romanzo. Vera l'osservazione sulla seconda legge della termodinamica. Ma in narrativa è (quasi) tutto lecito, purché coerente.

Fran ha detto...

Convengo, fantastica l'idea, ed anche un'altra cosa, ossia l'ottimismo dello scrittore che pensa di poter tornare all'inizio e sistemare tutto modificando la causa iniziale.
Se lo scrivessimo noi, questo libro, troveremmo una soluzione simile?