18.3.08

Di quale editoria parliamo

Mi è appena passato per le mani un articolo pubblicato su Alchimie, scritto da Andrea De Caro. Articolo-recensione che, partendo dall'ultimo pamphlet dell'editore americano sviluppa alcune riflessioni sullo stato dell'editoria in Italia e nel mondo. Riflette sul grado reale di democrazia e di libertà di stampa che questo modello di sviluppo rende possibile.
Mi sono occupato di questo tema per qualche anno. Con Alfredo Salsano, lo scomparso editor della Bollati Boringhieri di Torino, e con altri colleghi librai torinesi. Dalle nostre riflessioni e dal nostro lavoro, ormai vecchio di qualche anno, è nata l'idea di Slow book, idea, ahimé, rimasta inerte e inoperosa - come si può notare constatando lo stato di abbandono nel quale versa il sito - anche per la morte di Alfredo, «anima» dell'iniziativa.
Ci siamo preoccupati della sorte dell'editoria di proposta - la locuzione è di Alfredo - e, in parallelo, della sorte delle librerie indipendenti. Abbiamo individuato nelle seconde gli interlocutori «naturali» dei primi e abbiamo cercato di ragionare sulle possibilità di creare una struttura che riunisse e coordinasse tutti coloro che credono nella possibilità di preservare la bibliodiversità. Abbiamo fatto fiasco, per tanti motivi. Al massimo siamo riusciti a creare un vago movimento di opinione, comunque limitato agli addetti ai lavori, senza riuscire a raggiungere altri attori della produzione e distribuzione libraria. Gli autori, per esempio, spesso chiamati, come scriveva Antonella Cilento a fungere da serraglio per il mass-market.
Ne abbiamo guadagnato in consapevolezza, come no, ma la consapevolezza che non si diffonde è come la saggezza dell'eremita: ricca ma inutile.
Questo polposto post non nasce da una tardiva resipiscenza. Soltanto serve a definire un po' meglio il quadro nel quale noi tutti - lettori, autori, operatori - ci troviamo a operare.
Esiste una linea che, unendo i punti numerati, può definire un disegno? Un «che cosa apparirà» dell'editoria mondiale?
Il discorsetto non è poi tanto gratuito e/o azzardato.
Senza bisogno di essere Adam Smith o Karl Marx si può convenire che, essendo l'editoria un'attività industriale, debba produrre un plusvalore. A meno di fare ciò che l'ottimo ex-amministratore delegato Mondadoriano, Kaiser Franco Tatò, definiva «propaganda», ovvero editoria in perdita, prodotta per propugnare una causa, politica o anche artistica.
Aguzzo il CEO, non è vero?
Prima conseguenza della necessità di un plusvalore è l'esigenza di trovare autori vendibili.
Questo vale per l'editore Treves che nei primi del Novecento pubblicava i romanzi osé di D'Annunzio come per la Rizzoli che nel 2007 pubblica Moccia. Certo, D'Annunzio scriveva meglio e sotto il cappello possedeva un cervello ma lo scopo è lo stesso: far soldi con il libri.
Senonché il signor Treves, capitalista dell'italietta umbertina, non faceva parte di una superholding nella quale il settore editoriale librario è soltanto un'appendice minima di attività quotate in borsa e che producono un utile finanziario. Il signor Treves dava «un'uciadina ai cunt» e se un libro non vendeva smetteva di pubblicare quell'autore.
Il CEO del settore editoriale librario della superholding, viceversa, si preoccupa della quotazione in borsa e dei dividendi per l'azionariato, delle sinergie con altri settori della comunicazione, della ricaduta in termini di gadget, mode, fenomeno. Il CEO è pronto a versare anticipi da capogiro, a sfruttare l'economia di scala garantita dalla grande distribuzione e delle grandi superfici delle librerie di catena, a massimizzare l'impatto mediatico creando il «fenomeno». Libro+film+gadget+canzone per iPod+sfondo e suoneria per telefonino eccetera.
E dietro il «fenomeno» vengono le legioni di cloni.
Così abbiamo il fantasy che «tira». Come «tira» il «noir», il giallo da sala settoria, l'autobiografia comica femminile, la biografia del perseguitato dai fondamentalisti.
Il fatto che un libro risulti un epigono non fornisce informazioni reali sul suo valore, tuttavia.
Si può supporre che non sia granché da un punto di vista artistico ma nulla di più.
I libri che non rientrano nel «fenomeno» possono aspirare, al massimo, a raggiungere nicchie di mercato. E possono, nel caso, essere distribuite anche attraverso canali secondari.
Anche le librerie indipendenti.
Si tratta di uno schema necessariamente grezzo, ma - spero - illuminante.
Quando parliamo di grande editoria parliamo, in realtà, di un sistema integrato teso a massimizzare i profitti. Il plusvalore della produzione ma soprattutto il valore finanziario complessivo della holding al quale l'editore appartiene.
L'editore deve mostrare continui incrementi di fatturato per poter passare nella cruna dell'ago degli analisti finanziari.
E gli incrementi di fatturato si ottengono invadendo il mercato di libri di bassa qualità.
È un meccanismo automatico. Le opere di valore - di narrativa o di saggistica - hanno tempi di gestazione lunghi, necessitano di contributi da parte di più figure professionali, durano nel tempo ma hanno ritmi di assorbimento lunghi.
«Bah!», dice il CEO, «stampiamo un altro pseudo-Moccia».
Qual è la sorte delle produzioni indipendenti?
Per la saggistica di ricerca l'essere messa in commercio a un prezzo elevato (di nicchia = per pochi = costoso). Per la narrativa quella, semplicemente, di non nascere per nulla.
Inutile dire - come sottolineava anche André Schiffrin - che la sorte tendenziale di pubblicazioni risolutamente antagoniste allo stato delle cose è l'invisibilità, virtuale o reale.
Quando pensavamo che l'alleanza tra editori di proposta - ovvero editori «puri» –, librerie indipendenti, autori critici, traduttori, redattori e forti lettori potesse essere la chiave di volta per far saltare il coperchio di una grande editoria che produce - automaticamente - montagne di libri inutili e favorisce il conformismo intellettuale e artistico, eravamo probabilmente nel giusto.
Ma sarebbe necessaria una maggiore attenzione da parte del potere politico (Eh? Che cosa?) e maggiore sensibilità ai temi civili da parte dei grandi media. Che sono di proprietà delle medesime holding.
Al momento attuale in Italia non esiste neppure un politica a sostegno della lettura.
E poi dice: «tu per chi voti?».
Mapperpiacere...

11 commenti:

Davide Mana ha detto...

Post denso e meritevole di riflessione, mi casca sul desktop mentre sto leggendo un articolo di un alto papavero della MacMillan sullo stato dell'editoria inglese.
Che rischia la crisi, dice il poverello, perché il mercato è cresciuto solo del 5% nell'ultimo anno, e l'inglese medio si è ridotto a leggere 8-9 libri l'anno.
Beata ingenuità.

Che però mi porta a pensare che i meccanismi che descrivi risentano anche - e parecchio - dell'ampiezza del bacino di utenza.
Quanti lettori, e quanto leggono.
In un territorio molto ampio, oltre ai megapredatori, trovano una nicchia anche i piccoli.
Quando l'ambiente si riduce, le nicchie minori vanno in crisi.

Bello, questo parallelo editoria/ecologia....

maxciti ha detto...

Un parallelo egregio, tanto più che personalmente sono convinto che i meccanismi alla base della teoria dell'evoluzione siano operanti anche in ambiti anche molto lontani, come - tanto per dire - l'economia. E non parlo del darwinismo becero per il quale «vince il più forte» ma di quello raffinato che coniuga competizione e cooperazione nell'adattamento a un ambiente in rapida mutazione.
Comunque hai fondamentalmente ragione. La situazione nel mondo dell'editoria di lingua inglese è diversa soprattutto perché oltre ai dinosauri - grandi e diurni - esistono i protomammiferi - piccoli e notturni. I grandi muovono le televisioni, i piccoli corrono sul web, i grandi strapagano l'ultima squillo che racconta come si è portata a letto il governatore dello stato di New York, i piccoli sperimentano nuove letterature.
Qui da noi la situazione è ancora fluida. Esistono editori indipendenti che fanno cose egrege ma faticano a trovare spazio in libreria. I grandi oscillano tra i modelli vincenti del turbocapitalismo e singole iniziative di valore, legate a editor di alto profilo. È ancora embrionale la promozione e la distribuzione via internet.
La situazione è confusa, in sostanza, ma non lo resterà a lungo.

Piotr ha detto...

Il post è così complesso che faccio fatica a fare un commento appropriato. Del resto mi capita sempre, quando si mischiano cose che mi interessano molto (i libri) con cose che mi terrorizzano (le logiche di mercato). Non sono abbastanza ingenuo da non rendermi conto che l'editoria è soprattutto un sistema economico, e di conseguenza non è minimamente criticabile l'editore che sogna di incontrare una nuova Susanna Tamaro che gli porti da pubblicare un nnuovo "Va' dove ti porta il cuore". E' lo stesso tipo di sogno che ho io, quando mi figuro di incontrare un datore di lavoro disposto a pagarmi il decuplo del mio stipendio attuale per lavorare un decimo delle ore che lavoro adesso (e magari facendo pure cose divertenti, lavorando).
D'altro canto, l'economia è per me troppo complessa: ci ho messo davvero tanto a capire come funzionano, tanto per dire, le compagnie aeree low-cost, perchè ero troppo legato alla vecchia maniera di immaginare la partita doppia degli aerei: per queste compagnie, il prezzo del biglietto pagato dal viaggiatore è elemento del tutto trascurabile nel loro bilancio. E allora bisgna cambiare prospettiva: Tatò parlava esplicitamente di propaganda, magari a buon fine - lui -, chissà. Però è indubbio che avere la Mondadori torna utile, se uno decide di pubblicare un paio di milioni di copie d'un fotolibro intitolato "una storia italiana".
E allora diventa davvero complesso vedere la fine del tunnel: un libro si porta appresso i conti, il business, e anche l'influenza, la propaganda, la politica. Ma questo, se è inevitabile, disinnesca un po' il discorso iniziale, il famoso "perchè" si scrive, si vuol essere pubblicati.
Non nego che non mi farebbero schifo i soldi della Tamaro, e magari potrei pure essere interessato alla carica di Presidente del Consiglio, l'avessi a portata di mano, ma il punto è che questi due (molto tenui, in verità) desideri non c'entrano niente con la voglia che ho di scrivere, di essere letto, di essere pubblicato.
E quindi è difficile, perchè per sopravvivere, qualsiasi opera deve ad un tempo piacere all'autore, piacere al fruitore, ma anche avere una propria autonomia economica. Il quadro più bello e importante del mondo potrebbe essere stato dipinto e mai visto da nessuno, se il pittore fosse stato tanto sfigato da non trovare il giusto apprezzamento nei suoi paraggi, e magari lo ha alla fine usato per alimentare il caminetto. E' un esempio scemo quanto si vuole, ma serve solo a dire che sì, lo sappiamo, è sempre necessario che un opera riesca a vivere di sè stessa, a trovare - alemno all'inizio - quell'apprezzamento minimo per continuare ad esistere. Ma dopo, dovrebbero essitere anche altre metriche, non solo quella del numero di copie vendute. Perchè non ci sono storie, si venderanno sempre più libri di Totti che libri di Tolstoi, almeno a breve termine.
Almeno credo.

maxciti ha detto...

Ciao Piotr!
Mi mancavi.
Giuro, è proprio così.
Devi sapere che questo genere di post mi diverte. Un po' per la mia formazione politica - negli anni '70 ho «militato», termine detestabile come pochi, in un'organizzazione mooooolto comunista e ho fatto persino una rudimentale «scuola quadri» (non ridere!) di economia politica. Un po' perché essendo un bastian contrario mi piace sporcarmi le mani con l'economia in un ambiente di verginelle che non vogliono parlare di soldi, non capendo così un piffero di che cosa accade loro intorno. Infine perché se io non mi occupo di economia - visto il lavoro che faccio - sarà comunque l'economia a occuparsi di me.
E poi sono un imprenditore.
(Che fai, ridi?).
Venendo a una possibile risposta a una delle tue osservazioni. Il problema è che chi legge Totti non legge Tolstoi. Ma chi legge Totti sono due milioni di persone in due mesi, mentre i lettori di Tolstoi possono anche essere quattro o dieci milioni di persone ma... in dieci anni.
Il problema, quindi, è il tempo.
Non il nostro, ma il tempo dei bilanci di una SpA e il tempo del management. Le aziende grandi e grandissime sono ormai governate dal management. La proprietà decide ben poco, se non scegliere - se va bene - chi dirigerà l'impresa. E il manager (per brevità: il CEO)ha bisogno di quagliare in fretta, di ottenere risultati strabilianti per aumentare le proprie possibilità di passare a dirigere un'impresa più grande.
Quindi non ha tempo di aspettare i dieci milioni di lettori né di iniziare un lavoro che darà risultati tra dieci anni. Meglio Totti o chi per lui. Poter arrivare alla fine dell'anno, all'assemblea degi azionisti con una slade che recita: + 32%. E poi passare da RCS a Springer Verlag per un ingaggio pari al triplo.
Si tratta di un nuovo feudalesimo del quale siamo vittime senza nemmeno esserne del tutto consci.
Il problema di Tolstoi diventa, quindi, quello di non scomparire dietro le pile di Totti ecc. O, persino, di essere pubblicato.
Molto sommario, quasi rozzo, ma spero chiaro.

Rudi ha detto...

Molto chiaro, come al solito. Al punto che viene però ormai da chiudere il cerchio. Tu dici (e io sono convinto che tu abbia ragione) che "...Il problema di Tolstoi diventa, quindi, quello di non scomparire dietro le pile di Totti ecc. O, persino, di essere pubblicato", ed è frase illuminante per il giovane autore che sogna di scrivere un romanzo: drammatica, se si focalizza sull'idea che un Tolstoj potrebbe non riuscire a vedere la luce, ma quasi consolatoria, se il giovane inedito autore arriva a pensare che chissà, magari allora potrebbe essere davvero bravo come Tolstoj, e vedersi comunque sbeffeggiato dallo stampatore della Tamaro.
Adesso non mi resta che scegliere se disperarmi o consolarmi...

Piotr ha detto...

Orpo, solo per precisare: quel "rudi" qua sopra è venuto perchè ero loggato come Rudi Mathematici, ma ero sempre io, Piotr.

maxciti ha detto...

Caro Rudi-Piotr.
Temo che l'esempio di Tolstoi rischi di condurci fuori strada. Non foss'altro perché tra il XVIII secolo e il XXI è cambiato il contesto della lettura. Tolstoi, in particolare, era un grande scrittore popolare come Balzac o come Alexandre Dumas. Come tutti i grandi scrittori popolari scriveva per il proletariato recentemente urbanizzato, inserendo nelle sue prose qualche elemento formativo o didattico. «Grande» scrittore popolare perché la sua arte poteva potenzialmente raggiungerer tutti. Ai nostri tempi è difficile immaginare scrittori di questo genere. È popolare Moccia, come no, ma dire che la sua è arte - anche per sua stessa ammissione - è quantomeno azzardato. Lo è stata per un breve momento Susanna Tamaro, quando ha pubblicato «Va' dove ti porta il cuore». Ma la Tamaro è ideologicamente una cialtrona e i libri successivi l'hanno dimostrato. Probabilmente bisogna pensare alla Rowlings di Harry Potter oppure alla Fielding di Bridget Jones o, decisamente, agli sceneggiatori di grandi serial televisivi. Come il dottor House o o Desperate Housewives.
La funzione della scrittura è almeno in parte cambiata, ai nostri tempi, e, nell'industria della comunicazione contemporanea, il libro è un media integrato o da integrare agli altri. Tolstoi, quindi, non sarebbe probabilmente ignorato ma, visto il suo talento di narratore, avrebbe partecipato allo sciopero degli sceneggiatori di Hollywood e scriverebbe libri, scriverebbe per la TV, per il cinema e per i videogiochi.
Diverso il discorso se pensiamo ad autori meno «popolari» ai quali noi, per formazione e livello culturale, siamo più vicini. Narratori di nicchia - per scelta o per vocazione - rischiamo davvero di non essere visti nelle grandi superfici. E nemmeno pubblicati.
Una strada resta quindi quella indicata da Davide nella sua prima replica al mio post. Oppure continuare a ostinarsi, sapendo tuttavia come funziona.

SteamDave ha detto...

Forse un primo passo da fare sarebbe quello di cominciare a considerare
. il libro su Totti
. Tolstoij
. Và dove ti porta il cuore
. Perdido Street Station

quattro prodotti essenzialmente diversi che hanno accidentalmente la stessa morfologia.
Occupano nicchie diverse.
Hanno target diversi.
Tempi di vita ed evoluzione diversi.

Non dico che dovrebbero essere venduti in luoghi diversi, ma di sicuro dovrebbero essere pubblicati da editori diversi (ed in effetti lo sono - o lo sarebbero - all'estero).

Un po' come con l'e-book, che sembra un libro ma se lo consideri un libro te ne perdi una fetta, così diversi... chiamiamole classi di narrativa sono essenzialmente inconciliabili le une con le altre,e confonderle porta alla catastrofe.
Non puoi vendere il libro su Totti con le stesse strategie che useresti per il libro di Tolstoij, non allo stesso pubblico, non nelle medesime circostanze...
Sono effettivamente cose diverse.

Davide Mana ha detto...

Ooops.
Anch'io sono sempre io, anche quando vado a vapore...

maxciti ha detto...

Giustissimo, Davide a vapore.
Il problema, ovvero la strozzatura, sono le strategie commerciali e distributive dei grandi gruppi della comunicazione. È un po' lo stesso problema per il quale il capitalismo teoricamente funziona, nel senso che la concorrenza premia i più abili, innovativi e capaci ma poi non è così perché saltano le regole. Teoricamente un mercato librario intelligente ed equilibrato dovrebbe prevedere un accesso ragionevolmente semplice alle 4, 5 o N tipologie di libri delle quali parli. Solo che non è esattamente così. Il tipo A (barzellette di Totti) è disponibile ovunque, dal supermercato all'autogrill all'edicola,il tipo D soltanto in libreria. Senonché le librerie soltanto di Mieville non campano. Quindi si allineano e cercano di vendere anche il tipo A. E così il tipo A finisce per costituire l'aspetto più visibile dell'assortimento della libreria, che perde la sua funzione. Ma se rinuncia al tipo A difficilmente ce la fa. In ogni caso la libreria risulta snaturata e, in ultima analisi, perdente.
Un fenomeno italiano? No, non soltanto. Le librerie indipendenti in Gran Bretagna sono draticamente diminuite e negli USA formano il 15% scarso del mercato librario. Appunto, il capitalismo teoricamente funziona (come il comunismo, detto per inciso), ma nella realtà il rischio per i lettori meno autodiretti è quello di trovare in libreria - o nella sua imitazione pacchiana, la Feltrinelli-Village - innumerevoli variazioni del tipo A.
Il che è, credo, prima di tutto un problema civile del quale dovrebbe preoccuparsi anche il potere politico.

maxciti ha detto...

Precisazione un po' ovvia.
Le librerie non vivono soltanto di Mieville nel senso di libri di tipo D, ovvero libri per un pubblico intellettualmente vivace e aperto. Il meccanismo che è saltato e che una volta permetteva ai librai di vivere decentemente è la possibilità di disporre in esclusiva di un polmone economico - il tipo A o C - che permettesse di ospitare a lungo in libreria anche il tipo D o simili, ovvero i libri «a bassa rotazione». Per questo, e anche per una pluralità di motivi ai quali, nel caso dedicherò un altro intervento, adesso questa possibilità è venuta meno e i libri scompaiono dalla libreria prima che i lettori abbiano la possibilità di incontrarli...