10.4.15

Dimenticami, trovami, sognami

Andrea Viscusi con l'editore, Giorgio Raffaelli

Parlare di un libro che ho già abbondantemente sentito lodare da persone note e stimate non è facile. Oltretutto pubblicato da un editore - Giorgio Raffaelli di Zona42 - col quale ho rapporti di amicizia. Certo, si tratta di rapporti di amicizia on line (ci siamo incontrati una [1] volta di persona) ma non per questo meno sinceri. Quanto all'autore, Andrea Viscusi, lo conosco nel senso che ho il suo blog nel mio blogroll ma nulla più di questo, a parte, forse, un paio di interventi nei reciproci blog. 
Non è facile, dicevo, parlarne. Parlarne positivamente dà la sensazione che abbia letto frettolosamente e ne parli tanto per unirmi al coro, parlarne negativamente può dare, viceversa, l'impressione di volermi distinguere dal popolino che non possiede la mia raffinata sensibilità. 
Proviamo a fare un passo indietro e fare come sembra debbano fare i recensori. 
Il romanzo è di fantascienza, pubblicato nel 2014. L'autore ha ventinove anni, ha già pubblicato un antologia Spore, apparsa presso la Factory Editoriale I Sognatori nel 2013. Il romanzo conta 228 pagine, è aperto da una prefazione scritta da Elvezio Sciallis, ed è suddiviso in tre parti, ognuna battezzata con i tre verbi che formano il titolo del romanzo. 
Dimenticami è la cronaca della spedizione di un onironauta, Dorian Berti, delle sue iniziali perplessità verso una forma "virtuale" di viaggio nello spazio, delle difficoltà che tale missione crea nel suo rapporto di coppia e con i genitori fino alla partenza e al ritorno, sui quali non mi dilungherò per ovvi motivi.
Trovami è il racconto di una relazione terapeutica tra un paziente, Mose Astori, e il suo psichiatria, il dott. Ezio (o Augusto o Oetzi) Novembre. La sezione è costituita dalle registrazioni trascritte dei loro incontri e di frammenti tratti dal diario personale di Mose (senza accento). 
Al centro dell'incontro/scontro tra Astori e Novembre una curiosa teoria sostenuta da Mose centrata sulla retcon, ovvero sulla "revisione" della realtà compiuta quotidiamente dal pensiero degli esseri umani che ogni giorno "ricostruisce" la realtà e il suo ricordo con la semplice attività di pensare. Sono solo i sogni a "restituirci" le realtà ogni giorno via via perdute. E procedendo "in senso inverso" è possibile giungere a ipotizzare un'intelletto iniziale, una Intelligenza Primeva che per prima ha immaginato il mondo. 
La terza parte, Sognami, è affidata al dott. Novembre e alla ragazza che ha condiviso la preparazione alla spedizione: Simona. Dal loro incontro è possibile ricostruire attraverso sogni via via più nitidi e guidati la vicenda di Dorian, per «rimettere insieme i pezzi di una storia che forse, in questo universo, non è mai avvenuta». 
...
L'ultimo P.K.Dick, quello di Valis, ma anche quello di Ubiq, lo Stanislav Lem di Solaris, il Cordwainer Smith della Ballata di C'Mel perduta o il George Orr de La Falce dei Cieli di U.K.LeGuin: questi i nomi che mi sono venuti in mente durante la lettura, insomma, una serie di riferimenti tutt'altro che banali. 
Volendo essere necessariamente sommari - questa è una recensione, non una tesi - possiamo affermare che al centro di Valis come del libro di Viscusi, vi è il problema irrisolto dell'Ontologia dell'Universo. E c'è una tendenza fortemente mistica (non religiosa o irrazionale) a rendere il problema in forma di materiale narrativo. 
Non sono abituato a misurare la fantascienza italiana utilizzando tali riferimenti. La sf italiana, soprattutto in questi ultimi anni, ha abbandonato la tradizione di autori come Curtoni o Catani, scegliendo di non interrogarsi su temi come la presenza dell'umanità nel cosmo, la deformazione della percezione del passato, il nostro dasein come essere-nel-tempo, in sostanza, privilegiando semplici vicende nate da suggestioni cinematografiche e che hanno compiuto il miracolo di mettere ancora più in crisi la sf italiana. Aver scelto di pubblicare un libro con tali intenzioni - sia dell'autore che dell'editore - è quantomeno un tentativo notevole, che merita l'attenzione dei lettori e non soltanto di sf.
Ma, venendo agli aspetti meno convincenti del romanzo, è la misura limitata della sua vicenda a sollevare qualche dubbio. Non che il libro di Viscusi avrebbe dovuto prendere l'aspetto di una trilogia alla Valis, intendiamoci, ma vi è una frattura inevitabile tra un insieme di riferimenti ontologici - l'origine dell'Universo, la percezione umana (conscia, inconscia e onirica), la banale condotta abituale e l'universo interminabile annidato nei nostri sogni - e l'ovvietà di un mondo quotidiano del tutto normale, quasi ovvio nella quieta pace della provincia. Il lettore - o meglio, questo lettore - probabilmente si è abituato alla dis-misura tipica di Dick, al suo creare un universo compiutamente incerto e insicuro, nel quale i personaggi anche assolutamente provinciali, banali, ovvi, si rendono oscuramente conto di una frattura, di un'anomalia che noi lettori possiamo (forse) cercare di cogliere leggendo. In DTS questo insieme sottilmente opprimente è soltanto accennato, suggerito ma non completamente agito. Viscusi si è calato nei panni di un buon apprendista stregone, in sostanza, ed ha assalito la fortezza dell'Incubo ma penetrando soltanto nel primo cortile. Chapeau!, intendiamoci, non mi sogno nemmeno vagamente di chiedere a un autore giovane di fare il Dick o la LeGuin della situazione, ma non posso nascondere un minimo di delusione, magari soltanto personale.
Inevitabile notare, comunque, quanto da autore italiano Viscusi sia riluttante a inserire temi e suggestioni «scientifiche» all'interno del proprio testo, quasi a confermare una tendenza ormai consolidata nella tradizione fantascientifica italiana. Non voglio fare il professore di nessuno, sia chiaro, ma qualche elemento in più di neurofisiologia dei sogni e del sonno sarebbe stata un'ottima scelta sia per l'autore che per la vicenda. 
Sarà per la prossima volta. 
Il romanzo è ben condotto, in ogni caso, e si lascia leggere con interesse e in qualche passaggio con piacere, sia pure scontando un minimo di caduta di tensione nella seconda parte. Quanto ai personaggi sono efficaci nel rappresentare i temi proposti, anche se risultano giocoforza "ridotti" in rapporto al tema affrontato. 
In conclusione, tuttavia, non posso che consigliare la lettura di DTS, un buon inizio per un giovane autore e finalmente un libro che si muove nella scia di altri autori e non dei soggetti dell'industria cinematografica americana. Un primo passo per ricreare una buona narrativa fantastica italiana, una scommessa che merita fare.  

   

23 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Una recensione molto lucida ed approfondita in cui scrivi sia le cose che ti sono piaciute sia quelle che ti hanno convinto di meno. Personalmente comunque sono convinto che Andrea Viscusi sarà uno di quegli scrittori che nei prossimi anni darà tante soddisfazioni a noi lettori.

Massimo Citi ha detto...

@Nick: ne sono convinto anch'io. Le "basi" ci sono ;)

Paolo ha detto...

Massimo, temo che la tua recensione, per quanto "partecipe", mi abbia fatto passare definitivamente la voglia di leggere questa che, già dalla anteprima disponibile su Amazon, temevo fosse un'opera velleitaria e immatura come tante altre. Scritta meglio, magari. Più consapevole, forse. Ma già dalla prima istanza del termine "onironauta" mi si è storta la bocca. Purtroppo ho constatato che le mie impressioni, basata sulle prime venti o trenta pagine, raramente vengono smentite dal seguito.

Tu citi Lem, un Grande, e diversi altri autori che conosco poco e, nonostante il battage pubblicitario di Curtoni nella sua gloriosa rivista, non sono mai riuscito a digerire. Come sai i miei riferimenti sono un po' diversi, e sono letterari solo in misura minoritaria. In quello che sto cercando di scrivere c'è Clarke, c'è Lovecraft, c'è Whyndham, c'è qualcosa di autori più moderni, ma poi c'è John Keegan, lo storico militare che racconta il volto della battaglia. C'è Gene Kranz, il direttore di volo dell'Apollo 13, che senza farlo pesare sviluppa un lucidissimo discorso sulla competenza e la responsabilità individuale e collettiva. C'è James R. Hansen che racconta la vita di Neil Armstrong da molteplici punti di vista. E c'è la mia esperienza pluriennale in una organizzazione come IBM, le cui idiosincrasie istituzionali anticipano un futuro che non è distopico, ma certo piuttosto problematico dal punto di vista della libertà individuale.

Ciò che mi lascia perplesso dei giovani autori come Viscusi, e che vedo nitidamente espresso nei vari gruppi di FB, è la tendenza a scrivere fantascienza partendo da altra fantascienza, in un loop che diventa infinito.

Così assistiamo all'avanzata di una folla di autori, ognuno con il proprio romanzo che spiega il destino dell'Universo, ognuno che sogna di vendere un milione di copie come Snoopy (o Andy Weir). Nessuno che ricordi, per fare un esempio, che un artigiano come Murray Leinster ha venduto davvero milioni di copie, e come ha fatto? Con un solidissimo mestiere che rimetteva al mondo anche trame tutt'altro che originali.

Talvolta cito un gruppo di jazz-rock come i Soft Machine, dicendo che suonavano diversi da qualunque cosa si fosse sentita prima, e anche dopo. Ecco, a me piacerebbe leggere qualcosa del genere nell'ambito della hard science fiction. Ma una storia basata in parte sui diari di una psicoterapia e con i limiti a cui accennato... No, grazie, piuttosto rileggo un'altra volta "Alle Montagne delle Follia" e poi scrivo un saggio sulla razionalità di Lovecraft.

P.S. "I Nostri Diritti", tuttora incompleto, tratta ANCHE di "temi come la presenza dell'umanità nel cosmo, la deformazione della percezione del passato" e altre cosucce del genere :-)

Paolo ha detto...

In uno spettacolare sfoggio di coerenza fra la notte prima e il mattino dopo, ho appena scaricato il romanzo completo da Amazon. Dopo essermi riletto mi rimordeva un poco la coscienza.

Adesso che ho dato il mio obolo, posso parlarne male a ragion veduta.

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: tu tocchi un tema davvero interessante che mi ha ricordato la Fondazione Asimoviana. Mi spiego: gli storici prima della Fondazione si limitavano a basarsi sui libri precedenti, col risultato che i libri nati dal loro lavoro erano irrimediabilmente "vecchi" ancor prima di essere stati pubblicati. È ragionevole valutare così anche in narrativa? Sinceramente non credo. Tutti coloro che scrivono hanno letto e inconsciamente si basano su uno strat - parola che viene da Barrington Bailey, un buon esempio di autore davvero originalissimo - di suggestioni esistenti e sulle quali i lettori possono costruire la loro personale visione del romanzo. Puoi dirmi che i riferimenti di Viscusi ti sono estranei, e questo mi sembra perfettamente lecito, ma non credo sia sufficiente per scartare il romanzo. I riferimenti di Viscusi possono sembrare talvolta poco originali - impressione che talvolta ho avuto - o rischiare troppo poco nell'invenzione personale, senza allontanarsi dalle acque nelle quali ha nuotato P.K. Dick, ma in definitiva credo che si tratti di un discreto tentativo. La controprova verrà probabilmente con il romanzo successivo. Se Viscusi uscirà dalle acque del porto oppure no. Comunque hai fatto molto bene ad acquistarlo, è un romanzo che è necessario leggere per intero.

Paolo ha detto...

Grazie, Massimo, per la risposta fin troppo diplomatica ad un intervento che riletto alla luce del giorno mi appare decisamente astioso (e tieni conto che, adesso che ho sul Kindle il romanzo completo, il mio giudizio tende a peggiorare). Come avrai anche notato nella nostra conversazione a tre su FB (c'era anche Vincent Spasaro) al momento ho qualche problema a esprimere giudizi sereni, dovuto forse alla tensione fra il lavoro su "Interferenza", davvero molto impegnativo, in cui però mi sembra di aver trovato un mio registro originale (anche se la trama non ha pretese di originalità, come vedrai) e le varie suggestioni che vengono dall'esterno.

Probabilmente facevo meglio a rinviare la lettura del romanzo di Viscusi alla fase di "decantazione" che faccio seguire al completamento della prima versione.

E poi, seriamente, mi rendo conto che la mia esperienza all'IBM, oltretutto cominciata con la definizione del progetto RHCA (giorni di tuono!) mi ha segnato più di quanto pensassi.

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: nessun problema, figurati. Io ho letto il romanzo fino alla fine della seconda parte, decidendo che non meritava assolutamente finirlo. Non solo, con una certa carica polemica nei confronti dell'autore e dell'editore che conosco e stimo. In ogni caso avevo deciso di non recensirlo.
Poi ho parlato con un paio di lettori più o meno soddisfatti del romanzo che mi hanno convinto a terminarlo, cosa che ho fatto diverrsi giorni dopo.
Ho alcune perplessità sul testo e spero siano emerse nella recensione ma in linea di massima mi sono sentito di promuoverlo a fine recensione, anche per la giovane età dell'autore e per il coraggio dimostrato da autore ed editore nel pubblicare un libro comunque diverso dalla media dei racconti italiani di sf.
Non farti fretta e leggilo con calma. E soprattutto non sentirti in colpa.

Paolo ha detto...

Beh Massimo, se mi dici che avevi deciso di non finirlo e non recensirlo, di certo non mi sento più in colpa a rimandare la lettura a giorni migliori per salute e concentrazione.

Però mi domando: quanti dei lettori appassionati e soddisfatti che fanno parte dei gruppi ben noti su FB sono REALMENTE contenti dei libri che stanno leggendo?

Mi spiego. Se leggo "Il Sole Nudo", "Incontro con Rama" oppure "Fanteria dello Spazio" (e ho citato volutamente un romanzo molto valido, un capolavoro indiscusso del genere e un romanzo controverso che a me non piace affatto) arrivo all'ultima pagina con una sensazione di appagamento, anche se non accompagnata da altre sensazioni identiche nei vari casi. Ma se so che dopo il primo "Dune" ce ne sono altri cinque (solo?), che per entrare nella saga di Hyperion devi prepararti a leggere quattro grossi tomi, e che ormai tutto funziona così, fino al tragicomico caso del ciclo degli Chtorr per cui l'autore (ho letto) ha chiesto una colletta per aiutarlo a finirlo... Insomma, vengono dei dubbi. Letteratura o tossicodipendenza? Mi rivedo mentre giungo faticosamente ad un terzo di "The Dome" e mi domando: "vabbé, sei Stephen King e potresti scrivere anche l'elenco telefonico, ma si può sapere dove vuoi andare a parare?"

Scusami se cito sempre Clarke, ma pensa a "La città e le stelle": meno di trecento pagine, anche nella traduzione di Malaguti. Un autore di oggi farebbe una trilogia di millecinquecento pagine, e già vedo i titoli: "Diaspar", "Lys", "I Pianeti della Luce Eterna."

Forse è perché sto scrivendo un racconto lungo e un romanzo breve, allineando puntigliosamente eventi e personaggi, e già mi sembra di scrivere l'Odissea (ci sono ben 21 personaggi, più il Misterioso Visitatore Galattico :-) ).

Andrea Viscusi ha detto...

salve a tutti, google alert ha fatto cilecca e non mi aveva segnalato questa discussione.

ringrazio intanto per la lettura e il commento, e sono sincero, sono contento che vengano espressi alcuni dubbi, che saranno sicuramente da stimolo per mettere a punto i prossimi lavori. non mi metto a rispondere punto per punto, potrebbe esserci spazio per aprire una discussione più ampia ma preferisco rimandarla ad altre occasioni in cui si chiacchiera meglio (di persona, chissà se capiterà mai?). rimane il fatto che se il lettore non riesce a seguire o recepire le intenzioni dell'autore qualche problema di comunicazione c'è stato, quindi è bene prendere provvedimenti.

mi preme solo evidenziare che il fatto che questo libro non contenga speculazioni tecnologico/scientifiche di alto livello non è per mancanza di interesse o capacità, ma per una precisa scelta di indirizzamento. per quanto possa parlare a nome loro, credo che sia anche nelle corde di Zona42 proporre testi di fantascienza che tuttavia non siano troppo "rigidi" e riescano a raccogliere un pubblico più ampio.

in effetti questo trattare temi di questo tipo è stato abbastanza nuovo anche per me, in genere mi muovo sempre nell'ambito della sf più "dura". non voglio fare una promozione subdola, ma ad esempio anche in "Spore" molti racconti sono più prettamente hard sf. questo per dire l'"immaturità" si nota è probabilmente dovuto anche a questo.


grazie ancora per la lettura le osservazioni!

Massimo Citi ha detto...

@Andrea: benvenuto, innanzitutto. Ho promosso per quanto era nelle mie possibilità la recensione ma la sf ha sempre uno spazio ridotto, anche on line. Mi rendo conto, comunque, che un romanzo che si rivolge a un pubblico indistinto deve cercare di tenersi su un piano maggiormente comprensibile senza tagliar fuori nessuno. Ma, d'altro canto, una delle funzioni della sf è anche quella di avvicinare i lettori alla cultura scientifica. In questo senso ricordo articoli usciti di recente su Le Scienze e altre letture fatte nel corso degli ultimi due anni che toccavano il tema del sogno e che, come spiegavo, speravo (immotivatamente) di vedere toccati in un romanzo come il tuo. Ma ovviamente non eri minimamente tenuto a toccarli e se ci sono rimasto male è soltanto colpa mia. Sono comunque incuriosito dal tuo "Spore" che mi sono procurato. Se ne rimarrò colpito ne parlerò su queste pagine o su http://librinuovi.net/
Preciso soltanto che la maturità in campo letterario è il famoso miraggio che per quanto si cammini non si raggiunge mai. L'importante - e parlo innanzitutto per me - è cercare di crescere.

Paolo ha detto...

Ciao Andrea, innanzitutto mi scuso per il tono del mio primo intervento, scritto ad un'ora troppo tardi per esprimere un giudizio sereno.

Detto questo, non posso nascondere che il tuo romanzo è stato una delusione fin dalle prime pagine, e che difficilmente troverò la forza di leggerlo tutto. Volevo parlarne con calma su RdF, ma probabilmente avrei suscitato un vespaio eccessivo.

Parte della delusione è dovuta al fatto che mi piacerebbe leggere della vera hard SF italiana, e alla sconcertante constatazione che, non trovandola, mi sono imbarcato nell'ingrata e improbabile missione di scriverla io...

Io sono stufo, non so se si è capito, della categoria "fantascienza italiana", assunta come sconsolata e deprimente rappresentazione di piccole storie di alienazione, orrori condominiali, catastrofi cosmiche all'ufficio postale dietro l'angolo, eccetera eccetera. Storie in cui esiste sempre un'Organizzazione oppressiva che schiaccia l'Individuo, il quale è talmente lucido da raccontare il suo strazio al presente e in diretta, ma per il resto non ha idea di quello che succede né di come uscirne.
Ecco, sono ricaduto nel mio solito sfogo delle due di notte, dopo una giornata passare a rifinire un racconto che Massimo troverà troppo lungo e troppo poco originale (però è scritto benino, anche se me lo dico da me).

Chiedo scusa a tutti e due. Ci risentiremo forse in momenti migliori.

"Lo spazio non è infinito, e il tempo è solo un sogno". Forse, Andrea, in fondo non hai tutti i torti.




Andrea Viscusi ha detto...

@Max: spero che Spore (scusa l'allitterazione) riesca a compensare quello che ti è mancato in questo libro... se non sarà così pazienza, vuol dire che forse non siamo esattamente in sintonia e invece di fantascienza parleremo di cucina! ;)


@Paolo: tranquillo non devi scusarti di niente, figuriamoci! mi dispiace che tu non ti senta incoraggiato a proseguire la lettura. in parte condivido le tue osservazioni sulla sf italiana, e per quanto io posso valutare obiettivamente una mia opera credo che si discosti abbastanza dal tipo di storia "provinciale" che citi... ma se non ti prende non ti obbligo certo ad andare avanti. comunque nessun problema se vuoi parlarne su fb, non credo di avere una scuderia di sostenitori così agguerrita (sono pur sempre l'ultimo arrivato...), ma il confronto con gli altri lettori magari ti aiuterà a capire perché altri si sono ritenuti soddisfatti.

Paolo ha detto...

Andrea, ti ringrazio per le tue parole gentili. Ho meno esperienza editoriale di te (sono stato un autore esordiente alla bella età di 54 anni, pensa un po') e non credo che reagirei con altrettanto aplomb a delle critiche così dirette. Quando ho letto che qualcuno considerava il mio secondo racconto pubblicato "horror" e "fantasy" sono quasi caduto dalla sedia... E' un omaggio ad Arthur C. Clarke fin dal titolo, ed è basato sulla mia vita professionale in IBM.

Mi sembra il minimo prometterti che leggerò "Dimenticami..." appena mi sarò un po' staccato dal racconto che sto scrivendo per la prossima antologia di Massimo.

Ho accennato al mio lavoro all'IBM negli ultimi anni. Il respiro della grande organizzazione è forse una delle cose che più sento mancare nel tuo romanzo (a meno che il progetto a cui partecipa Dorian non sia una iniziativa semiclandestina: non ho letto abbastanza).

Poi c'è la forma. Che cosa avete tutti quanti contro l'uso del passato? Non ho nulla in contrario all'uso del presente in prima persona, è la classica forma del diario. Lovecraft ha scritto pagine memorabili in quella forma ("L'abitatore del buio"). Ma il presento indicativo in terza persona lo trovo insopportabile oltre le dieci righe, e quello in seconda persona, poi, è una roba dadaista che dovrebbe essere vietata dalla EU (per una volta l'europarlamento farebbe qualcosa di utile). Io ho passato alcuni dei migliori anni della mia vita a incazzarmi per quello che Curtoni sceglieva di pubblicare su Robot, quindi è un disgusto che viene da lontano.

So che a Massimo fischiano le orecchie, ma non gli ho mai perdonato, e non mi sono mai perdonato, di essermi fatto convincere a riscrivere "F come Frankenstein" in terza persona, perché lui sosteneva che la forma originale avrebbe confuso il lettore...

Buona serata a tutti :-)

Massimo Citi ha detto...

@Andrea: La sintonia credo si possa trovare senza eccessive difficoltà. Certamente anche lo strumento scelto, in questo caso un blog, comporta qualche distorsione, equivoco o incomprensione, ma nulla che non si possa superare. Non sono fissato come temo di essere apparso e leggerò con piacere la tua prova precedente. In ogni caso sono ben contento di aver conosciuto - letterariamente e non solo - un autore anagraficamente molto più giovane di me. C'è comunque sempre qualcosa da imparare, anche nei panni del recensore.

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: sono un piccolo chiarimento: amo e apprezzo l'uso della prima persona dell'indicativo presente e non ho nulla in contrario nel suo utilizzo. Dopodiché non penso che esistano forme verbali in qualche modo "maledette", ho utilizzato la terza persona all'indicativo presente e almeno in un racconto la seconda persona. "Ahi, prave genti".... Il problema che hai peraltro da te felicemente risolto - e utilizzare la terza persona era UNA delle soluzioni possibili - era solamente di scarsa chiarezza nelle persone che si trovavano a utilizzare la prima persona. Non si può scrivere un brano nel quale la prima persona salta - senza avvisi visibili - da un persona all'altra. Si rischiava di far saltare i nervi al lettore ;)

Paolo ha detto...

Ma non era la prima persona a saltare da un narratore all'altro! Era un passaggio da una terza persona apparentemente oggettiva - in cui, come ho spiegato molte volte, la narratrice ricostruisce fatti a cui non ha assistito di persona usando però la testimonianza di Paolo e, si intuisce, di altre persone fra cui la sorella di Paolo - alla vera prima persona, Giuliana, che racconta appunto in prima persona i dialoghi con Paolo...

"Il vecchio cellulare di Paolo aveva resistito alla caduta meglio della sua testa. Fu con quello che mi telefonò la domenica mattina. La cosa mi lasciò interdetta, perché non lo sentivo da quasi un anno e, ad essere sinceri, non ci eravamo lasciati molto bene... per motivi su cui ora non vorrei dilungarmi. Ma non ne fece il minimo accenno: come ai vecchi tempi, mi chiese semplicemente se potevo occuparmi delle sue gatte per qualche giorno, magari alternandomi con sua sorella.
"Sembrava tutto molto strano. Con qualche incertezza telefonai a Cinzia: non sentivo nemmeno lei da parecchio tempo. Mi confermò che il fratello era rimasto vittima di uno strano incidente dopo essere stato chiamato in ufficio la notte fra venerdì e sabato. Non era grave, ma sembrava avere dimenticato che cosa fosse successo."

"F come Frankenstein" Vers. 2.4.

Il risultato, che ora mi irrita quando lo rileggo, è che le impressioni di Paolo sono descritte nella prima parte,
ma nella seconda è solo Giuliana che pensa e descrive i suoi pensieri, sebbene la narrazione sembri avere lo stesso punto di vista oggettivo per tutto il racconto.

Massimo Citi ha detto...

@Paolo: è possibile che non ricordi troppo bene tutta la storia, abbi pazienza. Ovviamente l'intervento mio e di Silvia mirava unicamente a rendere il testo meglio leggibile e più godibile. Se non ci siamo riusciti, beh, peggio per noi, potrai sempre ripubblicare il testo nella forma che preferisci: noi non abbiamo posto alcun tipo di esclusiva. Tieni comunque conto che nella letteratura di genere spesso la forma di un testo è come l'arbitro nel calcio: non si deve vedere né ricordare. Il testo che stai scrivendo, comunque, non avrà di questi problemi.
Ricordati comunque che, come in una vecchia canzone del Banco, noi siamo in due, tu sei da solo... argh, argh (risata agghiacciante)

Paolo ha detto...

Riportare "F come Frankenstein" alla sua purezza primigenia è uno dei miei numerosi progetti.

Mentre la scelta di non scrivere mai più un racconto del genere è un proposito, anzi un voto, che si aggiunge ad altri che non ho mai infranto (MAI comprare un album dei Rolling Stones e MAI comprare un prodotto Apple).

Sulla forma del testo taccio perché queste discussioni cominciano a somigliare a quelle fra Stanley Kubrick e il direttore della fotografia in "Barry Lyndon".

Ah, voi siete in due? Massimo, non allargarti. Ricordi cosa diceva l'ispettore Callaghan? "Siamo in tre: io, Smith e Wessson". :-)

Ciao, alla prossima.

Anonimo ha detto...

Ho commentato su altri blog però sembra esserci un problema tecnico. Riprovo qui dove sembra esserci un'opinione più ponderata e razionale. Dimenticami Trovami Sognami (per piacere cambiate titolo) è un romanzo interessante ma da sei meno. Insufficiente nelle caratterizzazioni dei personaggi (inesistenti e/o steoreotipati, al confine con la soap opera o con i cartoni animati, prendi il saccente inserito furbescamente per spiegare al lettore cose che invece uno scrittore americano avrebbe mostrato). Nello svolgimento dell'idea (falle logiche e contraddizioni significative). La parte seconda è un insopportabile spiegone. Lato scientifico non approfondito, lato fantascientifico non pervenuto. Non è fantascienza ma un saggio di filosofia vecchia di millenni che l'autore ha mescolato con impressiondi lette in giro e al quale ha messo il bollino retcon. Il solo motivo che giustifica gli entusiasmi e le recensioni che non entrano mai nel dettaglio è che illude il lettore di essere il superuomo di Nietzsche e allora si chiude un occhio. Non permette di capire l'intero meccanismo. Vorrei proporre all''autore di recensirsi valutandosi con lo stesso metro di perfezione con cui misura i libri altrui, perché è curioso che gli stessi errori che appunta ad autori dalla penna più matura della sua siano riprodotti nel suo romanzo. Non voglio dire che abbia scritto male, dico che bisogna leggerlo con occhio critico per quello che è. L'opera prima di un esordiente che ha ancora da migliorare. Confortante nel panorama italiano ma non da gridare al genio. Mi auguro di non essere stato maleducato, ho detto cosa penso.

Anonimo ha detto...

Walter

Massimo Citi ha detto...

@Walter: ho la netta sensazione che le tue osservazioni siano indirizzate direttamente all'autore più che a questo recensore. Nulla di male, mi auguro che Andrea Viscusi abbia l'occasione per passare da queste parti. Per quanto mi riguarda mi limito a far osservare che quanto avevo da dire in proposito l'ho scritto in questa recensione. Le considerazioni da te svolte hanno una loro motivazione anche se, sinceramente, non capisco il tono leggermente piccato con il quale vengono pronunciate, come se qualcuno ti avesse contraddetto in anticipo. Hai comunque indubbiamente ragione sul sottolineare l'utilità di non gridare al genio. Si tratta di un primo passo oltre il quale può esserci il nulla o la conferma di un buon talento. In ogni caso è bene utilizzare diversi punti di vista nel valutare un giovane autore in rapporto ai massimi della letteratura, soprattutto se, come Viscusi, ha obiettivi molto ambiziosi.

Anonimo ha detto...

@Massimo Citi: chiedo scusa per la poca chiarezza. Avevo tentato di commentare su altri blog, Nocturnia e Leggivendola, ma il mio commento spariva subito e non capivo se fosse per motivi tecnici o per la criticità del mio commento. Il commento non era diretto a te. Sei il solo recensore che abbia accennato alle mancanze del romanzo. Ciò nonostante hai dovuto quasi scusarti nella premessa per non essere in linea con chi lo lodava. Anche altrove ho letto una critica di un altro commentatore la quale è stata scritta con ironia forse per non ferire l'autore, ma così non lo si aiuta. C'è la sensazione che abbiano chiuso un occhio per l'italicità dell'autore e la sua età giovane (ma ha 30 anni non 16). L'idea fa sentire onnipotenti, ma è concentrata in un insopportabile spiegone da saggio filosofico. Avendo, come sottolinei, obiettivi ambiziosi, mi aspettavo un romanzo all'altezza, invece i personaggi sono insufficienti e descritti male, l'idea ha delle falle logiche, nessuna giustificazione scientifica (chiedo sempre scusa all'autore ma non può assolversi per l'assenza di spiegazioni scientifiche menzionando scelte dell'editore. L'autore è lui e non si pubblica senza la sua approvazione e nel catalogo di Zona 42 ci sono romanzi con un lato fantascientifico hard curato! Lato fantascientifico che lui afferma di avere curato nei racconti ma leggendoli ho visto la stessa pressapochezza)e la storia è eccessivamente corta. All'autore auguro di tenere da conto più le critiche che le lodi e di non correre a pubblicare perché le basi ci sono ma necessita di riflettere molto.
Walter

Massimo Citi ha detto...

@Walter: io ho all'incirca il doppio degli anni di Viscusi e un tempo mi scaldavo molto davanti a quelli che mi apparivano come autori ingiustificatamente pompati dall'editore. Ne dicevo e ne scrivevo tutto il male possibile, poi, col tempo, ho finito nell'inserire nella mia visione anche il quadro generale, l'autore in quanto persona, le circostanze della pubblicazione, la presenza di un mercato vivace e capace di distinguere i bidoni dai buoni libri. Il risultato è che scrivo recensioni più attente - anche se, in definitiva, non più buone - particolarmente nei confronti degli autori italiani di sf, gente che, come immaginerai, non vive del proprio lavoro. Ho così imparato a cogliere non solo il risultato finale ma anche l'intenzione, il desiderio, lo scopo. So benissimo che di buone intenzioni è lastricato l'inferno, ma so anche che «distinguere il grano dal loglio» è una caratteristica dei recensori.
In un certo senso abbiamo letto libri diversi, tu un libro intitolato RTS di un editore di SF che hai giudicato insufficiente - e le tue critiche sono in larga parte fondate -, io un libro incompleto, difettoso e discutibile ma anche un libro di desideri sia di Viscusi che dell'editore. Possibile che io mi sia sbagliato, il prossimo libro ci dirà qualcosa di più. Grazie dell'intervento, comunque prezioso.
Ultimissima cosa, credo che il tono del tuo primo intervento abbia creato nel gestore del blog il dubbio di avere a che fare con un troll. Che io sappia né Nick di Nocturnia né la Leggivendola sono al soldo di Giorgio Raffaelli :)