2.10.10

I tempi, le persone


Titolo curioso, ma che non ha nulla a che fare con la realtà quanto piuttosto con ciò che reale non è: la narrazione.
Non è un'aggiunta al quasi-manuale di scrittura creativa pubblicato in queste pagine, ma semplicemente una riflessione ad alta voce che probabilmente non aggiunge nulla a tutto ciò che chi scrive sa già a menadito ma che, nel mio caso, può risultare proficuo.
Piccolissima digressione. Come probabilmente sapete se seguite queste pagine, io scrivo. Per nulla e per nessuno o quasi. Ciononostante chiacchiero dello scrivere, essenzialmente per troppo amore per un mestiere che nella vita non mi è riuscito di fare. Perché è bello parlare di scrittura e di fantasia non tanto per tirarsela (che di cosa mai vorrai poi tirartela tu?) quanto per individuare un nuovo e diverso punto di vista che regali un piccolo brivido e un sottile desiderio davanti a un monitor vuoto con il cursore fermo in alto a sinistra.
Questo chiarito, posso passare al tema. I tempi e le persone.
Circa un anno fa, in vacanza al mare, avevo deciso che dovevo raggiungere una sorta di equilibrio nel mio rapporto con la scrittura. Dopo un ictus - fortunatamente abbastanza leggero - non ero più riuscito a infilare due parole scritte una dietro l'altra. Avevo terminato quasi per inerzia un paio di racconti a suo tempo promessi per una piccola pubblicazione e poi basta. Qualche articolo, questo blog e nulla di più. Ma ricordavo perfettamente come riuscivo a scrivere prima. Nulla di strepitoso, ma qualcosa di vivo e vivace, una discreta possibilità di comunicare e divertire. Nulla in comune alla lentezza balbettante nella quale avevo la sensazione di sguazzare. Per scrivere tre righe una mezz'ora. O anche un'ora o due se mi lasciavo distrarre da un articolo o da qualsiasi altra cosa in internet. Al mare non avevo internet, quindi era il momento giusto.
Scrissi tre o quattro paginette di una storiellina -un po' sfiatata, ma la qualità non mi preoccupava - con per protagonisti tre musicanti e un nobiluomo. Doveva essere divertente, avevo deciso. Spostai i soggetti nello spazio profondo, in un futuro parecchio lontano. Inventai un pianeta leggermente deprimente con un paio di soli (perché soltanto uno?), misi i musicisti a tentare la fortuna suonando per gli indigeni - dei quali faceva parte anche il nobiluomo - gente un po' troppo fissata con la guerra, tanto da campare affittando mercenari per ogni guerricciola che avvenisse nella galassia.
Immaginai una storiellina di venti o trenta pagine, basata sulla mia personale esperienza come musicante ingaggiato in piccoli concerti scalcinati, a suonare per pubblici quantomeno disinteressati.
Tornato a casa continuai la storia. Non era troppo facile ma non mollai. Cominciai a immaginare che gli indigeni, tutti dello stesso sesso, avessero una società simile a quella delle formiche, ovvero una società in qualche modo «naturale» nella quale i ruoli sociali fossero altamente prevedibili da un punto di vista biologico. Continuai a scrivere in uno stile nato per una storia allegrotta. Con qualche situazione buffa, qualche «spassoso» commento tra sè del protagonista al quale era affidato l'unico punto di vista, quello dell'io narrante. Ad aumentare il grado di parzialità del suo punto di vista scelsi il presente come tempo della vicenda. Ma non mi negai la possibilità di inserire qualche sapido commento in veste di narratore onnisciente.
Bene.
Giunto intorno a pagina 20 avevo una voglia spasmodica di bruciare tutto.
Non c'era nulla che andasse come doveva.
Avevo cominciato a far girare i protagonisti per il loro mondo narrativamente nuovo di zecca e il punto di vista continuava a scivolarmi via. Da una prima persona («io guardo") a un indiretto libero volto al passato («Loro guardarono»). E la vicenda si stava maledettamente complicando, tanto da richiedere più pagine.
I tempi e le persone mi stavano sfuggendo di mano.
Non basta.
Per una sorta di perfido contrappasso il nobiluomo aveva qualcosa di buzzatiano, modi curiosamente rarefatti, una residenza a metà tra il castello di Dracula e una caserma dell'imperial-regio esercito austroungarico. C'erano i treni... treni... Ma chi ha mai messo dei treni in un romanzo di sf? La lingua dei miei alieni poi era diventata una fissazione. Da sempre in un romanzo di sf si tira via quando si tratta di mettere in contatto un alieno e un umano o due alieni. Si inventa a bella posta un traduttore universale - del quale il pesce babele di Douglas Adams da infilare in un orecchio è un efficacissima e geniale parodia - e via, tutti si capiscono come nemmeno all'ONU.
Se uno prova a immaginare che il possesso di questo genere di arnesi sia un po' meno diffuso o che non proprio tutti ne abbiano uno - anche semplicemente perché gli umani sono talmente presenti e attivi che ritengono che, come gli americani, siano sempre GLI ALTRI a dover sapere la loro lingua - ecco che si crea un problema della lingua. E una lingua aliena, anche parlata da una specie grossomodo umanoide, quali regole avrà? Come funzionerà? Quale grammatica avrà?
Qual è in media il comportamento della gente nel rapporto con una lingua straniera? Uno che la sa perfettamente è molto raro. Una parte della popolazione la sa abbastanza da imbastire un discorso sia pure con qualche inserimento di vocaboli aborigeni, la maggioranza, infine, sa cose come gudmornin', gudnait, okkei, ollrait e baibai.
Quindi un problema linguistico, inserito per rendere più assurdo e spiazzante il rapporto con un'altra razza, finisce col diventare un elemento drammatico di un certo spessore («che cosa diavolo ha detto?»), oltre che suscitare interrogativi non così banali. Qual è il rapporto profondo che ci lega alla nostra lingua? È possibile, putacaso, una cosa come la neolingua di 1984? Si può «inventare» una lingua e quali sono le sue forme di organizzazione? Può esistere «qualcosa» che non riusciamo a definire se non con una complessa metafora ma che in un'altra lingua esiste?
...Mah.
In più in una razza non umana.
...Mumble, mumble.
Una razza dove la stabilità genetica non è un traguardo definito ma una variante determinata da un frammento di DNA esogeno, un virus - detto velocemente - che innesca variazioni fenotipiche e genotipiche profonde. Tanto che i nostri tre si trovano via via a che fare con alieni sempre differenti.
...
Sono a pagina 60 e qualcosa e il romanzo - perché tale in definitiva sta diventando - viaggia abbastanza filato verso... beh, certamente non verso il racconto comico. Sta diventando un complesso - o forse soltanto complicato - enigma bio-linguistico che ho tutti i dubbi del mondo di riuscire a condurre fino in fondo. Ma ci provo.
Il problema linguistico mi angustia, per dire. Rischio di scrivere un quarto del romanzo in una lingua assolutamente inventata. Su questo come su ognuno dei temi citati sono molto bel accetti suggerimenti e consigli, oltre che proposte bibliografiche.
Di (forse) interessante per chi scrive è la genesi della variazione di senso, di lunghezza e di senso che una variazione di persona e di tempi può imporre.
Sono contento, comunque, mi sia venuta voglia di scriverlo, anche senza nessun possibile o probabile sbocco in termini di pubblicazione.
Ma scrivo per amore, in fondo.



5 commenti:

gelostellato ha detto...

e io mi sono letto tutto questo bel post per non avere nemmeno un aiuto, nemmeno bibliografico, da darti?
Uff! :(

Comunque anche io mi ero fissato, millenni orsono, con l'idea di creare nuove lingue.
poi, tempo dopo
mi sono accorto che facevo confusione tra lingua in quanto contenuto e quella in quanto insieme di fonemi eccetere
E pensavo proprio agli alieni
nel senso
mi dicevo
che se io elimino i nostri apparati produttori di suoni ecco che mi trovo di fronte a una lingua che al posto di palatali dentali e via avanti
si esprime con suoni che sono alle nostre orecchie sconosciuti
e quindi
magari
la lingua è anche uguale alla nostra
oca
gatto
bene
e via così
solo che si dice con chissà quali suoni rappresentati con chissà quali simboli.
E poi potrebbe accadere il contrario
ovvero stessi apparati fonetici
ma utilizzo per un contesto alieno e quindi diverso
dove
oca
gatto
bene
si possono dire ma non hanno senso
e insomma
mi hai fatto ricordare tutte queste cose
poi
comunque
la lingua nuova non l'ho inventata :)

Ciao!

maxciti ha detto...

Grazie di cuore per l'intervento.
Non preoccuparti per il mancato aiuto bibliografico, basta e avanza il tuo intervento. Mi hai sollecitato nuove e ulteriori domande. Verissimo, credo, che qualsiasi lingua abbia per prima cosa la necessità di denotare qlcs. Oca, gatto ecc. Ma ogni lingua ha una storia e ciascun termine ha una provenienza, ovvero una filologia e ogni vocabolo ha una radice. Io non so quale radice precisa abbiano i termini di uso più comune (gatto viene da? E Cane? E oca?) ma immagino che ognuno nasca da un dover essere, ovvero da una necessità di denotarlo in rapporto a qualcosa di diverso. Esistono, infatti, termini generali (carnivori, predatori ecc.) all'interno dei quali collocare le voci specifiche come "gatto", "cane", "lupo", "lince" che hanno una loro ben precisa funzione. Per una specie aliena, ma con funzioni cerebrali non troppo diverse dalla nostra, sarà comunque necessario denotare in qualche modo le gestalt, ovvero oggetti-immagine, differenti. Da qui può nascere, immagino, la possibilità di "inventare" una lingua determinandone in forma diversa l'associazione tra oggetto e vocabolo. Quindi "gatto" può rientrare nella categoria "predatore, silenzioso, rapido", una "gattità" della quale possono fare parte sia i gatti che qualsiasi oggetto che abbia funzioni che lo ricordano. Definire alcuni "gruppi denotativi" e svolgerli come lingua può essere un modo per risolvere - ovviamente in forma approssimativa ma tollerabile - il problema di una lingua "aliena". In sostanza non limitarsi a un semplice vocabolo o serie di fonemi con un ben preciso significato ma "nuvole" che indichino diverse gestalt. La "gattità", l'"ochità" ecc. Un sistema che permette, credo, di immaginare alcuni fondamenti di una possibile lingua aliena (oltre che umana). Ovviamente si tratta di un barbatrucco, come direbbe mia figlia, ma permette di procedere :)

Fran ha detto...

Essendo a contatto con un certo numero di lingue mi sento contemporaneamente idonea totalmente inqualificata a dare un consiglio in questi casi, ma almeno posso fornire un paio di esempi divertenti dalla vita quotidiana.

I Serbi hanno una complicatissima selva di nomi diversi pe indicare la parentela: la suocera madre di moglie ha un nome diverso dalla madre del marito, e ci sono dei nomi speciali per indicare le cognate a seconda di diversi criteri, per non parlare dei cugini di diverso grado... però, quando parlano dei cugini della stessa generazione li chiamano tutti fratelli... tanto che spesso finisco con il chiedere: "ma scusa, tu quanti fratelli hai?", e finisce in una complicatissima dissertazione su alberi genealogici.

Tutto questo per dire che la struttura della società ha una profonda interazione con il linguaggio e le parole che si usano per definirlo, e credo che l'argomento, oltre che divertente, sia molto attuale.

Fran ha detto...

Un'altra csa che io trovo divertentissima sono i cosiddetti "falsi amici". Esempi scemi, ma che hanno fatto divertire generazioni di immigranti come me:
- parenti e parents (inglese per genitori)
- prepotente e prepotent (serbo per snob)
- burro e burro (spagnolo per mulo)
- preservatives, in francese ed inglese sono conservanti, e dai noi no.

Insomma, c'è di che sbellicarsi per ore, e a me capita piuttosto spesso.

- become (inglese per diventare) e bekommen (tedesco per ottenere, ricevere)

maxciti ha detto...

Ciao Fran!
MI fa molto piacere rileggerti qui.
Del tuo elenco di falsi amici (falsche freude) conoscevo - e temevo - fin dai tempi del liceo l'accoppiata become/bekommen che, avendo studiato inglese alle medie e tedesco alle superiori si ripresentava nei suoi panni ingannatori una prova in classe sì e l'altra no. Tra «ho ricevuto» e «sono diventato» tuttora sono come il polipo Paul che dubitava a lungo prima di scegliere un contenitore con l'ostrica...
Sono comunque d'accordo con te che lavorare su una lingua crea una quantità di idee e di spunti addirittura impressionante. Si può immaginare una lingua senza dover immaginare la struttura sociale, i rapporti quotidiani, la cultura e i media di una società? Un lavoro davvero impressionante, a pensarci bene.
Una fatica davvero deliziosamente inutile...