19.10.07

L'innocenza e la scrittura


Quest'uomo è Vittorio Catani, membro di spicco del manipolo di incoscienti che da anni si sforzano di mantenere viva la fiammella della fantascienza italiana.
Tutte le volte che mi capita di sentirlo o di leggerlo (abita a Bari e io a Torino e gli incontri vis-a-vis sono complicati) ho la sensazione di aver cambiato lunghezza d'onda, anzi di trovarmi in uno dei «suoi» mondi, un mondo luminoso, quieto e rarefatto dove le parole riacquistano la loro vera funzione: la comunicazione.
Mia madre, che come molte madri possiede, perlomeno per alcuni temi, il dono della sintesi, lo definirebbe «un signore». E io mi associo, riunendo nell'appellativo «signore» l'eleganza della modestia, della sincerità, dell'onestà mentale e dell'umiltà. Oltre al dono - automatico per un autore di fantastico - dell'innocenza.
L'innocenza per Chesterton, geniale scrittore cattolico, è una dote essenziale. Permette lo stupore, ovvero la possibilità di vedere il mondo consueto con altri occhi e scoprirlo differente e inaspettato. Migliore o peggiore, certo, ma soprattutto inatteso. Senza l'innocenza - che non è il contrario dell'intelligenza ma della meschina astuzia così comune in questa mediocrissima Italia - non esiste la speranza o la possibilità di comprendere davvero il mondo nel quale si vive. Al massimo di balbettare cose già dette e ridette, ovvietà, panzane e castronerie, da recitare però con la giusta enfasi. E non faccio nomi, almeno adesso.
Vittorio, dicevamo.
Sono stato uno dei pochi a poter leggere il suo nuovo romanzo inedito. Il Quinto Principio. Un libro generoso, ricco, felicemente eccessivo e nato da un'ispirazione troppo ampia ed estesa per la rachitica editoria fantastica italiana. Un romanzo «difettoso» ma per eccesso, giusto perché padroneggiare idee e visioni è sì un lavoro da scrittore di SF ma richiede tempo, pazienza certosina, una sconfinata documentazione e soprattutto quella sorta di sorniona attenzione vigile - o, se si preferisce quel divino strabismo - che permette a chi scrive di tenere d'occhio insieme il quadro generale della vicenda, lo sfondo, gli infidi elementi del discorso, la punteggiatura, il respiro e la musicalità delle frasi, la giustezza del lessico e solo Dio sa cos'altro. Per compiere questo piccolo miracolo abituale è necessaria innanzitutto la quiete, la solitudine e la possibilità di isolare la mente da piccoli e grandi problemi della vita quotidiana. Il miglior isolante a questo scopo è il denaro. Molto denaro.
Ma scrivere fantascienza in Italia è tutto fuorché un'attività redditizia. E più un testo è ambizioso più è fondamentale avere la giusta dose di quiete.
Se siete svegli avete già capito dove sto andando a parare.
Vittorio, come molti altri autori di fantascienza e fantastico, ha dovuto fare ( e deve fare) della scrittura una seconda attività, una passione da confinare nei pochi momenti di quiete che la vita offre. Difficile riuscire a essere compiutamente «professionali», con queste premesse. Ma Vittorio e pochi altri ci sono riusciti. Letteralmente volando su un biplano di legno e stoffa sono riusciti a percorrere ampi tratti fianco a fianco ai grandi professionisti della scrittura in lingua inglese. Un risultato - viste le premesse - eroico.
Provate a procurarvi e a leggere, per essere meno vaghi, «L'essenza del futuro» , Perseo Libri. È una raccolta della narrativa breve di Vittorio e ne presenta egregiamente temi, visioni, idee e fissazioni. Già, perché uno scrittore senza fissazioni non è uno scrittore.
Stamattina Vittorio mi ha segnalato una sua recensione al mio «In controtempo» pubblicata sul sito www.fantascienza.com. La segnalo perché per me è importante. Conosco la sua onestà intellettuale e so benissimo quanto vale una sua recensione positiva.
Qualche tempo fa Davide Mana si chiedeva pubblicamente perché gli autori italiani collaborino relativamente poco rispetto ai loro colleghi stranieri. Probabilmente questo è uno dei modi di collaborare. Utilizzare i mezzi che si posseggono per presentare il lavoro di un altro. Per commentarlo, apprezzarlo pubblicamente. Non il «do ut des» tipico della grande editoria dei periodici ma un lavoro di segnalazione e comunicazione lento ma non ingrato.
E, in fondo, a decidere sono soltanto i lettori.
Fortunatamente.

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