19.12.04

Racconto di Capodanno

Scrivo racconti.
Anche romanzi.
Ma è inutile cercare in libreria. Ho pubblicato forse il 2% delle parole che ho scritto. E penso che tutto sommato sia giusto così. Non per falsa modestia, ma solo perché, facendo come lavoro il libraio, ho già visto passare decine e decine di nomi di «promesse» che poi non sono state mantenute. Spesso non per colpa dell'autore, ma per limiti dell'editore, o perché l'uno e l'altro – autore ed editore – non avevano nessuno «che conta» al quale far leggere il libro. Ma questo non significa automaticamente che se uno è sfigato debba per forza essere un genio o, se ha gli sponsor giusti, debba essere per forza una chiavica. Le cose sono sempre più complicate di come ci piacerebbe fossero.
Io non avevo gli sponsor. E sono anche piuttosto antipatico, mi hanno detto. Non lo nego: ho pochissima pazienza e non mi piace lusingare nessuno, nemmeno me stesso.
Mi è venuto in mente di pubblicare nel blog questo racconto perché, per quanto a suo tempo sia piaciuto poco, è uno dei miei preferiti. E poi mi sembra adeguato alla data e al momento, per quanto sia stato scritto nel 1997.
Ultima nota: il racconto è già stato pubblicato, quindi se ve ne appropriate (ammesso che ci sia qualcuno che pensa che valga la pena di farlo) non fatelo per denaro (buona questa!).
Resta inteso che se al mio amico Francesco non piace lo si toglie e buonanotte.
Buona lettura.
E sono graditi i commenti.


L’ultimo giorno dell’invasione

Sono arrivati una notte di capodanno e, a pensarci adesso, sembra impossibile se ne siano andati.
In quella famosa notte non c’era un cane ai radar, agli osservatorî, negli alti comandi antiaerei, davanti ai monitor delle basi strategiche.
I missili intercontinentali dormivano profondamente sognando l’impossibile volo, mentre, nelle sale di lancio, graduate brille sollevavano la gonna mostrando autoreggente e reggicalze non previsti dal regolamento.
Come sempre c’era qualcuno in guerra, ma almeno per quella notte si preoccupava solo di trovare un po’ di alcol e un’anima, gemella anche solo per un’ora.
Allo scadere della mezzanotte niente ripresa TV di locali notturni, di trombette, coriandoli e fez di cartapesta. Uno di loro è apparso a mezzobusto su tutti i canali delle TV mondiali per comunicare che il pianeta era entrato a far parte dell’Impero T’Fern, Impero che si estende per novecento e passa parsec cubici, comprendendo cinquantanove sistemi abitati da esseri senzienti.
Qualcuno nelle innumerevoli orge e festini ha alzato la testa per ridere, e qualcuno ha iniziato il nuovo anno soddisfatto di sé per aver riconosciuto lo scherzo giocato da Orson Welles nel ‘30.
In quanto a me mi ricordo di aver pensato che il solito impero multisistemi era una trovata un po’ ovvia, come era ovvia la truccatura da perticone rettileggiante azzurro con cresta del presunto alieno.
Ho ricominciato a sparare dal balcone ma stranamente senza tanta voglia di sorridere, come quando ti viene in mente una grana in arrivo ma non sai più bene qual è.

Per quasi tutti ci sono volute diverse ore per capire che era tutto vero. Io me ne sono accorto due giorni dopo quando ho dovuto tornare in ditta, perché la mia auto si trovava sotto centomila tonnellate di metallo e hypervetro che formano la struttura a Torre di Babele di una Nave stellare T’Fern.
Mi sono girato le chiavi in mano per un po’, mio malgrado divertito all’idea dell’assicurazione. Poi ho pensato che stando così le cose – da invasi da un titanico potere imperiale intendo dire – non aveva molto senso andare a lavorare. Ci sono andato lo stesso, comunque, ma un po’ più tardi, tanto per sentire i commenti.
C’eravamo tutti, compresa Lalla che dovrebbe stare alle casse ma è più in mutua che altro. Nel giro di tre minuti si è stabilito che nessuno aveva subito danni materiali da parte degli alieni e neppure minacce.
Io ho fatto notare che mi avevano sfrittellato la macchina ma non sono stato considerato di più solo per questo. «Non ti hanno mai bollato in parcheggio?» Mi ha chiesto Ines ed ho dovuto ammettere. In capo a cinque minuti ci si è trovati quasi tutti d’accordo che forse questi qua sono meglio di quelli che comandavano prima, anche se non si sono preoccupati di mandarci un programma di governo, anche molto sintetico. Roberto, che è stato a Parigi nel ‘68 e che ormai lo sanno anche le pantegane del magazzino, ha cominciato a dire che in fondo i Tifern sono un po’ come la fantasia al potere, mentre Eros invitava tutti a guardare bene le navi Tifern, con una vernice metallizzata così perfetta che la BMW del capo se la sogna.
È arrivato il camion della carne in scatola e abbiamo cominciato a scaricare. Eros per prima cosa ha guardato nel posto del guidatore ma c’è rimasto male. «E t’aspetti che i Differ guidino il camion, coglione?» Gli ha detto Roberto e lui ha fatto un segno come a dire: «Vedrai…»
Quella sera siamo tutti rimasti a lavorare oltre l’orario. Non c’erano straordinari da fare, anzi, di clienti se ne erano visti proprio pochi. No, è che ci sentivamo tutti un po’ eccitati: di quell’eccitazione che non è ancora paura e che ti fa parlare molto più forte del necessario e ridere anche delle battute più insulse.
Verso le nove chi aveva famiglia ha fatto una telefonata e ha finito per andarsene. Io sono rimasto a chiacchierare con Ines ancora per un bel pezzo e sul tardi eravamo ancora lì a raccontarci sogni e paure dell’infanzia seduti sopra le confezioni dei pelati in offerta, alla luce candeggiata dei neon del magazzino. Stavamo bene, proprio bene, non troverei un altro modo per dirlo. Ines – trentasette anni, separata, un figlio militare, stipendio di cassiera + alimenti dell’ex-marito benzinaio, mi sembrava addirittura bella con il suo grembiule azzurro troppo stretto, e forse anch’io non sembravo il solito lumacone triste, con la testa ingobbita nelle spalle e troppi pochi capelli sulla fronte.
Ecco, forse avevano questo di bello i T’Fern, per qualche giorno ci hanno fatto sentire come bambini che hanno davvero visto passare Babbo Natale.
Siamo tornati a casa insieme, Io e Ines, con il naso per aria a cercar di vedere le stelle. Abbiamo ragionato cha adesso il cielo – ammesso di vederlo di notte in città – aveva perso ogni romanticismo e che era diventato una specie di Atlante Deagostini Novara, con le stelle diventate altrettante province dell’Impero T’Fern. Un cielo troppo vicino e troppo affollato, un cielo che a chiudere gli occhi si potrebbe quasi sentirne il brusio.
Ci siamo fermati in una stradina buia. Ritagliate tra i tetti affacciati delle case immerse nell’ombra c’erano tre o forse quattro stelle. Ci siamo presi per mano e per la prima volta dopo tre ore filate siamo stati zitti.
– Chissà come si chiamano. Cioè come si chiamano davvero. – Ha chiesto Ines.
Ho riso. Mi è venuto in mente che a casa nessuno ci aspettava ed era la prima volta da anni che mi sembrava di non essere solo ma libero.
– Ti pare importante saperlo?
Si è stretta nelle spalle e un po’ della luce di un lampione del corso alle sue spalle l’ha accarezzata.
– Ma hai ragione, Ines. Forse è importante.
Mi è sembrata bella, davvero unica. Mi è sembrato che non ci fosse nulla di lei che non fosse giusto e che non fosse fatto per piacermi, anche il filo di capelli castani sfuggiti alla crocchia che le attraversavano il collo o la becca della camicetta rivoltata sotto il cappotto. In quel momento mi è sembrato tutto così suo e straordinario che ho dovuto abbracciarla e subito dopo baciarla. Cos’è successo dopo non lo dico perché riguarda solo noi.
Ma la cosa importante sono i T’fern, non Ines ed io.

Dovessi azzardare una riflessione direi che il loro guaio era che non sembravano mai abbastanza alieni. Mi spiego: davano l’impressione che da un momento all’altro si sarebbero tolti il testone da rettile per mostrare la faccia sorridente di un ragazzino. Non è che fossero goffi o ridicoli, anzi, avevano una loro maestà, ma l’avevano come attori di un film di fantascienza a basso costo, come animazioni non abbastanza perfezionate.
Comunque di occasioni per vederne ce n’erano poche. Ogni tanto se ne incontrava qualcuno in giro – in gruppi di tre o multipli – ma nulla di più. Ai massimi livelli non hanno cambiato molto e niente in modo evidente. Vera politica imperiale, da Impero Romano, per capirci.
Ci hanno informato che se non arrivavano loro entro poco sarebbe arrivata L’Orda Sacra dei Xarrax che prima cosa ci avrebbe gassati tutti.
Hanno fatto vedere la conferenza in TV. Il presidente del Consiglio Italiano è stato l’unico a sorridere, ma poi ha spiegato che i T’Fern gli avevano dato un auricolare con la simultanea in urdu e che per non sapere cosa si diceva gli sembrava almeno cortese sorridere.
Almeno in ditta non gli ha creduto nessuno. «Vuol farsi bello, quel pagliaccio fraudolento. Magari spera di aprire un TV anche da loro», ha sentenziato Canella, che l’anno prossimo va in pensione sempre che il governo non gliela rimandi un’altra volta e ce l’ha a morte con quelli di Roma.
Comunque, passato qualche mese, la cosa è cominciata a sembrare normale.
I T’Fern se ne stavano per conto loro e noi pure.
C’erano una trentina di loro navi da guerra sopra le nostre teste ma nemmeno si vedevano. Ogni tanto se ne scorgeva qualcuno ma solo molto lontano e nessuno riusciva
nemmeno a intervistarli.
O meglio, nessuno riusciva ad intervistarli fino a quella sera.
Di ritorno dal supermercato io e Ines avevamo acceso la TV dopo cena, troppo stanchi per far due chiacchiere o per leggere. Ce ne stavamo lì con la faccia illuminata a macchie dalla TV come indiani metropolitani in riserva, quando è cominciato il solito programma.
C’erano gli inevitabili ospiti e poi, tracchète, la telecamera ne ha inquadrato uno, un T’Fern un po’ più piccolo degli altri, o forse era solo perché se ne stava seduto in poltrona, con la codona ben drappeggiata sulle gambe.
Senza mai sorridere – loro non sorridono mai – ha spiegato più o meno quello che faceva da noi: si occupava di comunicazioni o qualcosa del genere. Sembrava un tipo a posto, nonostante l’assenza di labbra, gli occhi un po’ troppo laterali e quel tic che hanno tutti loro di alzare ed abbassare la cresta di scatto.
L’intervistatore faceva lo stuoino e poco ci è mancato che lo baciasse sotto la coda, tanto era contento di averlo lì.

Il giorno dopo nessuno parlava d’altro, ovviamente, anche se devo dire che io non ero tanto contento. Li preferivo più distaccati i T’Fern, non a fare i cretini come uno scrittore alle prime armi. La notte avevo sognato che finivano anche sulla copertina di Novella 3000, di fianco ad una conduttrice con le poppe al vento un po’ sfocate.
Ma è stato solo l’inizio. Dopo un po’ tutte le sere c’era un T’Fern in TV, a suonare uno strumento della patria lontana o a fare giochi di prestigio – in genere piuttosto scarsi, ma con tre dita è più difficile – o a mostrare le foto, sia pur tridimensionali, dei cuccioli e del marito o moglie che fosse. C’è voluto un annetto perché ci fosse gente che cominciava a stufarsi, certo di più che per il mutilato poeta o per l’obeso canterino e omosessuale, ma
comunque anche per gli invasori è venuta l’ora dello zapping e della caccia alla tetta sulle Tv locali. I ragazzi per un po’ si sono picchiati per comprare le creste di plastica con la pilina che le fa alzare ed abbassare all’improvviso, poi le hanno buttate via e non le ha volute più nessuno, nemmeno in saldo.
E le ditte che pagano i passaggi pubblicitari se ne sono accorte. Gli invasori sono passati in seconda serata, e infine a confessarsi ad un programma di mezzanotte dove c’era un tizio tendente all’obeso che faceva loro domande come: «Cos’è l’amore per il Sintecnico Gadhan?» Oppure: «Quali sono i sogni di un Sintecnico, Sintecnico Gadhan?» e così via.
All’inizio la gente li inseguiva per la strada per vedere se riusciva a riconoscerli, adesso se entrassero nei bar li guarderebbero come un ambulante nordafricano. Io per me li inviterei anche a cena ma ho paura che siano cambiati. Ogni tanto se ne vede uno per la strada, con l’aria confusa di un turista giapponese. Come tutti scantono: ho paura che vada sul patetico e mi attacchi un bottone a parasole sulla nostalgia per la patria lontana.
Chissà perché hanno accettato di andarci? In Tv intendo.
Ma forse erano davvero tristi, forse tutti gli essere intelligenti sono lusingati dall’attenzione altrui. O forse è perché erano degli ingenuoni, grandi, grossi, potenti e un po’ bambini, come degli americani dello spazio insomma.
Lo so, è probabile che la TV non c’entri per nulla, che se ne siano andati per centomila altri motivi, che il loro governo abbia tagliato fondi o abbia cominciato una guerra troppo dispendiosa, ma per me la colpa è stata un po’ anche della TV, del modo che abbiamo noi di rovinare tutto.
Comunque sia mi spiace che se ne siano andati: quando c’erano loro la gente era migliore, parlava più piano, sorrideva ai bambini ed era gentile persino in coda alle casse. Sarà perché si pensava di essere osservati o forse perché si confondevano gli angeli con gli alieni, non so. Fatto sta che era meglio, meglio di prima, quando si faceva finta di scegliere tra un coglione e l’altro mettendo un foglietto in uno scatolone.
Un bel mattino sono scese di nuovo le navi e li hanno portati via.
Niente più T’Fern.
Una settimana dopo Ines mi ha guardato appena sveglio e mi ha comunicato: – Non sei l’uomo giusto per me.
Ho annuito. – Va bene.
Nemmeno io la sopportavo più.
È probabile che adesso arriverà l’Orda Sacra degli Xarrax ma qui nessuno ha più paura.
Sappiamo come trattarli gli Extra, ormai.
Ma mi è rimasto uno strascico: una sensazione stupida finché si vuole ma che non provo solo io. Ecco: adesso quando guardo il cielo non mi sembra più così tanto grande, come se si fosse consumato o avesse perso profondità.
Forse è per quello che adesso non è rimasto più nessuno a guardarlo.

2 commenti:

emeraldolly ha detto...

dimmi una cosa: ti piace stefano benni?

Massimo CT ha detto...

... sono io che piaccio a lui (:-)
A parte gli scherzi, penso che abbiamo fatto le stesse letture, vista anche l'età non più proprio verdissima.
Di Benni mi è piaciuto Terra! (anche se l'ho trovato un po' troppo "ispirato" alla Guida per autostoppisti galattici di Douglas Adams)e ho comunque una grande ammirazione per lui per la capacità di utilizzare l'assurdo e per il talento di accostare realtà quotidiana e fantastico. Penso che nelle cose che scrivo io ci sia un po' più di malinconia, ma se non si avverte chiaramente l'unica responsabilità è mia, non certo del lettore.