7.7.16

Tentativo numero X di sgombrare la scrivania


Non mi rimane più molto sulla scrivania, esclusa la consueta pila di libri letti e da recensire. Mentre altri libri pressano in attesa di ascendere a tale livello. 
Così oggi farò un ulteriore tentativo di svuotare lo spazio e poter contemplare, anche se per poco, il piano pulitissimo ancora nascosto dai libri. 
Andrò in un ordine sufficientemente casuale, ovvero nello stesso ordine con il quale i libri sono stati disposti, per motivi essenzialmente di statica. 
Il primo della serie è Cancroregina di Tommaso Landolfi, un libro magretto, 93 pagine nella Piccola Biblioteca Adelphi 312, prima edizione in Adelphi nel 1993 e pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1950.
La vicenda è relativamente semplice da raccontare. Il protagonista e narratore in prima persona, si trova in un momento difficile della propria vita, oberato di debiti di gioco e con una o più storie d'amore fallite all spalle. Nel momento in cui il nostro uomo è giunto a meditare il suicidio appare alla sua porta un individuo fuggito dal locale manicomio che gli propone di essere suo compagno in una crociera verso il satellite naturale della Terra. Una volta superata la naturale ritrosia verso un progetto tanto evidentemente folle, il protagonista decide di unirsi a lui nel viaggio verso la luna. 
Il pazzo, rivelatosi un abile ingegnere, lo conduce tra montagne scoscese fino al luogo dove nasconde la propria astronave, «Cancroregina», da quanto emerge una creatura semiintelligente, e parte con il protagonista. 
Ma il viaggio dei due non sarà coronato dalla fortuna e di più non aggiungo per ovvi motivi.
Curioso incontrare un romanzo di sf nel 1950 italiano. Certo, Landolfi è uno strano individuo, un incrocio di diverse storie e di diverse e sorprendenti tendenze: un giocatore d'azzardo, un «rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale» – come amava autodefinirsi, un curioso D'Annunzio, ritirato ma altrettanto appassionato della lingua, un autore senza devozioni né scuderie, un autore che Italo Calvino definì così: 

Il rapporto di Landolfi con la letteratura come con l'esistenza è sempre duplice: è il gesto di chi impegna tutto se stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via.

Non mi sembra particolarmente importante sottoporre l'opera di Landolfi a un esame per stabilire la sua partecipazione o meno alla grande corrente della fantascienza. L'autore ha condotto la propria carriera nell'area del fantastico – il suo modo di narrare ha sicuramente qualcosa che ricorda taluni autori francesi di fine '800 come Barbey d'Aurevilly e Villiers de l'Isle-Adam, come affermava Italo Calvino, – ed è stato un unicum nel panorama italiano. Ciò che mi è parso particolarmente efficace in questa curiosa avventura extraterrestre scritta da un autore cripto-ottocentesco è la curiosa ansia, insieme allegra e disperata, che possiede il protagonista, la sensazione di profonda, assoluta e ridicola solitudine che il passeggero sperimenta a bordo di «Cancroregina», i suoi dialoghi sempre meno ragionevoli con una creatura non-umana ma che risponde come una vecchia zia «Perché così» o come una giovane poco morigerata,  «Dì un po', con chi ti pare che fornichi, io, che mi dai della baldracca?» ai tentativi del protagonista di indurla a comportarsi come una vera astronave. 
Curioso come l'incapacità, i dubbi, le iniziative impulsive, tutto ciò che, in sostanza, ha reso l'io narrante incapace di affrontare le traversie della vita, ritorni fatalmente anche lontano dalla Terra, anche nello spazio più vuoto e desolato. 
Un testo breve ma saporoso e disperatamente divertente che consiglio volentieri. Landolfi non offre soluzioni né, allegramente, speranze, e probabilmente questo è un buon motivo per leggerlo. 
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Su Il proiezionista di Abe Kazushige, mi trovo nella curiosa situazione di non poter aggiungere molto a ciò che ne ha scritto Consolata Lanza nel suo blog, Anaconda Anoressica, proprio qui e di recente ripubblicata da LN-LibriNuovi.
Una volta detto che mi inchino davanti a una grande e attenta recensione, non posso che sottolineare la perfetta, spudorata falsità con  la quale il buon Abe farcisce generosamente la vicenda del suo protagonista, Onuma, un modesto proiezionista in un piccolo, scassato cinema che dà soltanto film in seconda visione, «nel cuore di Shibuya», nel centro di Tôkiô. Onuma è (forse) un ottimo picchiatore, ne dà conferma nelle prime pagine del libro e, nel recente passato, insieme ai suoi demenziali soci ha rapito un boss della Yakuza, è stato allievo di Masaki, un ex-militare fondatore della «Scuola della pura trascendenza» dove ha perfezionato le sue nozioni in merito allo scontro fisico, dice di aver custodito e poi perso una bomba al plutonio, si è scontrato più volte con giovani membri della Yakuza, ha scoperto che Masaki è in realtà un pericoloso pedofilo... 

Insomma, a voler dare credito al diario di Onuma si ha la netta sensazione di inseguire i sogni di un individuo assai poco equilibrato o di un fenomenale mitomane, in un intreccio condotto ad ottima velocità dove il reale si confonde con l'invenzione e il racconto diviene spesso fiaba metropolitana. 
Kazushige è stato paragonato a Quentin Tarantino per la quantità di (ridicola) violenza contenuta nel suo romanzo, ma direi che la violenza del nipponico ha molto del teatro dei burattini e assai poco del burbanzoso Tarantino, con tutto il rispetto per il regista. Onuma è, in realtà, uno strano tipo di fuori legge, un uomo spaventato dalla violenza, ben educato, formale e deluso da come gli procede la vita; i suoi rapporti con l'altro sesso sono quantomeno problematici, più o meno come i suoi rapporti di amicizia. 
Quale rapporto può crearsi tra il lettore e un tale assurdo personaggio? Questo è uno dei problemi giustamente sollevato da Consolata Lanza, recensora prima di me di questo libro, e al quale faccio sinceramente fatica a rispondere. Personalmente debbo dire di averlo gradito e di essermi divertito non poco nella lettura, ma se siete quel genere di lettori che amano immedesimarsi col protagonista all'interno di un quadro ben definito, è bene che cambiate lettura.
Ancora due parole sulla collana Calabuig della Jaca Book, che ha, tra l'altro, pubblicato un romanzo splendido come La signora Melograno di Goli Taraghi, un'ottima collana ricca di traduzioni dalle lingue originali, graficamente e formalmente molto vicina alla perfezione. 
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Adesso toccherebbe a due Urania usciti a cavallo tra il 2015 e 2016, i numeri 1625 e 1626, quelli che raccolgono i racconti di Year's Best n. 15, gli ultimi pubblicati in Italia della serie curata da David G. Hartwell, recentemente scomparso, e Kathryn Cramer. Senonché non ho ancora finito di leggerli. Mi mancano pochi racconti della seconda antologia, ma mi sembra serio dedicare loro un piccolo spazio nel quale ragionare su queste antologie di lingua inglese che periodicamente ci danno il senso attuale della sf. Magari parlando anche dell'antologia di Gardner Dozois. Se ne riparla, in sostanza.
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A questo punto sarò necessariamente rapido, dal momento che ho già superato la lunghezza media dei miei post. 
Un poliziesco, innanzitutto, di Qui Xiaolong, docente di letteratura cinese presso la Washington University di Sant Louis. Si tratta di Le lacrime del Lago Tai, immancabilmente pubblicato da Marsilio. 
La storia parte da un caso di grave inquinamento ai danni del Lago Tai, le cui acque «sono devastate da alghe tossiche e fetide». L'ispettore Chen Cao, teoricamente in vacanza, finisce per essere coinvolto dall'omicidio del direttore di una delle fabbriche chimiche della zona, del quale viene sospettata una donna da sempre ostile al grave inquinamento della zona.
Un buon poliziesco, come sempre un filino prolisso nel racconto delle squisitezze cinesi della zona, ma in grado di farvi buona compagnia mettendo in scena, una volta di più, la corruzione e il malfunzionamento della Nuova Cina, questa volta toccando un tema scottante: il terrificante inquinamento cui è sottoposto l'ambiente cinese, divenuto zimbello dell'ansia di arricchimento ormai comune nelle classi superiori. 
Ovviamente il finale del poliziesco non deluderà il lettore occidentale, anche se è fatale chiedersi quanto di realistico ci sia nelle pagine di Qiu Xialong. Si può concluderne che, se non altro, la situazione in Cina è sicuramente grave ma forse non definitivamente compromessa. 
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Per concludere due saggi. Parto da quello breve, Mentire con le statistiche di Darrell Huff, edizione originale 1954 e pubblicato in Italia nel 2007 da Monti & Ambrosini, con la curatela di Giancarlo Livraghi e Riccardo Puglisi. Un libro che non dovrebbe assolutamente mancare a casa di chiunque si trovi quotidianamente esposto a un'overdose di dati statistici di dubbio valore, di oscura o non comprovata origine, raccolti in maniera sospetta o chiaramente tendenziosa... 


Con questo libretto, arricchito dai «post scriptum» aggiunti da Riccardo Puglisi all'edizione italiana, potete fare fronte a molte delle truffe statistiche in circolazione, dal tutto sommato innocuo «terza edizione in una settimana» al molto meno innocuo, «dieci milioni di immigrati attendono il loro turno», il genere di pseudonotizia che, tanto per rimanere nell'attualità, ha probabilmente dato il suo contributo al «Leave» inglese.  
Abbiate pazienza, ma anche se vi ritenete delle scarpe in matematica avete il dovere civico di acquistare e leggere questo libro, anche per non trovarvi a dare ragione a mestatori, arruffapopolo e pendagli da forca come Salvini e simili
E non aggiungo altro, ché siamo tra gentiluomini.
Ultimissimo e brevissimo intervento per consigliarvi di NON acquistare La rinascita del tempo di Lee Smolin, Einaudi Saggi. Consigliarvi di non acquistarlo prima di tutto perché costa la bellezza di 32 euro, un prezzo esagerato per (ri)leggere in gran parte le solite notizie sull'universo/ universi, e, in secondo luogo, per non essere riuscito a dimostrare, anche solo da un punto di vista dialettico [*] l'esistenza reale del Tempo e la genetica di popolazione delle stelle, una curiosa e stimolante osservazione rimasta però una semplice osservazione.
Troppo tranchant? Non lo nego, ma ho 32 motivi più uno per non amare questo libro...

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E per questa volta ho finito davvero. Porterò in montagna l'Urania 1626 e, mi auguro, l'Urania Millemondi di luglio con l'antologia di Dozois. Avrete mie notizie!




[*] La mia personale fisica non arriva molto più in là della dinamica di un punto, ma mi sarei atteso un buon tentativo di convinzione anche solo dialettico e non un ripasso della fisica di Newton...




 

2 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Buone vacanze nel frattempo e complimenti per le tue letture estive. ;)

Massimo Citi ha detto...

@Nick: grazie, Nick. Delle mie prossime letture estive ne saprai quest'autunno, se va bene, quando avrò nuovamente la scrivania piena...