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26.9.26

Qualche nota bio(grafica) sullo scrivere

 



Non sono uno scrittore. Scrivo e basta. Da cinquant’anni. Adesso ne ho settantuno, quindi scrivo da quando ne avevo ventuno. In realtà ho cominciato prima, scribacchiando recensioni ai libri letti, abbozzando poesiole, ma poi ha finito per innamorarmi del flauto traverso e quindi del saxofono tenore e soprano – hanno la medesima tastiera, Boehm, se non sbaglio – divenendo un flautosaxofonista passabile. Ho suonato, principalmente jazz-rock fino allo scioglimento del gruppo musicale causa chiusura del locale per le prove. Quindi per distrarmi e rilassarmi non rimaneva che scrivere… Dopo i primi cento fogli dattiloscritti – il PC è arrivato dopo – ritenevo già di essere un genio. Immagino sia un percorso comune: rileggersi ed esaltarsi il mattino seguente di ciò che si è scritto. Un po’ meno dopo una settimana e ancora meno un mese dopo, ma questo l’ho imparato in seguito. Nel frattempo facevo il libraio, prendendo uno stipendio ogni due mesi o tre e rischiando più volte la bancarotta, ma tenendo il mestiere e la vita coi denti. Nel fare il libraio avevo l’occasione più unica che rara di leggiucchiare – è impossibile fare il libraio e leggere come tutti i cristiani, al massimo leggere una frase o due durante un momento di calma –, di spulciare, dicevo, ciò che mi arrivava. È così che può capitare di incontrare anche i libri che piacciono poco o per niente, le biografie insulse, i pamphlet prezzolati o assurdi, i romance più ovvi – s’incontrano, si detestano ma poi finiscono per amarsi – i gialli quasi-porno, i romanzi dei giovani autori che descrivono minuziosamente il proprio ombelico e le zone limitrofe, il best-seller che piace-a-tutti-tutti-tutti o quasi… Personalmente avevo altre passioni: i libri di cucina – nel frattempo avevo conosciuto mia moglie che NON sapeva cucinare mentre io sì – i romanzi di narrativa di autore straniero pubblicati da editori come Adelphi, Einaudi, E/O, Minimum Fax, Voland, Iperborea, Marcos y Marcos e similari, i testi comici e satirici e infine i romanzi gotici e di fantascienza. Ed è proprio la SF, insieme alla narrativa fantastica, una delle mie passioni, nonostante che né l’una né l’altra in questo paese siano molto considerate. D’altro canto da giovine ero un membro della cosiddetta sinistra extra-parlamentare e a non essere preso sul serio mi sono abituato da tempo.

Ma mentre cercavo di tenere in vita la libreria continuavo a scrivere. Mia moglie lavorava all’università e faceva ricerca, congegnava esperimenti e leggeva articoli sul tema ma, una volta stabilito che non le avrebbero mai dato una posizione fissa, piantò lì, si trovò un lavoro come insegnante e… cominciò a scrivere, cosa che fa tuttora con risultati più che soddisfacenti. Sicché non ebbi nemmeno il problema della convivenza: io scrivevo, mia moglie pure e finimmo per suggestionare anche mia figlia che, una volta laureata e divenuta adulta, finì per andare a lavorare per uno studio editoriale e in seguito per una casa editrice.

Scrivevo, dicevo, in vita mia ho scritto otto romanzi sopra i duecentomila caratteri, cinque romanzi brevi, ovvero sopra i cinquantamila caratteri e sotto i duecentomila, un numero indefinito di racconti, un romanzo a quattro mani con mia moglie e ho curato cinque antologie con altri autori: gli ALIA Evo. Una montagna di testi, indubbiamente. Una volta chiusa la libreria, schiacciata da una concorrenza insostenibile, ho imparato a impaginare i testi creando prima e-book e in seguito anche libri che pubblicai con il nome della casa editrice della libreria, all’epoca una delle tante trovate per sopravvivere. In questo modo riuscii a raggranellare dai 2 ai 20 euro mensili… appunto, non sono uno scrittore ma uno che fa anche quello che scrive. Le mie (poche) esperienze con l’editoria seria furono più o meno catastrofiche, idem quelle con i concorsi, fatta eccezione per qualche caso nel quale raggranellai un paio di libri, una coppa e alcune targhe che adesso fanno mostra di sé nella tavernetta della casa di montagna.

Ovviamente tutto ciò ebbe qualche conseguenza sulla mia salute mentale. Attraversai periodi di depressione, visitai psichiatri e psicologi ma evitai di coltivare inclinazioni al suicidio, non per mio merito ma unicamente, credo, per testardaggine.

Negli anni ‘20 del nuovo secolo riuscii a pubblicare quattro testi: un romanzo breve e tre racconti e di recente un romanzo lungo [400.000 caratteri], Amadeus, con Delos Books. Ovviamente un testo di fantascienza… ma scritto dignitosamente – e fa ridere doversi quasi giustificare. Aver letto gente come Borges o Ballard, Pessoa & Saramago, Ian McEwan e tanti altri mi ha reso, poco o tanto, attento alla scrittura e allo stile. Ovviamente sono soddisfatto della pubblicazione ma la cosa non mi ha dato alla testa (ah, buona questa!): ho troppi anni per pensare di essere il futuro della letteratura… Di che cosa parla Amadeus? Bella domanda. Non posso che rimandare alla pagina dell’editore che racconta qualcosa in proposito.

Sulle pagine di Substack ho letto dei molti che si affannano intorno al mondo della letteratura e della narrativa. C’è qualcuno che pubblica un romanzo a puntate, qualcuno che fa pubblicità a scuole di scrittura creativa, chi pubblica racconti, chi dichiara, afferma, sproloquia sul tema della pubblicazione e io stesso che ho pubblicato un mio romanzo breve… Un nervoso ma generoso agitarsi del quale, sospetto, la grande editoria se ne fotte alla grande. Poco male, almeno per me, vista la mia età, ma credo anche per coloro che si agitano: l’editoria è sempre più divisa tra i Grandissimi editori e le briciole, tra le quali tutti quelli che si pubblicano da soli.

Non cercate di diventare scrittori: è una categoria che l’IA condanna a morte, ma continuate a scrivere, continuate, continuate, studiate, leggete, rileggetevi (ma almeno una settimana dopo) e immaginate, fantasticate, raccontate, senza scimmiottare gli autori di best-seller, ma continuate a immaginare, la sola cosa che vi rende umani… 


 

20.9.26

Un romanzo nato da un ascolto



 … e finalmente, dopo una lunga attesa, è uscito il mio romanzo, Amadeus[1], finito nel 2025 ma iniziato nel 2015, come testimonia questo post. In questi undici anni è trapassato da racconto di 90.000 caratteri per l'antologia ALIA Evo 3.0 – chiaramente un'esagerazione – a testo di 407.000 battute e 216 pagine nel formato del libro. Ci ho lavorato a lungo ma l'ho lasciato sedimentare per parecchio tempo, senza sapere bene che cosa farmene. Nel frattempo il testo, nato come racconto, è diventato racconto lungo, poi un romanzo breve e oltre. Infine, a tempo perso, ho dovuto farmi venire in mente un modo per dargli uno sviluppo e addirittura un finale. Sbocciato dietro un suggerimento di Silvia Treves – minaccia forse è po' esagerato –, incapricciatasi del personaggio di HundAlexis, ho dovuto decidere che cosa farmene di N personaggi, introdotti per curiosità… e già allora avrei dovuto capire che + personaggi = romanzo + lungo.
Mentre preparavo altri ALIA Evo, scrivevo varie altre cose, compresi gli interventi su questo blog, a livello di subconscio mi rendevo conto che Amadeus esisteva e che i suoi personaggi volevano vivere almeno sulla carta. A un certo punto, la pressione del mio Es si è rivelata insostenibile e mi sono rimesso a lavorarci, cercando di trovargli uno sviluppo sensato.
Il fatto è che sono stato un musicante, con una passione inesauribile per l'espressione musicale, e per me la scrittura è venuta soltanto in seguito, anche per l'impossibilità di continuare nell'attività musicale. E proprio da questo evento – luttuoso probabilmente solo per me – è venuto lo spunto per continuare Amadeus: l'idea che una creatura per metà umana e per metà animale potesse desiderare intensamente di creare un'orchestra di moreauviti e che proprio l'orchestra fosse un elemento fondamentale di riscatto per tutti i mezzi-sangue, ovvero gli zoogeni.    
Il riscatto di coloro che sono sfruttati, dimenticati, vessati e maltrattati ha fatto e fa parte della mia concezione dell'esistenza, un po' ingenua e un po' adolescenziale, facendo di me un idealista impenitente, ora anche più risoluto e disilluso, tenendo conto dei tempi ingrati nei quali viviamo. Il risultato è il romanzo che uscirà nei prossimi giorni, inevitabilmente con un happy ending almeno parziale, dal momento che – nella realtà – ci sono già troppe cose che vanno di male in peggio. Non avrei potuto e probabilmente non sono semplicemente capace di scrivere l'ennesima distopia: no, volevo che i miei personaggi potessero assaporare il piacere di una vittoria, anche solo parziale e di durata indefinita.
Una piccola nota a margine: non ho pensato di inviarlo al concorso annuale di Urania, per alcune buoni ragioni:
1) Il romanzo fa parte di un ciclo, quello della Corrente, e al di fuori del legame con altri testi scritti in precedenza è sì leggibile e godibile ma probabilmente indigeribile per i lettori di Urania. 
2) Ho già partecipato con due o forse tre romanzi al concorso di Urania non ricavandone assolutamente nulla, nemmeno una citazione. Quindi, per me Urania non è più un'opzione: continuo ad acquistarla ma, a essere sincero, leggendola solo raramente: ho sempre qualcos'altro da leggere più urgente o che mi incuriosisce di più.
3) Il pubblico di Urania, nonostate l'ingresso di donne e di qualche giovane, temo sia composto in buona parte da ultracinquentenni che amano soprattutto la fantascienza classica e gli autori come Asimov, Heinlein, Clarke ecc. mentre personalmente sono un amante di China Mieville, Ursula Le Guin, Alice Sheldon, Lloyd Biggle Jr. e, naturalmente, di Paul Myron Anthony Linebarger, più noto come Cordwainer Smith...  
Tutto ciò detto, mi auguro che qualcuno abbia perlomeno la curiosità di leggere Amadeus. Se poi qualcuno volesse leggerlo per recensirlo, può scrivermi su queste pagine e qualcosa accadrà.
 
[1] Tutti i miei ringraziamenti a mia moglie, Silvia, autrice di numerose riletture e a mai figlia Morgana che ha sottoposto Amadeus a un lavoro serrato di correzione bozze e di editing. Il tutto a livello assolutamente gratuito...  
 

 


 
 
 

15.9.26

Libri? Beh, sì, in montagna c'è tempo per leggere.


Sono passati un po' di giorni dal mio precedente post, ovviamente anche quello sui libri, letti o in corso di lettura. Forse è un po' maniacale ma compatitemi, ho fatto il librario per una quarantina d'anni e credo che quello fosse davvero il mio mestiere... Non ho mai perso l'abitudine di commentare – recensire è probabilmente una parola troppo impegnativa – dapprima su un quadernetto, poi, con l'avvento delle macchine a vapor… – pardon, un problema di età – dicevo, con l'avvento dell'informatica, sono passato ai PC. Ovviamente ho tentato di rendere fruttuosa questa mania, inventando insieme a Silvia Treves un sito di recensioni: LN-LibriNuovi, sito sopravvissuto alla chiusura della libreria, sia pure in mezzo a un numero infinito di traversie. Sul sito di LN – ma prima sull'omonima rivista – ho scritto 426 recensioni + 19 disapprovazioni + altre 79 sotto diversi pseudonimi. Ovviamente il tutto non mi ha mai procurato altro che (forse) un po' di stima, ma il problema è che tra me e il denaro esiste una fondamentale incomprensione e, comunque, ho fatto tutto il possibile per essere scomunicato dall'ambiente letterario, per esempio parlando molto male del grande Baricco... 

Ma adesso parliamo di libri letti e iniziati. Comincerò con Jorge Luis Borges, un mostro sacro del quale mi professo un seguace incondizionato sia pure con qualche resistenza sul lato delle poesie e una certa perplessità su certe sue incursioni in campo narrativo. Questo libro, Il manoscritto di Brodie, fa parte delle incursioni dell'ottimo Borges, questa volta impegnato nel chiosare e replicare formalmente i racconti di Rudyard Kipling in Il risciò fantasma e altri racconti dell'arcano o nell'antologia «Loro» o, ancora, nell'antologia Racconti del mistero e dell'Orrore, con esiti deliziosi dal punto di vista dello stile, immancabilmente perfetto e godibilissimo, e dell'ambientazione – l'Argentina dell'inizio del XX secolo – ma, pur attento e assolutamente ineccepibile nel costruire le sue vicende di sangue e terrore, le sue storie hanno un gusto in un certo senso "saputo", privo di quella punta di innocenza narrativa e di sorpresa che Rudyard Kipling e altri autori citati (Henry James o Franz Kafka), sapevano inserire nelle loro vicende, Ciò che manca al nostro ottimo Borges, per lo meno in questo caso, è la convinzione profonda della possibilità e la necessità reale, da un punto di vista narrativo, di quanto raccontato. Ciò detto non posso che consigliarne comunque la lettura: Borges in questa antologia "gioca" con la narrativa e con i suoi lettori – peraltro ben disposti a giocare con lui –, non lo si può trascurare o dimenticare e comunque la sua raccolta di racconti scritti in tarda età sono un'ottima guida al suo stile inimitabile. 
 
Altro libro, Furland®
 di Tullio Avoledo, pubblicato da Chiare Lettere nel 2018. Il libro è così presentato su Wikipedia: «una distopia in cui il Friuli del 2035, dopo aver dichiarato l'indipendenza, è diventato un colossale parco di divertimenti a tema storico», una buona definizione sintetica ma ovviamente non in grado di rappresentare la ricchezza della vicenda, nata non soltanto per irridere i sostenitori di qualunque idea di secessione sul territorio italiano, ma anche per presentare ciò che in questo momento sembrano divenuti elementi fondamentali di qualunque organizzazione di estrema destra: 
 
«…Chiunque, presente sul suolo della nostra regione, non abbia un lavoro fisso, una dimora stabile o comunque non si sia integrato nella nostra realtà sociale e culturale verrà invitato a lasciare il Friuli entro due settimane […] Non è più il momento delle promesse: è il tempo dei fatti.  Un primo fatto completo è la Sicurezza…»
 
La Sicurezza, la bandiera preferita di chiunque voglia spaventare un possibile elettorato, presentandosi come il paladino di un Ordine definitivo (Ordnung, in tedesco), contrapposto a una sinistra permissiva e criminale. Il misterioso Vittorio Volpatti, inventore di questo Friuli indipendente, costretto a diventare il palcoscenico di un passato spesso solo immaginato, è una silenziosa presenza costante in ogni momento o luogo di questo Friuli del 2035, dalla gastronomia alle biblioteche alle produzioni teatrali e cinematografiche, improntate a una cultura volutamente provinciale e localistica. D'altro canto il localismo esasperato, una visione del mondo limitata – oltreché inevitabilmente stucchevole – è una delle caratteristiche fondamentali del leghismo e, ultimamente, anche del post-fascismo. 
Nel libro di Avoledo il visitatore di questo Friuli, autoreclusosi tra l'Impero Austro-Ungarico di inizio '900 di una Trieste retrocessa al proprio passato prossimo e la sopravvivenza nelle campagne, divenute simbolo di una genuinità continuamente evocata, continua a vagare, nel tentativo di comprendere il senso ultimo di ciò che vede, fino a una conclusione sorprendente, che non può che richiamare alla mente lo slogan della campagna elettorale di Bill Clinton: «It's economy, stupid!». Un libro, assolutamente meritevole di lettura, tanto più in tempi come questi…
 
E, avendo sfiorato la SF con un romanzo di ucronia, mi ci trattengo per un buon romanzo che ha protagonista una creatura di forma felina – una gatta intelligente che cammina eretta sulle zampe posteriori – e un umano, parte di una missione "di pace" su un pianeta di recente scoperta, sulla quale è il primo ad avere forti dubbi.
È il caso che ripeta ancora una volta che la SF è spesso metafora del reale, che è una letteratura dalla forte vocazione sociale e collettiva, insomma tutte le cose che il nostro – forse sarebbe meglio dire «vostro» – Covacich ignora bellamente, pur parlando a vuoto come un pappagallo ubriaco?
Giovanni Oro è rabbiosamente chiaro nel raccontare la presenza "inopportuna" di membri armati della specie umana e la confusione e la disperazione dei "gatti", loro malgrado colonizzati e condotti a una guerra civile che non può che ricordare la situazione jugoslava negli anni '90. La protagonista, Lila, è una musicista affermata, la cui carriera è stata interrotta dalle infinite guerre intestine che attraversano e hanno attraversato Teluva, il pianeta-patria dei Sinibi e delle altre nazioni aliene. Ma Lila ama disperatamente il suo lavoro, divenuta la forma completa e assoluta di vita, tanto da giungere ad accettare la protezione di uno dei "Signori della Guerra" di Teluva pur di poter riprendere la propria carriera. Ma questa scelta non è condivisa da Fara, la sua migliore amica oltre che la sua migliore collaboratrice, che ha visto i propri congiunti uccisi dai guerriglieri di Gopu, il protettore di Lila, colui che ha promesso alla "gatta" di rendere di nuova agibile il teatro nel quale lei si esibiva, suonando il dodecacembalo. Il confronto / scontro Lila e Fara è una parte centrale del testo sul quale il lettore – o perlomeno questo lettore – ha avuto non poche difficoltà a dover prendere posizione, finendo con l'astenersi da qualunque decisione, comprendendo i punti di vista di entrambe, l'ansia creativa e disperata di Lila e l'odio impossibile da rimuovere di Fara. L'altro protagonista del romanzo, Jacques Montaigne è un volontario delle forze umane mandate su Teluva – per i terrestri Ibis 4 – un individuo ingenuo e sinceramente convinto della sua funzione di sostenitore di una pace instabile e continuamente minacciata dalle varie fazioni della popolazione locale. Ovviamente la sua posizione, come quella delle forze di pacificazione, è talmente ambigua da esporlo spesso a pressanti dilemmi etici ai quali il nostro protagonista faticherà a trovare una soluzione che lo convinca. Se per caso vi vengono in mente le forze dell'ONU che avrebbero dovuto evitare incidenti in Bosnia… beh, avete ragione. Un buon romanzo, teso quando necessario, con personaggi ben delineati: un ottimo esempio di fantascienza italiana. Ovviamente non mi farò mancare i libri di Oro, quelli già usciti e quelli che scriverà. Un'ultima nota sulla posizione di finalista del romanzo di Oro nel Premio Urania 2023. Purtroppo non ho letto il romanzo di Antonio Benvenuti, il vincitore del Premio, ma in ogni caso penso, in maniera assolutamente arbitraria, che la Sonata per una Luna morente avrebbe meritato qualcosa di più di una segnalazione...
 
E, dal momento che mi sono imbarcato nella Scienza Fantastica, posso felicemente transitare verso la Scienza, sic et simpliciter, con il saggio di Jonas Enander, Affrontare l'Infinito, sottotitolo: I buchi neri e nostro posto sulla Terra. 
Un saggio che iniziai a leggere in luglio e che ho finito a metà agosto, un buon saggio ma che non ha risolto definitivamente i miei problemi narrativi nei confronti dei buchi neri. Se ricordate, infatti, in un post su questo blog parlai della necessità di aggiornare le mie conoscenze a proposito dei buchi neri e, in conclusione posso dirmi soddisfatto di quanto ho appreso, anche se, naturalmente non posso chiedere alla scienza quanto la scienza stessa ignora. Jonas Enander, fisico e divulgatore, ha affrontato lo stato attuale delle nostre conoscenze sul tema con una serie di cosmologhe e cosmologi – le prime sono state intervistate in numero maggiore, alla faccia di tutti i V…acci del mondo – impegnate/i nello studio dei buchi neri al centro delle galassie o degli enigmatici buchi neri nati poco dopo il big bang. Il volume, nella prima parte, ricostruisce la non facile storia dell'affermazione dei black hole nell'astronomia e nella cosmologia, un "orrore" proposto come "stella buia" da John Mitchell, un pastore di un sperduta parrocchia nella campagna inglese con la passione per l'astronomia e, dopo una comunicazione presso la Royal Society di Londra, ripreso da Pierre-Simon De La Place in una sua opera che riassumeva le conoscenze astronomiche dell'epoca. Con il problema della gravitazione e la fisica dei buchi neri si sono in seguito misurati Einstein, Penrose e Hawking e, particolarmente quest'ultimo, ha creato alcune ipotesi ma giungendo solo in parte a renderle dimostrate e dimostrabili. Il problema reale è l'impossibilità di estrarre informazioni da un fenomeno come un buco nero, in grado di creare letteralmente il nulla intorno a sé. In un buco nero le dimensioni che ci sono familiari: la luce, la gravità, il tempo hanno caratteristiche del tutto impensabili, la luce è di fatto scomparsa, la gravità ha un valore che tende a infinito avvicinandosi al centro della singolarità e il tempo è immobile fino a cessare di esistere. Non male, vero? Un saggio comunque interessante sia per la prima parte di storia della scienza che nella seconda dove si affronta l'importanza fondamentale dell'esistenza dei buchi neri. «Fondamentale? E perché mai?» direte voi. Beh leggete questo libro e lo saprete. 
 
Una breve nota su un libro di fumetti, un albo, come si sarebbe detto un tempo e adesso romanzo grafico o graphic novel: Nel nido dei serpenti di Zerocalcare. Una volta riaffermato che, come i precedenti testi di Zerocalcare, anche questo merita tutte le lodi possibili alle intenzioni dell'autore e alla sua realizzazione grafica, non posso nascondere un pochino di insoddisfazione una volta cessata la lettura. Chi mi ha già letto può immaginare che non sto minimamente discutendo né i temi – la carcerazione di Ilaria Salis, terminata con la liberazione per la sua elezione nel parlamento europeo e quella di Maja T., quest'ultima conclusa con una condanna a otto anni di carcere – tutte e due dovute all'appartenenza [supposta] alla Hammerbande [Banda del martello] che avrebbe "colpito" alcuni neonazisti ungheresi nel "Giorno dell'Onore", provocando loro dai sei agli otto giorni di prognosi (sic!), né le intenzioni di denuncia del testo di Zerocalcare, i cui proventi andranno interamente alla difesa di quanti accusati dalla giustizia ungherese – ciò che probabilmente mi ha lasciato freddo è l'essere così evidentemente legato all'attualità, senza riuscire a "mordere" nel mondo dell'estrema destra europea. I nazisti, giustamente rappresentati come individui rasati e dallo sguardo truce e feroce, non ci dicono molto su coloro che li sostengono – i piccolo borghesi che cercano ordine, tanto per dire –, degli ambienti dai quali provengono, sulla loro vita quotidiana. 
«È solo un fumetto, se volevi un pamphlet, dovevi comprartelo.» 
Sacrosanto. Infatti invito chi mi legge ad acquistare la graphic novel di Zerocalcare, anche per sostenere chi è tuttora detenuto nelle prigioni ungheresi (Maja T., innanzitutto) e anche per giungere a comprendere, leggendolo, che la polizia, qualunque polizia, non è mai dalla parte di chi si oppone al nazifascismo. 
 
Ultimo libro, La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño, un libro malinconicamente comico, una triste rassegna di individui disperati e grotteschi, che tentano con esiti più o meno riusciti di arrampicarsi nel mondo dei giornali e dei media. Il dato di fatto che costoro abbiano posizioni di estrema destra talvolta assolutamente assurde e non raramente ridicole, non serve a renderli personaggi di rilievo, al massimo dei poveracci che cercano di arrabattarsi in un ambiente chiuso e raffinato come quello della comunicazione. Ed è questo un aspetto inatteso ma particolarmente gustoso nel quadro creato da Bolaño: il destino di oblio al quale gli autori della letteratura nazista sono senza esclusione destinati e che, in qualche modo, replicano la sua vita non facile, di oppositore al regime di Pinochet, dei faticosi tentativi di inserirsi nella realtà della Spagna, dove si era rifugiato dopo otto anni di prigione sotto il regime cileno. Nella mia prima segnalazione al romanzo scrivevo:  
 
«Sinceramente assolutamente spassosi – senza renderli ridicoli – i ritratti degli autori "nazisti" delle Americhe, soprattutto tenendo conto dell'assoluta apparente estraneità del mondo sudamericano rispetto all'Europa degli anni '30,»
 
Non posso che confermare questo giudizio, aggiungendo che un lettore serio non può fare a meno di impadronirsi di questo libro e leggerlo. 
Ne approfitto e suggerisco anche la lettura della recensione scritta da Silvia Treves de La pista di ghiaccio dello stesso autore e personalmente prometto di imbarcarmi presto nella lettura delle 1000 e passa pagine di 2666, ultimo libro di Bolaño. 
Alla prossima!